«Non saprei neppure escogitare attraverso quale ultima vicenda le lettere siano pervenute in mano a chi dovrebbe avermele date, traendole da una miscellanea di altri dilavati e graffiati autografi. "L'autore è ignoto", mi aspetterei però che avesse detto, "la scrittura è aggraziata, ma come vede è sbiadita, e i fogli sono ormai una sola gora. Quanto al contenuto, per quel poco che ne ho scorso, sono esercizi di maniera. Sa come si scriveva in quel Secolo... Era gente senz'anima"». Con queste parole Umberto Eco concludeva L'Isola del giorno prima, romanzo molto bello che però paga lo scotto di essere uscito dopo Il Nome della Rosa e Il Pendolo di Foucault, i due veri capolavori dell'autore. Attraverso il noto stratagemma narrativo del 'manoscritto ritrovato', tanto caro alla letteratura sia essa 'di genere' o no, Eco ci trascina nell'Europa del Seicento, costruendo una storia a metà fra il genere avventuroso-picaresco 'di cappa e spada' e il romanzo filosofico, e che ha come protagonista il giovane di belle speranze Roberto de la Grive. Il capitolo finale, in cui si tirano le somme del 'manoscritto ritrovato', ha una chiosa solo apparentemente cinica: "Era gente senz'anima", si afferma, ma solo dopo aver indagato nell'animo di Roberto per svariate centinaia di pagine. Al lettore meno ingenuo verrà dunque il sospetto che quelli senz'anima non siano le persone vissute in quel secolo lì, quando si scriveva con penne piumate e caratteri svolazzanti, si costruivano chiese e teatri barocchissimi, e il senso delle cose veniva nascosto dalle forme complicate che di quel senso ne erano scrigno prezioso e protezione; e che semmai siamo noi, così celeri, spontanei e immediati, ad aver perso il senso, il sentimento e l'anima barattandoli con la semplicità o il semplicismo che dir si voglia. Anche Melania Mazzucco, con L'Architettrice, ci trascina nell'Italia del Seicento, in quella Roma papale ri-costruita e re-inventata da Bernini e Borromini, popolata da pittori, letterati, artisti, briganti, arrampicatori sociali, uomini di potere. E la sua Plautilla Bricci ha tanta anima quanto il Roberto de la Grive di Umberto Eco, se non di più. La differenza fra il romanzo della Mazzucco e quello di Eco, però, è che la Mazzucco i manoscritti li ha ritrovati davvero: il suo libro è frutto di una ricerca lunghissima, nessun personaggio è stato inventato, anche l'ultimo garzone nominato fra le pagine dell'operosissima, rigorosissima e instancabile Mazzucco è esistito veramente.
C'è da dire, però, che la Mazzucco ha dimostrato di essere lei stessa architettrice abilissima nella costruzione del suo romanzo: la parte di ricerca storica c'è ed è importante, ma non rappresenta che le fondamenta, profonde e solide; il resto dell'edificio narrativo si eleva in maniera che sbalordisce e trascina. In pratica, Melania Mazzucco ha cercato, scovato, ritrovato i documenti solo per poi inventare meglio il suo 'manoscritto ritrovato'. Il romanzo, infatti, è narrato in prima persona: è la stessa Plautilla Bricci che ci parla attraversando i secoli, scrivendo le sue memorie. Ma è, questa, solo una delle molte tecniche narrative utilizzate dalla Mazzuco e che, in mano ad uno scrittore meno sensibile e meno colto di lei, avrebbe condotto a esiti disastrosi se non trash. Bisogna sottolineare, infatti, come quella di Plautilla è una 'prima persona onniscente' (o quasi-onniscente): un punto di vista impossibile, se non illogico, ma tanto che importa? Il romanzo è scritto talmente tanto bene che il lettore non se ne accorge nemmeno. Molto interessante anche la 'fusione' del discorso diretto e indiretto. Non si può non menzionare, poi, il 'racconto alternato': le vicende di Plautilla, che abita la Roma del Seicento, sono intervallate dalle memorie di un soldato lombardo che, durante l'Assedio di Roma del 1849, combatte contro i francesi di Napoleone III. L'identità del soldato, nonché il senso di tutti questi intermezzi, si chiariscono man mano che si procede con la lettura. Insomma, Melania Mazzucco ha dimostrato di essere una scrittrice che conosce molto bene e sa trovarsi a suo agio con un ampio ventaglio di strumenti narrativi, che però lei utilizza con mano leggerissima, poco invasiva, molto discreta: come nelle migliori delle scenografie dei teatri barocchi, il delizioso spettacolo da commedia che si svolge davanti ai nostri occhi è reso possibile da un dietro le quinte molto ben pianificato, tutto un garbuglio complicato e coordinatissimo di molle, pulegge e fili che noi, spettatori imbambolati, non vediamo, non percepiamo, nemmeno sospettiamo.
Se avesse voluto, la Mazzucco avrebbe potuto facilmente trasformare L'Architettrice in un 'romanzo post-moderno' (etichetta che oramai si applica a quasi tutto, come ci aveva avvertiti trent'anni fa il già citato Eco, e più la si applica e meno significa). Tre storie, tre protagonisti, tre piani temporali intrecciati: Plautilla Bricci nel Seicento, il soldato Leone nell'Ottocento, e Melania Mazzucco stessa che, nel 2000, comincia le sue ricerche su Plautilla Bricci. Ne sarebbe venuta fuori una storia molto interessante, sul senso del tempo e dell'arte che prova a sopravvivergli. Una storia che non avrebbe avuto come protagonista nessuna persona (né Plautilla, né Leone, né Melania Mazzucco), ma un lugo, un edificio: il Vascello, ovvero la villa progettata e costruita dalla prima architettrice della storia d'Italia. Un libro del genere, la Mazzucco, avrebbe potuto scriverlo benissimo, ma non in Italia: le avrebbero detto che l'idea è troppo 'estrema', che il pubblico dei lettori italiani non è pronto, né preparato, che in Italia tutti vogliono solo le storie d'amore e di sentimenti, e che certe sperimentazioni vengono applaudite se a farle sono gli americani, ma gli italiani non perdonerebbero mai cotanto coraggio stilistico da parte di uno scrittore italiano - ma chi si crede di essere? In una scrittrice, poi!...
Chissà, quindi, se arrivato a un certo punto nella testa della Mazzucco non sia frullata un'idea del genere: costruire un romanzo destrutturando completamente i tempi del racconto. In definitiva, però, aver optato per un racconto più focalizzato sulla biografia di Plautilla ha i suoi innegabili vantaggi. Infatti, se la ricerca e la documentazione sono le fondamenta, e se l'alternanza temporale fra la Roma del Seicento e quella dell'Ottocento sono le colonne portanti dell'edificio narrativo, non bisogna dimenticare gli interni: corridoi, finestre, scale, stucchi e decorazioni - ovvero, i personaggi e le loro vicende. Personaggi davvero indimenticabili. Se è vero come dicono che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna, allora la storia della prima architettrice della storia italiana ci suggerisce che, forse forse, dietro una grande donna c'è un uomo pazzo: in questo caso Giovanni Briccio, pittore, scrittore, attore, inventore, scienziato, astrologo, tuttologo, arrivato ad un certo punto era pure diventato una specie di giornalista di cronaca... Uomo geniale, ma di una genialità straripante, incapace di focalizzarsi, disciplinarsi e 'costringersi' nella realizzazione di progetti concreti. Uomo anche molto sfortunato, vittima della corruzione che governa Roma e l'Italia tutta praticamente da sempre, il Briccio fu autore di commedie rappresentate ed anche molto apprezzate che però gli furono letteralmente rubate da scrittori 'amici di', che misero la loro firma spacciandosi per i veri autori. La prima parte del romanzo è dominata dal rapporto fra la piccola Plautilla e suo papà il Briccio, senza ombra di dubbio l'uomo più importante della sua vita, nonché un personaggio letterario bellissimo, davvero indimenticabile. Come indimenticabili sono, del resto, tutti gli altri Bricci: la madre di Plautilla, la sorella, persino il fratello, che con il trascorrere delle pagine (e del tempo) diventa un personaggio molto più complesso (e, per certi versi, tragico) di quanto non appaia all'inizio. Sullo sfondo, poi, ci sono papi e vescovi, la famiglia Barberini, le rivalità fra gli artisti, le pestilenze, un amore al limite dell'assurdo fra Plautilla ed un uomo irrisolto, tutto sommato abbastanza meschino, che nell'ultima parte da la possibilità alla Mazzucco di toccare cime considerevoli di prosa poetica.
Ora, se uno proprio volesse trovare dei difetti, potrebbe trovarne numerosi. Per esempio, il racconto di alcune vicende familiari e sentimentali rischiano l'effetto 'fiction di RAI 1', tanto che certi passaggi sembrano stati scritti (o forse ri-scritti, magari dopo l'intervento invasivo di certi editor) appositamente per strizzare l'occhio a un determinato pubblico in cerca di emozioni da bolle di sapone. Questi difetti ci sono, è vero, ma la Mazzucco è talmente brava che, non appena si teme di essere incappati nella solita saga familiare strappalacrime, arrivano ironia e intelligenza a risollevare le sorti del racconto. È per questo che, piuttosto che parlare dei difetti, sport nazionale degli italiani che parlano degli altri italiani, e che volendo si trovano ovunque, ho preferito concentrarmi sui pregi (notevolissimi) del romanzo della Mazzucco. E voglio spingermi oltre: L'Architettrice non è solo una bella storia, raccontata in maniera non banale e con un italiano inventivo e divertente che è proprio una vera gioia per gli occhi e per le orecchie. C'è altro: L'Architettrice è un romanzo che andrebbe letto 'per senso civico'. Ancora una volta, però, Melania Mazzucco è talmente sottile, talmente intelligente, talmente discreta e talmente elegante che non ha bisogno di urlare ai quattro venti i messaggi profondamente civili contenuti nel suo romanzo. (A differenza di, per esempio, certi autori che prendono un personaggio storico 'maggiore' e controverso - tipo: un dittatore - per poi andare a fare comizi in televisione, dicendo: "Dovete leggere la biografia romanzata che ho scritto per senso civico, per evitare di ripetere gli errori del passato, per fermare il populismo, quindi, in parole povere, se siete cittadini responsabili dovete comprare il mio romanzo, leggerlo, e farmi l'applauso!") In quanto scrittrice vera, lei rimane comunque una scrittrice désengagé, o comunque poco interessata a dare consigli e ricette 'per il tempo presente'. Lei non strizza l'occhio all'oggi, perché dialoga con la Storia. Ed allora, come si può non cogliere l'importanza che ha riscoprire la vita di una donna straordinaria, che è stata non solo la prima donna pittrice ad essere ammessa all'Accademia di San Luca ma che è poi diventata, addirittura, la prima donna a progettare e costruire ville e cupole, proprio come il suo idolatrato Bernini? Una donna che ha passato la vita a studiare, lavorare, prepararsi, fino a quando non è riuscita a 'diventare qualcuno' a cinquant'anni? E come si fa a sottovalutare la parte del romanzo che parla dei moti rivoluzionari a Roma? Perché anche in Italia ci sono state le rivoluzioni, è giusto ricordarlo, solo che quella di Roma (ironicamente) non poté compiersi a causa dell'intervento dei francesi papisti: proprio loro, che amavano tanto la liberté-égalité-fraternité sì, ma a casa loro, mica a casa degli altri.
Se questo romanzo fosse stato pubblicato in America, avrebbe vinto il Pulitzer. Se fosse stato pubblicato in Francia, avrebbero indetto eventi culturali per la riscoperta di Plautilla Bricci, avrebbero rispolverato i suoi progetti, ricostruito la Villa del Vascello (i cui resti, adesso, sono la sede ufficiale del gruppo massonico del Grande Oriente d'Italia: c'hanno gusto, questi massoni). Siccome è stato pubblicato in Italia, non resta che parlarne, ed il più possibile, fra di noi tre o quattro gatti che ancora non ci siamo stancati di riporre una qualche flebile speranza nel potere della letteratura e delle parole.