37‑летняя Ада Бертран, преподавательница древнегреческой литературы в Болонском университете, а в прошлом — бунтарка и хиппи, пережив яркое эротическое приключение с незнакомцем на научной конференции в Кембридже, забывает о присущей ей рациональности и заново открывает запутанную историю своей семьи. Она начинает видеть во сне своих далеких предков, мелких дворян, живших на Сардинии, а наяву общаться со старшими членами семьи.
Аде открывается множество семейных секретов: любовные интриги, трагедии и предательство, тайные роды и появление бастардов — всё, о чем в приличных семьях не принято говорить. Это навсегда меняет ее взгляды на жизнь и отношения с окружающими. В это же время в ее собственной жизни происходят драматические перемены, и Ада все лучше и лучше понимает себя.
Бьянка Питцорно мастерски сплетает времена и жанры: семейная сага и психологическая проза, магический реализм и сентиментальная повесть, колорит Италии XVI и XIX веков и современность.
Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) è una scrittrice, autrice televisiva e traduttrice italiana. Celebre soprattutto come autrice di romanzi per ragazzi, dal 2000 è anche ambasciatrice UNICEF.
Born in 1942, she's an Italian writer and screenwriter specialized in children literature.
She graduated in Classic Literature, with a thesis on Prehistoric Archeology. For seven years she worked as a responsible for cultural children’s television programmes for the Italian public television (RAI). She also worked as an archeologist, theatre writer, screenwriter, lyricist and teacher.
From 1970 to 2011 she published many assays and novels, for both kids and adults, translated in many countries all over Europe, America and Asia. She translated Tolkien, Sylvia Plath, David Grossman, Enrique Perez Diaz, Töve Jansson, Soledad Cruz Guerra e Mariela Castro Espìn.
She lives in Milan. She doesn’t love traveling but visits Cuba often and collaborates with the local cultural institutions. Since 2004 she stopped writing for younger readers, concentrating only on adult books. Her most popular works are: La bambina col falcone 1982; Vita di Eleonora d'Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatras, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un'Estate al Mare al Carmelo, 2009. La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi) 2015.
il sesso più noioso che abbia fatto in vita mia (pardon il secondo, ma del primo naturalmente tacerò). avvio pedante con preliminari: per dimostrare che stavolta non scrive ai bambini, pitzorno piazza orgasmo come seconda parola del libro. e la prima è un articolo. ma signora mia, l'effetto è così poco naturale da far pensare a una zia di mezza età che dice bondage per il fremito di sentirsi trasgressiva. coprendo però la bocca con molta compostezza, per carità. i discorsi copulativi si perdono quasi subito - per fortuna, aggiungerei visto il tenore - mentre io mi perdo in una storia di genealogie naftaliniche che vorrebbe sembrare narrata con disinvoltura, e non è. arranco faticosamente pensando ad altro (principalmente una scusa per l'amica che mi ha regalato il libro, «perché c'è una che si chiama come te». tra parentesi: ma come si fa!?). il desiderio però è ormai in picchiata, e per fingere come si deve voglio almeno un pastrami da katz's su houston street, come sally albright. a pagina 193, realizzo che altre 261 così non ce la posso proprio fare. un salvifico coitus interruptus e non se ne parla più.
Non credo riuscirò ad essere molto originale con questo commento, ma anche io, come quasi tutti, esordirò dicendo che sono molto affezionata a Bianca Pitzorno. Da bambina ho avuto la fortuna di poter passare innumerevoli ore al sicuro fra le pagine di molti libri, e fra tutti quelli che ho letto, una buona parte erano stati scritti da Bianca Pitzorno. Mi piaceva, da piccola, poter dire di avere una scrittrice preferita, perché mi faceva sentire un po' più grande e più esperta di libri; era quel periodo in cui amavo rileggere più e più volte gli stessi libri, imparandoli sempre meglio e capendoli un po' di più. E così mi sentivo grata di non chiamarmi Priscilla né Prisca, mentre ero un po' invidiosa di Làlage, perché il mio nome non compariva in nessuna poesia; peravo intensamente si sentir parlare ancora i miei giocattoli, ma non avrei mai voluto due fratellini gemelli; avevo paura che vedendomi così gracilina le maestre decidessero di dare anche a me l'olio di fegato di merluzzo, ma ero felice che nella mia classe non ci fosse nessuna Sveva Lopez del Rio; ho scoperto il mondo della televisione con Violante, pur essendo ancora troppo piccola per avere idea di come funzionasse l'adolescenza. Insomma, tutto questo per dire che la voce di Bianca Pitzorno la conosco abbastanza bene, credo di poter dire che parte di quello che sono ora si è iniziato a formare anche grazie ai suoi romanzi, che per tanto tempo hanno costituito un porto sicuro. E, col senno di poi, credo di essere particolarmente grata a Bianca per avermi mostrato subito, nella maniera più semplice e chiara, che le bambine potevano essere indipendenti, avventurose, timide, intraprendenti, coraggiose, proprio come qualsiasi maschio. Non ci sono principesse da salvare nei libri di Bianca Pitzorno, mai, ma ragazze vere e genuine, con pregi e difetti, che però non si lasciano mai limitare dal loro genere. Ecco, tutto questo l'ho appreso inconsapevolmente anche grazie ai suoi libri, e ora che di questi temi mi occupo in maniera decisamente più consapevole, sono grata di aver avuto davanti agli occhi, da piccola, dei modelli così vari e "sani". Ecco, è per questo che sono stata così felice di sapere dell'uscita di questo romanzo. Ed è per questo che, pur avendolo acquistato quasi subito, ho aspettato tanto prima di leggerlo: avevo il terrore che Bianca fosse cambiata, che io fossi cambiata, di trovare dei difetti nella scrittura che avevo tanto amato, di dover ridimensionare insomma il ricordo che serbavo di Bianca Pitzorno. Tutte scemenze. Non certo perché io non sia cambiata, non certo perché "La vita sessuale dei nostri antenati" sia un romanzo perfetto, ma perché ho capito che posso conservare comunque ricordi dolcissimi di una donna che mi ha dato tanto pur assumendo un atteggiamento più critico nei confronti della sua scrittura. Volevo scrivere un commento breve, ma insomma, ho già blaterato tantissimo e non sono ancora entrata nel vivo del romanzo. Che mi è piaciuto, ma con qualche riserva. Devo dire che a tratti sono riuscita a farmi trascinare completamente dalla trama, e quando questo è successo, è stato meraviglioso: mi è sembrato davvero di tornare indietro nel tempo, sballottata fra intrighi, segreti nascosti in grandi ville, vicende familiari complesse e arzigogolate, rivelazioni e parenti stravaganti. Poi però mi ritrovavo improvvisamente a guardare la storia da fuori, e allora non tutto mi convinceva appieno. La storia è bella, ma fin troppo arzigogolata, in maniera quasi inverosimile (non che tutto debba essere perfettamente realistico, qui ci sono elementi irrazionali ed è chiaro il motivo per cui debbano esserci), insomma, a volte ho fatto un po' fatica a credere a certe cose. Ci sono tantissimi personaggi, e alcuni sono delineati perfettamente, mentre altri, inevitabilmente, restano un po' sullo sfondo, quando io ne avrei voluto molto di più. Il che evidentemente è un bene, perché significa che la storia mi ha intrigata e apassionata, ma anche lasciata un po' insoddisfatta. Ho adorato la leggerezza con cui si parla di sesso, presentandolo come un fatto del tutto naturale e comune a tutti gli esseri umani, e la presenza (diretta o meno) di così tante generazioni è un espediente perfetto per parlare di come ogni epoca ha trovato il modo di ingannare e nascondere quello che dovrebbe essere semplice e istintivo, coprendolo di stereotipi e repressioni. Non riesco proprio a capire come, ancora oggi, possano esserci tante Lauretta o tanti Aresta, ed è una cosa che mi fa letteralmente uscire di testa. Mi sarebbe piaciuto molto che si desse un po' più di spazio alla storia di Myriam, che un po' più di giustizia fosse fatta, ma insomma, capisco anche che si sarebbe trattato di un altro romanzo. Ho apprezzato anche moltissimo la lucidità con cui si parla di maternità, e della libertà di una donna donna di poter essere o meno madre. Alcune pagine (non voglio fare spoiler, ma insomma, chi ha letto il romanzo capirà a cosa mi sto riferendo) sono veramente strazianti, e mi chiedo come si possa anche solo pensare di dare della pazza ad una donna che è costretta ad andare totalmente contro la sua volontà e la sua natura. Insomma, avrei voluto tantissimo innamorarmi di questo romanzo, immergermi totalmente nella trama, dimenticare il mondo attorno, ma ci sono riuscita solo a tratti. Forse per causa mia, che mi sono approcciata in maniera troppo critica, forse perché il libro a volte scivola un po' su scene non necessarie e non del tutto coerenti, ma nel complesso si tratta di un romanzo estremamente piacevole, apprezzabile anche da chi non conosca Bianca Pitzorno (esiste davvero qualcuno che non abbia letto almeno uno stralcio dei suoi libri, da bambino?). Quanto alle critiche sulle questioni lasciate aperte, io sono abbastanza sconcertata. Francamente, non leggo gialli, non ho grandi capacità dedutive e mi lascio abbindolare molto facilmente da chiunque, ma caspita, almeno la rivelazione più grossa (per intenderci, la prima svelata dal capitolo extra apparso sul suo sito) mi sembrava assodata già a pagina cento. I riferimenti e gli indizi sono continui, e quando si arriva in fondo è praticamente impossibile avere qualche dubbio (caspita, nei sogni di Ada sono praticamente i protagonisti stessi a rivelare come stanno le cose, suvvia!). Certo, non c'è nessuno spiegone, ma grazie al cielo, dico io. Davvero avreste voluto che tutto fosse fornito dall'autrice, senza lasciarvi la minima curiosità, senza mettervi in gioco nemmeno una briciola, senza aver voglia di riflettere cinque minuti su quello che si è appena letto?
Oh scusate io sto libro non l’ho proprio capito. Sarebbero state due stelle ma qualcosina da salvare c’è. Intanto personaggi irritanti da morire, in primis Ada la protagonista che fa tanto la donna di mondo che rifiuta i soldi i gioielli la vita famigliare consona Etc non mi piace come mentalità e non mi è affine. E poi tutto così surreale, se voleva scrivere una favola per adulti la doveva strutturare un po’ meglio perché l’ho trovata solo molto noiosa, nessuna vicenda mi ha coinvolto. Per finire, troppe questioni aperte. Scusate sarò scema ma io la grande rivelazione di cui vedo parlare in altri commenti non l’ho capita. Leggo che addirittura sul sito della scrittrice c’è un capitolo extra per spiegarle... era proprio necessario? Inserirlo nel libro no?
Per chi ha amato i libri per ragazze della Pitzorno sarà divertentissimo leggere questa versione adulta dei suoi temi preferiti (la cultura greca, l'amicizia femminile, il crossdressing, gli alberi genealogici, i misteri storici, i nomi parlanti...).
Attenzione: piccoli spoiler. Il romanzo ripercorre le vicende sessuali/sentimentali della famiglia Bertrand Farrel vista con gli occhi di Ada, trantasettenne e docente universitaria di greco a Bologna, negli anni 70. Le mie tre stelle sono giustificate dal fatto che, come sempre, la scrittura di Pitzorno è scorrevole e veloce e il testo ricco: i riferimenti storici, geografici e mitologici che si susseguono fanno di questo libro una piccola enciclopedia. Per il resto, tuttavia, sono rimasta abbastanza delusa. Per prima cosa dai personaggi, soprattutto quello della protagonista con cui proprio non si riesce ad entrare in sintonia. Il perché, almeno in parte, cercheré di spiegarlo più avanti. La trama - che si dispiega tra secoli e secoli, nel passato della famiglia Farrel e nel presente - è intessuta di piccoli e grandi misteri e dietro ciascuni di essi si nasconde una verità scabrosa o scandalosa. Alcuni di questi, però, hanno soluzione immediata, come nel caso del passato di nonna Ada che viene svelato a metà libro con il ritrovamento del suo diario: da quel momento in poi il personaggio (uno dei più importanti di tutta la storia) ha esaurito la sua funzione, e non se ne parla praticamente più. Al contrario, alla fine tre misteri che erano i muri portanti del romanzo restano senza spiegazione. Come l'autrice ha recentemente detto in un'intervista "il lettore attento" capisce. E, per chi sia stato troppo frettoloso nella lettura, ha anche pubblicato una sorta di "ultimo capitolo esplicativo". Personalmente, ero riuscita a "risolvere" due misteri su tre: quello relativo alla vera identità dello zio Tancredi e dell'amante di Giuliano. Mentre, nel caso dell'anello, brancolavo ancora nel buio. Il problema, tuttavia, non risiede tanto nel riuscire a "risolvere" il mistero in sé e per sé. Il problema vero è che anche se il lettore è "attento" e risolve tutti i misteri, lo stesso non vale per i protagonisti del romanzo, per Ada in primo luogo, che alla fine della storia dimostra di non aver capito proprio niente. Il che mi porta a domandarmi quale sia il senso della narrazione, se tutti i misteri principali (ma a ben vedere anche quelli secondari) attorno a cui ruota il romanzo non hanno effetto alcuno sulla vita dei protagonisti, che alla fine tornano ignari alle proprie vite. Il paragone che mi viene spontaneo fare è il seguente: immaginate un romanzo giallo in cui alla fine i protagonisti si dimenticano dell'omicidio e se ne disinteressano, anziché avere un investigatore che spiega catarticamente chi ha commesso l'efferato gesto e le sue ragioni. Voi pensate di aver capito qualcosa? Buon per voi, ma non saprete mai se avete ragione, e agli stessi personaggi non interessa. In un'intervista rilasciata dall'autrice Pitzorno spiega che il romanzo è un dipinto della condizione femminile. In questa intervista menziona l'indipendenza economica come chiave per raggiungerla, menziona i tabù e le limitazioni imposte alle ragazze fino a 50 anni fa, descrive il cambiamento di mentalità che deve avvenire per abbattere le disuguaglianze tra i sessi. Nella stessa intervista spiega che il romanzo finisce quando Ada termina "il suo percorso di maturazione" (non ricordo le esatte parole usate da lei ma il senso è quello). Io però il percorso di formazione non l'ho visto. Ed è forse in gran parte per questo che, come dicevo all'inizio della recensione, è difficile affezionarsi a questo personaggio. All'inizio del romanzo Ada è già una donna libera (benché conviva con un uomo da cui però lei stessa si sta già distaccando sentimentalmente), è già lavoratrice, è già indipendente e senza figli. Alla fine del romanzo la sua condizione non cambierà in nulla. Certo, dovrà affrontare delle delusioni: la fine della sua storia d'amore, la morte "dello zio", la verità su sua madre. Ma niente di tutto questo provoca in lei dei cambiamenti. Si tratta sempre, in ogni caso, di tragedie annunciate o prevedibili: la sua storia con Giuliano è già vacillante e lei stessa lo tradisce, Tancredi è già malato e anziano, la madre non l'ha in realtà mai conosciuta. Stesso dicasi per gli scandali del passato, quelli relativi ai suoi antenati: non solo a lei non importa quasi nulla ma nemmeno al resto del mondo, al di fuori dei pochi membri della sua famiglia ancora attaccati a quelle origini nobiliari, molti dei quali resteranno comunque all'oscuro. Sarebbe stato meglio che Ada non fosse ancora così indipendente e lo diventasse nel corso della narrazione, oppure che la sua breve gravidanzadiventasse la scossa di cui aveva bisogno per rendersi conto di ciò che non andava nella sua vita (invece lo sapeva già da prima e comunque la gravidanza sparisce senza lasciare traccia). Oppure si poteva spostare la prospettiva verso un altro membro della famiglia, Ginevra per esempio. La storia dell'anello, poi, non serve a niente e sarebbe da cancellare da capo a piedi. Un'ultima cosa riguarda il punto di vista narrativo. Non è Ada a parlare, ma una voce che sembra riflettere il suo punto di vista. Una voce che a volte si rivolge anche direttamente al lettore. Una voce che non è del tutto onnisciente (ad esempio non sa se Ada ha avuto un orgasmo con Leo "perché si addormentò subito" - ???). Verrebbe da pensare che a parlare sia qualcun altro: Ginevra forse? Oppure l'analista di Ada? Nemmeno nell'ultimo capitolo si trovano spiegazioni in merito.
Nonostante abbia terminato questo libro da qualche giorno, ho ancora l’amaro in bocca: sin da quando ho voltato l’ultima pagina mi sono chiesta cosa pensare. "La vita sessuale dei nostri antenati" non ha un finale: viene troncato così, all’improvviso. Non c’è intenzione di scrivere un seguito, non c’è alone di mistero. A quel punto ho cercato in rete un altro parere, magari mi ero persa qualcosa, e invece la Pitzorno in un’intervista dice di aver lasciato abbastanza indizi durante tutto il libro, tanti da togliere ogni dubbio, ha dichiarato che non c’era il bisogno di specificare, e che solo un lettore poco attento non avrebbe potuto capire. Vi assicuro che non è così: ho prestato molta attenzione, ho fatto le mie congetture, l’autrice è riuscita a farmi venire mille dubbi, come è giusto che sia, e poi mi ha lasciata lì, senza dire la verità. Come se si fosse dimenticata delle tante questioni lasciate aperte. Ma davvero tante. E poi, anche se fosse? Anche se il lettore non fosse stato attento? Quando leggo un giallo, quasi mai capisco chi è il colpevole, eppure sono stata attenta, eppure gli indizi ci sono. Ma la rivelazione finale anche. E la parte più strana è che i finali della Pitzorno, anche nei libri per bambini, sono sempre sensazionali: mille intrecci, personaggi particolari, salti temporali. E poi una conclusione inaspettata. Per questo quando mancavano poche pagine, mi chiedevo ancora se fossero bastate per rivelare tutto. No, non sono bastate. E anzi, se vogliamo essere ancora più precisi, ha scelto una situazione quantomeno improbabile e banale per concludere. Come giudicare quindi questo libro? Più di quattrocento pagine magnetiche, con personaggi fortemente caratterizzati, con una storia propria alle spalle, delle donne e ragazze indipendenti e rivoluzionarie. E poi tanti richiami ai suoi libri per bambini: orfane, zii buoni, nonne severe. Non mancano i riferimenti alla letteratura classica, con tanto di bibliografia nelle ultime pagine, e una forte componente culturale in generale, che spazia dalla musica all’arte. Bisogna anche tener conto di una maestria narrativa quasi senza eguali, perfetta in ogni campo. Ma d’altronde non mi permetterei mai di giudicare questo aspetto. Una critica sociale non indifferente, di quelle che lei sa fare molto bene, questa volta anche accompagnata da un viaggio tra epoche storiche, tra valori che non si evolvono, pregiudizi e avidità contrapposti ad amori e amicizie pure. La pecca del finale per me è imperdonabile comunque, anzi anche di più: perché magari se il libro non mi fosse piaciuto, non avrebbe fatto tanta differenza; o magari se non avessi amato l’autrice da anni, non sarei rimasta così delusa.
Delusa. Delusa perché i presupposti c'erano tutti: un romanzo familiare, una scrittura scorrevole e interessante, richiami alla letteratura e riferimenti ai miti greci, e romani quindi, personaggi interessanti. Eppure non va. Potrei dire che la protagonista del romanzo sia uno di quei personaggi con cui proprio non riesco ad entrare in sintonia (è che proprio non sopporto quel tipo di persona, del tipo "i soldi? no che schifo, vendo anche i gioielli, ma un'appartamento lo accetto perché è necessario"), potrei dire che a una certa si perde un pò il filo con tutti questi misteri e si va avanti solo per la curiosità di venirne a capo, e potrei anche dire che ci sono alcuni punti che non hanno senso dato che poi non vengono approfonditi oppure sviluppati (parlo dell'orgasmo con cui inizia il romanzo, messo lì così a dar man forte al titolo?!, parlo della scoperta in Grecia, parlo dei genitori di Ada...). La realtà è che la cosa che mi ha dato più fastidio di tutte e che ha fatto abbassare la mia valutazione è stata la fine non fine. NO. Non regge la giustificazione "un lettore attento ha colto tutti gli indizi ed è capace di trarre le giuste conclusioni", non lo sopporto, anche perché poi non è detto che sia come pensi tu. Sono tre le situazioni aperte, e personalmente ne ho tratte solo due. Per la terza ho dovuto leggere il capito extra che l'autrice ha pubblicato sul suo sito (?). E capisco che ci stia per situazioni alla Inception, ma non qui. La questione dello zio Tan è probabilmente la più facile da comprendere e anche abbastanza intuibile dall'ultimo monologo di Armellina. La questione di Giuliano è totalmente ipotetica, non ci sono conferme né episodi che spingano il lettore a dire "si certo, non può che essere così"; personalmente avevo immaginato uno scenario che poi la Pitzorno ha confermato nel capito extra, ma senza questo non avrei mai potuto mettere la mano sul fuoco sulla mia "teoria". L'ultima questione, che a parer mio è proprio campata in aria, è quella di Estella: non riesco proprio a capire come qualcuno possa arrivare a capire cosa rappresenti senza leggere la "spiegazione" (e lo metto tra virgolette perché nemmeno con quella ho capito molto, a dir la verità) dell'autrice. Detto ciò, l'idea generale del libro mi ha affascinata molto, questo scavare nei segreti (non la vita sessuale, sottoliniamo, perché poi non ci sono tutti questi riferimenti sessuali come suggerirebbe il titolo) di famiglie antiche e nobili lo trovo sempre molto interessante ed è un peccato che poi in concreto il libro non mi sia piaciuto. Comunque avrei seguito volentieri il corso di Ada all'università!
Mi sono avvicinata a questo romanzo per adulti della Pitzorno spinta da una recensione sentita su youtube e forte della conoscenza delle opere dell'autrice legate al mondo per bambini e ragazzi, che hanno riempito la mia infanzia.
Purtroppo non sono rimasta così affascinata da questo romanzo famigliare che ha sicuramente il pregio di essere scritto bene e di farsi leggere con piacevolezza. E' una lettura perfetta per il prossimo periodo estivo o, più in generale, per intrattenere durante ore di ozio (va bene anche per un weekend in poltrona con la cioccolata calda per intendersi). Godibile, ben scritto ma ... niente di eccezionale, soprattutto a livello di trama e personaggi.
A tratti mi ha ricordato le fiction famigliari tipiche della RAI dei primi anni 2000. Tanti "colpi di scena" e continue rivelazioni ... ma, alla fine, molte cose restano in sospeso, non vengono spiegate, alcune matasse non vengono dipanate e l'autrice ci lascia un pò in sospeso cosa che, in questo genere di romanzo, non apprezzo mai.
Non so cosa sia accaduto nella mia vita con la lettura di questo romanzo. Ma qualcosa si è mosso, ne sono sicura. Mi ero detta che non avrei scritto nulla a riguardo, che non avrei commentato questa lettura perché in effetti non ho molto da dire, nulla su cui sentenziare e nessun contributo da dare. Ho amato questo romanzo. È l’unica cosa sensata e razionale che posso dire in questo momento. Potrei certo aggiungere molto altro, come il fatto che penso di amare i romanzi familiari, e di averlo scoperto grazie alla Pitzorno, oppure che questa lettura è stata per me come una grande nonna, severa ma affettuosa, saggia quanto accogliente. Una favola che mi ha coccolata, mi ha fatta riflettere, mi ha quasi fatta piangere (cosa che non mi capita spesso, deve aver toccato qualche corda in grado di far uscire da questo corpo disgraziato qualche malinconica melodia), ma che soprattutto mi ha insegnato tanto: su come stare al mondo, e come farlo nonostante. Nonostante.
Un romanzetto, nulla di più. Recentemente sono stata ad una conferenza con l'autrice e mi avevano appassionato il suo racconto del romanzo, le sue idee, la sua personalità. Purtroppo non ho trovato gli stessi slanci in questo libro, troppo lungo, troppo dispersivo e anche un po' banale. Inoltre, ho trovato quasi fastidiosi questi rimandi alla mitologia greca, esagerati, direi, come a voler dimostrare di possedere conoscenze al contrario degli ignoranti lettori.
https://louinspace.blogspot.it/2017/0... Personalmente, con le storie della Pitzorno ci sono cresciuta: ne andavo matta, erano la lettura perfetta per scappare dalla noia quotidiana di una ragazzina (all'epoca) figlia unica che non amava particolarmente socializzare molto. Per anni sono stati un'evasione amatissima. Ritrovarmi, ora, adulta e molto più (ahimè) critica e disincantata anche nei confronti dei libri, a leggere un romanzo che, con lo stile e le tematiche, si fa vicinissimo a quelli che ho tanto amato nella mia infanzia, è stata un'emozione unica e fortissima. Ambientato a metà degli anni Settanta, La vita sessuale dei nostri antenati racconta le vicende della famiglia Bertrand-Ferrel - o meglio, racconta le vicende di Ada Bertrand, docente universitaria di greco antico, e il suo rapporto con la famiglia, in particolare con il passato della famiglia. Una saga familiare, ma anche un romanzo di formazione - un'opera complessa, ambiziosa, vasta, che sa conservare comunque una leggerezza squisita, propria della scrittura della Pitzorno e che ancora ci riporta agli archetipi della femminilità.
Ho sempre amato la Pitzorno fin da bambina, e quando ho visto che aveva pubblicato un libro per adulti mi ci sono avventata. Alcune parte le ho trovate lente, ma ho divorato il finale nella speranza di chiarire l'intricata trama che si era sviluppata: grande la delusione quando ho scoperto che un finale vero e proprio non c'era! Ho passato i giorni successivi alla fine del libro a fare congetture, ricerche su internet, interrogare amici, pur di trovare un senso a quella storia. Poi finalmente si è fatta la luce: l'autrice stessa ha pubblicato sul suo sito una sorta di epilogo per chiarire tutto ciò che i lettori le rimproveravano non fosse stato chiarito! Dopo averlo letto non ho potuto che ammirare la sua maestria nello sviluppare una tale storia, e vergognarmi per non esserci arrivata subito. Invito quindi tutti i lettori e le lettrici insoddisfatti/e a andarsi a leggere l'agognata spiegazione! http://www.biancapitzorno.it/index.ph...
Bianca Pitzorno è stata l'autrice della mia infanzia e pre-adolescenza: ho amato il suo stile, le sue storie, i suoi personaggi. Bambine in cui io mi identificavo, con avventure stranamente normali che - alla lunga - mi mostravano come la meraviglia fosse possibile trovarla anche in un'infanzia normale. Bianca Pitzorno è anche un'autrice che ho perso di vista una volta uscita dal target, che a parte Ascolta il mio cuore non so nemmeno più che fine abbiano fatto i suoi libri, ma che sono stata felice di ritrovare una volta scoperto che ha iniziato a scrivere per gli adulti... e come potevo non incuriosirmi di fronte ad un libro da titolo accattivante come La vita sessuale dei nostri antenati, sottotitolo Spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi? Nonostante il cambio di target ho trovato diversi richiami a ciò che aveva amato da piccola: la bambina - qui le bambine - orfana a causa dei bombardamenti, una nonna aristocratica ed autoritaria, uno zio scapolo erettosi a figura paterna per le piccole. La volontà di descrivere l'Italia com'era, la vecchia mentalità, la vita nei piccoli centri abitati dove nuovo ed antico sembrano quasi coesistere per magia. Tutte cose che mi hanno "aiutata" nella transizione da "romanzi per bambini" a "romanzi per gli adulti". Ma ora parliamo del libro, che devo dire ho trovato parecchio strano: siamo di fronte a qualcosa che riesce ad essere sia una saga familiare, quella dei Bertrand-Ferrel, che una storia fortemente intima della protagonista Ada. Ada è una donna matura, più vicina ai quaranta che ai trenta, femminista convinta alla fine degli anni Settanta, concentrata sulla sua carriera universitaria. Convive da anni con Giuliano ma non hanno figli, un po' per scelta e un po' per destino, e un bel giorno si trova costretta a tornare al paese natio dopo che l'amatissimo zio Tancredi ha avuto un leggero ictus. Qui possiamo trovare il primo filone narrativo: una donna adulta che deve venire a patti col fatto che il genitore (perché Tancredi ha fatto da padre ad Ada e Lauretta) sta perdendo colpi, che ormai è un vecchio, che più prima che poi perderà l'ultima persona per cui è sempre stata - e sempre sarà - una bambina. Ma solo questo era troppo semplice, quindi la Pitzorno ci travolge con le dinamiche dei Ferrel e dei Bertrand nel presente e nel passato più o meno remoto: quando Ada era bambina e ragazza, e suoi i contrasti generazionali con la nonna. Quando Tancredi era un ragazzo. Quando era viva l'inarrestabile nonna Ada. E poi abbiamo gli antenati, la capostipite, il matrimonio dei nonni... e gli scandali, gli amori impossibili, quelli proibiti e inconcepibili. Il sesso, la lussuria e la pudicizia, a riprova che nel passato non erano tutti puritani e che certe cose si son sempre fatte, e divertendosi pure. Lo stile riflette la volontaria frammentarietà della storia: a volte narratore omniscente, mentre altre siamo ben piantati col punto di vita di Ada, altre volte c'è direttamente la prima persona - che per un numero consistente di pagine abbiamo i racconti della nostra eroina al suo analista - oppure racconto romanzato o pagine di diario. Questo caos, che in mani meno abili sarebbe stato davvero caos, qui diventa un mosaico in cui tanti piccoli pezzi diversi tra loro restituiscono un'immagine complessa, con personaggi complicati e contraddittori come possono esserlo solo quelli ben costruiti.
Siamo di fronte ad un libro perfetto, un capolavoro? Secondo me no. È un libro interessante, coinvolgente e ben scritto, ma per sua natura è un libro che non chiude tutte le storyline: in un caso si capisce facilmente cosa sia successo (ma come si risolverà la situazione è un finale aperto), ma in un altro si capisce solo che c'è qualcosa di più complesso di quello che sembra, e per sapere cosa occorre andare nel blog dell'autrice... e io sono caduta della nuvole perché è un plot-twist così grande da sfiorare l'assurdo e per me avrebbe necessitato di grosse spiegazioni.
Però io lo consiglio, soprattutto se siete cresciuti con i libri di Bianca Pitzorno.
È la prima recensione che scrivo su Goodreads, ma questo libro mi ha ispirato. Adoro la Pitzorno da quando sono piccola, e quando settimana scorsa ho trovato questo libro dal titolo così intrigante ho pensato che non potevo non leggerlo. Il libro si presenta fin da subito con una trama complessa quanto l’albero genealogico presente nella prima pagina. Il problema è il ritmo della narrazione, lento e per certi aspetti poco coinvolgente. La difficoltà di lettura sta soprattutto nella protagonista, Ada, che possiede un carattere alquanto snervante e a volte antipatico (e purtroppo l’80% del libro è basato sul suo punto di vista). Alcuni aspetti del romanzo si salvano, come ad esempio il personaggio dello zio Tancredi (che ho amato) o il ritrovamento del diario di nonna Ada (che rianimano l’attenzione del lettore dopo pagine e pagine di noia dovute alle pare della protagonista). Mi dispiace ammettere che dopo due o tre possibilità date al romanzo, non sono riuscita a finirlo. Ma chi sa, forse un giorno troverò il coraggio di leggere le ultime 100 pagine.... ma non è questo il giorno.
Dopo aver nutrito la mia infanzia con praticamente tutti i libri di Bianca Pitzorno le aspettative per questo romanzo erano alte. Non so se le ha raggiunte, però non posso dire né che non fosse divertente ne che non fosse scritto bene ne che non mi abbia fatto pensare col sorriso sulle labbra ai suoi romanzi per bambini com famiglie tentacolari, ragazze e donne dal carattere fortissimo, intrighi, amori, risate... A proposito di intrighi, il finale lascia intuire un seguito perché più di una questione viene lasciata in sospeso (la ragazza dell'anello? La nuova fidanzata??). A parte questo, ammetto che ho trovato le referenze culturali letterarie e non un tantino pesanti, troppe, troppo spesso, però si tratta di questioni di gusti quindi non glie ne faccio una pecca. Una bella lettura da lettino sulla spiaggia che mette il buon umore e che si legge in un giorno e mezzo, così lo descriverei!
Ritrovare in chiave 'adulta' lo stile, gli archetipi di situazioni, personaggi e dinamiche, le tematiche dei libri che ho amato di più nella mia infanzia è stato straniante e piacevolissimo. Un libro davvero bello, un'occasione inaspettata di riflettere sulla famiglia e sul rapporto tra le generazioni. La grazia della narrazione dell'autrice non é cambiata di una virgola da come la ricordavo, ma l'ho riscoperta arricchita da una nota melanconica e misteriosa che lascia un po' di tristezza e regala in cambio il fascino dell'irrisolto della vita reale. In ogni caso, ringrazio di cuore l'anima pia che ha reso nuovamente disponibile online il 'finale alternativo': magari mi denoterà come una lettrice 'non attenta', ma é stato bellissimo vedere confermate le mie teorie!
Una saga familiare interessante le cui vicessitudini e i misteri sono orchestratei e raccontati con grande maestria, come ci si può sempre aspettare dalla Pitzorno. Ho ritrovato in questo libro per adulti tutto ciò che del talento dell'autrice mi aveva affascinato da piccola e in particolar modo la sua capacità di raccontare qualsiasi cosa - anche la più intricata - con una semplicità disarmante. Se non fosse per il tema, il libro lo potrebbe leggere anche un bambino, così come i suoi libri per "bambini" sono altrettanto affascinanti quando li leggi da adulti, perché una bella storia, quando c'è un bravo autore a raccontarla, non ha bisogno d'altro.
Pensavo d'averlo letto con cura, e invece non avevo capito un bel niente. Meno male che la Pitzorno, donna meravigliosa, ha pensato anche a noi scemi e ci ha dato un capitolo extra sul suo sito.
un romanzo famigliare che strizza l'occhio al soprannaturale e alla mitologia. non è perfetto, in alcuni momenti traballa, ma ho trovato quello che cercavo e tanto mi basta. ci sono intrighi e segreti, citazioni colte, riferimenti alla letteratura e alle narrazioni popolari. io non sono più bambina e questa non è la Pitzorno spumeggiante dei romanzi per ragazzi, però durante la lettura mi è sembrato di tornare ai pomeriggi trascorsi in compagnia delle sue ragazze ribelli :)
E' un vero e proprio piacere. Penso che i temi siano un po' controversi, e l'assenza di una risposta eloquente nel testo possa essere considerata uno svantaggio; ma per me, lo stile di Bianca Pitzorno e la sua capacità di sommergere il lettore nella storia sono davvero ammirabili.
P.S. Sono rimasta soddisfatta dopo aver finito il romanzo, ma pensandone un po' dopo ho capito che ce ne sono state alcune linee che non era state concluse assolutamente. Credo che sia l'idea principale del libro: non tutte le cose sono così importanti.
Assegno tre stelle solo perché voglio bene alla signora Pitzorno, che con le sue storie ha arricchito la mia infanzia e preadolescenza, ma questo libro purtroppo è stato una delusione e secondo me il target di riferimento non dovrebbe essere il lettore adulto ma sempre quello più giovane.
Rimetterò in ordine i miei pensieri e scriverò qualcosa di più strutturato.
Solitamente non lascio recensioni, ma questo libro ne merita una, seppur in negativo. Come molti altri, giungo a questo romanzo in quanto affezionata lettrice bambina dei libri per ragazzi della Pitzorno: i ricordi delle vicende narrate non sono così dettagliati, ma è nitida la sensazione di affezione e compartecipazione ai patemi, le ansie e le gioie delle piccole protagoniste. Questo non accade con Ada, la quale, nonostante i tentativi dell'autrice, rimane un personaggio senza particolare spessore e di conseguenza privo di appeal. I pensieri della protagonista non giungono mai a conclusione e sembrano piuttosto un mezzo utilizzato dalla Pitzorno per ostentare in maniera auto-compiaciuta la propria indubbia cultura classica. La boria classicista purtroppo non riesce ad esser controbilanciata dalle vicissitudini che coinvolgono Ada, tanto che per almeno un terzo del libro non si intuisce minimamente se e quando la narrazione spiccherà il volo: e in effetti il decollo che si preannunciava incerto fallisce miseramente. L'intero volume è, per quanto mi riguarda, un susseguirsi - non sempre fluido, peraltro - di avvenimenti quotidiani poco interessanti e che non apportano nulla alla trama, di deliri onirici semi-coscienti che sembrano fungere solo come escamotage per il già menzionato sfoggio di cultura dell'autrice, di interventi assolutamente trascurabili da parte di personaggi caratterizzati scarsamente, perlopiù tramite veloci accenni e pennellate dozzinali che non consentono di delineare personalità credibili da amare o avere in odio. La mitologia greca si fa grimaldello per elevare e nobilitare le circostanze che coinvolgono la famiglia Bertrand-Ferrell, nella quale però non c'è una singola figura con la quale il lettore percepisca un legame emotivo e un interesse reale. Lungi dall'invogliare il destinatario ad approfondire i miti classici, il rischio è che il ripetuto snocciolarli in maniera spesso pretestuosa se non proprio pedante, li faccia percepire come un qualcosa di superato e fastidioso, che non arricchisce il racconto ma lo rende pesante e lo rallenta. Lo stesso titolo risulta fuorviante e genera un effetto di spaesamento e delusione delle legittime aspettative del lettore: la "vita sessuale" di cui ci si fa menzione ha cittadinanza in questo libro in modalità esclusivamente aneddotica e frammentaria, senza una reale continuità col quadro d'insieme. Le sue uniche funzioni sono quella di "colorire" passaggi che diversamente sarebbero del tutto trascurabili o di sottolineare il degrado della condizione femminile all'interno del contesto storico e sociale descritto: tematica di certo sempre meritevole di considerazioni ed approfondimenti, che tuttavia non riescono qui a trovare un loro compimento. Inoltre, il tono ironico e confidenziale del sottotitolo sottintende un tenore altrettanto brillante del racconto, che è invece inesistente e lascia spazio ad un racconto annoiato e che annoia, tanto da costringere a leggere alcune pagine in maniera maldestra e raffazzonata, pur di arrivare al dunque. A chiosa di un'esperienza di per sé poco entusiasmante, arriva il capitolo extra pubblicato dalla Pitzorno, che invece di confrontarsi francamente con le perplessità del pubblico si rifugia in queste righe conclusive in cui le spiegazioni si mescolano a una auto-indulgente giustificazione delle precedenti mancanze. Detta in maniera spicciola: se una cospicua percentuale di opinioni concorda sull'incompiutezza di molti filoni narrativi lasciati tronchi e sulla complessiva poca chiarezza di premesse, svolgimenti e conclusioni, forse le cause non sono da ricercare in una presunta scarsa attenzione o arguzia del lettore, quanto piuttosto nelle falle dell'impianto espositivo. Volendo scendere nel merito, mi sembra tra l'altro che anche lo scioglimento di alcuni nodi sia infondato, quasi postumo: in effetti - ma magari in questi caso davvero si è trattato di mia distrazione - gli "indizi" sulla reale identità sessuale di zio Tan non li avevo neppure recepiti come tali; mentre la scoperta omosessualità di Giuliano mi era parsa sin da subito un'ovvietà; la natura immaginaria di Estrella, infine, l'ho avvertita come un dettaglio esoterico aggiunto a ufo per colmare una parentesi aperta senza consapevolezza di dove potesse poi andare a parare. Ne risulta un romanzo che non mi sento di definire familiare in quanto la dinamica corale è assente; parabola femminista nemmeno, visto che le protagoniste donne manifestano, e con le parole e con l'azione, poche idee e confuse. È un lavoro che sicuramente si lascia leggere ma nel complesso, mi spiace dirlo, essenzialmente superfluo e che lascia in bocca il sapore di un'occasione sprecata.
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"Il mio “vizio di leggere”, da bambina, aveva quasi esclusivamente un solo volto. Sì, eccome se me la immaginavo questa signora, immersa con passione nelle sue storie che mi entusiasmavano così tanto. Storie di libertà e sogni, di realtà belle e brutte, ma con un immancabile lieto fine. Non sapevo nemmeno in che parte del Mondo abitasse questa mitica scrittrice che ammiravo tanto, ma in quegli anni non mi interessava perché la sentivo comunque vicina al mio essere. Vi sto parlando di Bianca Pitzorno, scrittrice conosciutissima in Italia e all’estero che rappresenta un pezzo importante della mia infanzia: l’ho saputo da subito, infatti, ne ero più che certa: in compagnia dei suoi libri avrei passato delle ore incredibili con le sue eroine, tutte al femminile e le sue storie, mai noiose, mai banali, figlie di una fervida immaginazione che mi faceva sgranare gli occhi pagina dopo pagina. Il suo Ascolta il mio cuore (Mondadori, 1991) ha la mia stessa età. Polissena del Porcello (1993), bambina capace di inventarsi un’altra vita mi piaceva tanto. Anni dopo ho ricevuto in regalo, letto e riletto Tornatràs (2000), eletta mia personalissima storia preferita tra quelle scoperte fino a quel periodo. Tra tutte, a dir la verità. Ho sempre adorato Bianca Piztorno. L’ho sempre trovata di una semplicità e di una profondità disarmante. Fantasia, realtà, alberi genealogici, intrecci, incontri, bambine in bicicletta coi capelli rossi e le lentiggini, incomprensioni, adulti troppo bambini. Proprio questo, l’ultimo romanzo per ragazzi della Pitzorno che ha fatto breccia nel mio cuore forse molto più degli altri, mi ricorda che di tempo ne è passato. Non possiamo più identificarci, io e le altre bambine – eroine della mia generazione, nei bellissimi personaggi nati dalla penna di questa scrittrice capace di venirti incontro e travolgerti in un vortice di emotività e ottimismo anche quando le cose si fanno più nere. Siamo cresciute. Anche il modus scribendi della Pitzorno è cambiato. Il romanzo soggetto – oggetto di questa recensione non è un libro per ragazzi. Assolutamente. Ce lo dice il titolo stesso: La vita sessuale dei nostri antenati, uscito lo scorso primo giugno ed edito sempre dalla Mondadori. Dando uno sguardo solo alla copertina, ci aspetteremmo qualcosa tipo un saggio universitario di socio-etno-antropologia, ma vi assicuro che non si tratta di questo [...]" continua a leggere su Liberi di Scrivere, https://liberidiscrivereblog.wordpres...
Romanzo molto interessante e particolare che, attraverso la vita di Ada, racconta la storia di tutti i Ferrell, una nobile famiglia di un paesino italiano. Tra tradimenti, matrimoni combinati, mortalità infantile ma soprattutto l'orgoglio di essere nobili e la paura dei pettegolezzi dei compaesani si dipana una storia lunga quattrocento anni di diverse generazioni. Ada è l'alternativa, quella che appena maggiorenne scappa all'università, proibita fino ad allora dalla nonna, quella che non porta gioielli e professa l'amore libero. Ormai quarantenne ha una crisi esistenziale e rimette in discussione tutta la sua vita. Si ritrova per caso anche a leggere il diario della rigida nonna, di quando era una ragazzina che ha sposato un uomo con figli molto più grande di lei. In questo romanzo si esplorano i rapporti famigliari, anche alla lontana, e si fa un tuffo nella mentalità del passato, nella guerra, in tutte quelle cose che non si potevano accettare per paura di uno scandalo, come l'omosessualità e le gravidanze indesiderate (a causa dell'ignoranza in cui si lasciavano le giovani donne un tempo). Si parla di dolore per la perdita di un figlio, per la scelta sbagliata del proprio marito, per i tradimenti, le botte, per dei genitori che farebbero sposare la propria figlia con l'uomo che l'ha violentata. Si parla di perdita di innocenza, dell'inconsapevolezza della propria identità, di filgi illegittimi, di evidenze celate. E in mezzo a tutto questo viene dato ampio spazio alla storia e ai miti greci, di cui Ada è un'esperta ed una professoressa universitaria. Molto spesso l'autrice ricollega personaggi antichi con persone comuni e, attraverso questo espediente ed un viaggio in Grecia di Ada e la sua migliore amica, racconta la storia di tanti eroi, amanti e dei dell'antichità. Ho trovato quest'ultimo punto molto interessante, che, insieme alle molte citazioni a libri classici italiani, arricchisce la storia familiare e la rende immortale. Un altro punto importantissimo del romanzo è la femminilità, ciò che hanno dovuto subire le donne nella storia e come sono cambiati i nostri diritti e le nostre possibilità. Ogni pagina, ogni personaggio grida giustizia per la condizione femminile, ma lo fa con una delicatezza e senza paternalismo, attraverso il racconto di vite quotidiane dalle quali attingere insegnamenti ma soprattutto cultura, una storia che spesso si tende a dimenticare ma che ancora, purtroppo, ci portiamo dietro.
Ho deciso di mettere le cinque stelle a questo libro perchè nonostante alcune cose che mi hanno lasciata un po' perplessa è stata una lettura piacevolissima. Questo libro è innanzitutto una saga famigliare, ma al femminile, i personaggi di spicco sono (quasi???) tutte donne, molto spesso anticonformiste, coraggiose, ribelli e avanti coi tempi. Ada, la protagonista ha qualcosa di queste donne ma poteva essere molto di più, capisco i tempi, capisco la provincia però rispetto alle sue antenate era un tipo tranquillo. Come ogni saga che si rispetti, non mancano i misteri, le scoperte ed i colpi di scena. La fine arriva così all'improvviso, lasciando al lettore il compito di unire tutti i puntini e di immaginarsi il futuro della famiglia nella sua testa. Una scelta che condivido. L'unico punto che non sono riuscita a comprendere è quello che gira intorno ad Estella, nonostante abbia persino riletto alcune parti non capisco gli indizi dell'autrice. Peccato.
Il romanzo stenta un po’ a decollare nella prima parte ma, una volta avviato, l’inconfondibile scrittura di Bianca Pitzorno non tradisce mai. Gli intrecci familiari, I continui riferimenti alla cultura classica e le avventure e disavventure di Ada sono tutto ciò di cui una donna cresciuta a Lavinia, Prisca, Diana e molte altre splendide eroine, possa desiderare. Spero vivamente ci sia un seguito che possa rivelare quei misteri rimasti irrisolti.
All'autrice ci sono affezionata sin dall'infanzia (per questo ho dato due stelle invece di una) ma questo tentativo di trasposizione delle sue tematiche maggiori che così tanto funzionano nei suoi libri per ragazzi, qui non c'entra il punto, anzi sa tutto di raffazzonato e a tratti noioso e inutile. Tanti spunti e tante cose lasciate a metà, vedi la questione dell'anello o della nuova vita dell'ex compagno.