Il sogno semplice di un amore è il quarto romanzo scritto da Martina Tozzi, il terzo edito da Nua, dopo Il nido segreto - dedicato alla vita di Mary Shelley - e Per la brughiera - in cui invece si esplorava la vita della famiglia Brontë.
Sulla base delle fonti a disposizione, l’autrice senese si è dedicata alla stesura di una biografia romanzata attraverso la quale ci ha introdotto nella mentalità, nell’arte e negli episodi più importanti dell’esistenza di Elizabeth Siddal, modella, poetessa e pittrice britannica.
Possiamo notare da subito come a caratterizzare il principio di ciascun capitolo vi siano le poesie composte da Lizzie, perché uno degli obiettivi di Martina Tozzi è quello di mettere lei, per una volta, al centro della storia, e non Gabriel o gli altri uomini affiliati alla Confraternita Preraffaellita, in modo tale da fare emergere che questa donna non era solo una semplice musa, ma un essere libero, indipendente, e di incredibile talento.
L’arco temporale della storia va dal 1850 al 1869. Si comincia con una giovanissima Lizzie, una sartina che confezionava orpelli, cappellini e cuffiette nel retro del negozio di moda della signora Tozer nella zona di Leicester Square a Londra, la quale già a quei tempi era una donna anticonformista, e molto diversa dalle altre sia per il suo modo di vestire - in quanto portava vestiti larghi e i suoi lunghi capelli rossi quasi sciolti, raccogliendoli in pettinature morbide - sia perché il suo obiettivo non era unicamente quello di sposarsi e avere figli, ma di fare l’artista:
"sarebbe stata un pittore, o un poeta, o magari tutte e due le cose. Cosa poteva esserci di più meraviglioso che votare la propria vita all’arte, ai sentimenti, all’amore? Lizzie si era sempre sentita attratta dal mondo della fantasia, dai suoni ben modulati di un’opera in versi, dai colori sfavillanti di un dipinto. Ma non si era mai udito parlare di una pittrice donna - non molto spesso, almeno - e Lizzie non era ricca abbastanza da poter vivere senza un’occupazione. E così faceva quello che una donna onesta poteva fare per guadagnarsi uno stipendio. E il suo era un lavoro lungo, tedioso e faticoso - solitamente continuavano fino a verso le otto di sera ma nel periodo di maggior affluenza, all’inizio dell’estate e dell’inverno, potevano dover restare a cucire anche per buona parte della notte."
Ma una fredda sera del gennaio del 1850, fece la conoscenza di un certo Signor Allingham, doganiere e poeta, che era lì per vedere una sua collega, Jeanette. Fu grazie a lui se poi, alcune settimane più tardi, la sua fulgida chioma rossa catturò l’attenzione di uno strano giovanotto, nonchè amico di Allingham, Walter Deverell, un pittore che desiderava che Lizzie posasse per lui perché lei incarnava perfettamente la Viola alta, slanciata ed eterea de La dodicesima notte di Shakespeare che lui voleva rappresentare su una grande tela.
"Non voleva che finisse. Respirava l’odore dei pigmenti di colore, restava immobile per ore impersonando una creatura che era e non era lei, viveva d’arte - in quei momenti, lei era l’arte. Avrebbe voluto poter dilatare quegli istanti fino a renderli eterni, e quando Deverell l’avvertiva che la luce era cambiata e per quel giorno era finita, sospirava delusa perché non desiderava tornare a casa.
L’amore per l’arte, che da sempre l’accompagnava, si era risvegliato in lei, quasi Deverell avesse portato nel suo animo la primavera. E poiché sentiva dentro di sé l’istinto a non essere solo creatura, ma creatore, prese a chiedersi se avrebbe potuto avere qualche possibilità come pittrice. Quello era sempre stato il suo sogno, fin da bambina: non essere modella, ma artista. Non essere guardata, ma osservare."
Da quel momento in poi Lizzie divenne la musa non solo di Deverell, ma anche degli altri suoi amici della confraternita dei Preraffaeliti, tra cui John Everett Millais - di qui la creazione dell’incantevole dipinto intitolato Ophelia - e Dante Gabriel Rossetti, colui per il quale avrebbe provato un amore che potremmo definire tanto tormentato quanto indissolubile.
"Dante Gabriel Rossetti avrebbe raccontato che nel momento stesso in cui la vide per la prima volta aveva capito che la sua vita era cambiata per sempre. Ripeté così tante volte quella storia che alla fine nessuno poté più dubitare della sua veridicità, neppure lui stesso, neppure quelli che la storia l’avrebbero sentita in seguito, dopo che lui, lei e tutti gli altri del loro gruppo erano morti e sepolti e vivevano solo nei ricordi e nei quadri che avevano dipinto."
Elizabeth riesce a sbocciare e a realizzarsi come artista anche grazie a Gabriel che ha sempre creduto nelle sue capacità, spingendola ad andare sempre al di là di ogni suo limite immaginifico. L’unico ostacolo che c’è sempre stato tra lei e l’amore per la pittura, talvolta mettendo in pericolo anche la stessa storia con Rossetti, era il suo stato di salute perennemente cagionevole contro cui combatté con tenacia fino alla fine dei suoi giorni.
Sebbene il materiale disponibile non è mai stato abbastanza per colmare i dubbi sulla figura enigmatica di Elizabeth Siddal, ritengo che Martina Tozzi, grazie ad un suo sempre accuratissimo studio delle fonti e a una scrittura ancora una volta scorrevole e intrisa di empatia e sentimento, abbia saputo perfettamente dar voce all’anima di questa dolce e tormentata creatura che ha rivoluzionato il mondo dell’arte davanti e dietro la tela e che ha contribuito alla discussione sulla condizione femminile nell’Inghilterra dell’Ottocento, tema da lei affrontato anche nei suoi versi, che vennero pubblicati postumi.