Paola Caridi è una giornalista, scrittrice e da oltre venti anni si occupa del Medio Oriente. Ha vissuto per anni a Gerusalemme e con questo libro ha deciso di fondere le sue memorie con l’attuale situazione politica della Palestina.
L’originalità della Caridi è quella di aver dato la parola agli alberi, testimoni silenziosi di guerre e migrazioni, intensificate negli ultimi decenni.
L'albero, propulsore delle riflessioni dell’autrice, è il gelso dalle more rosse o meglio il suo moncone, ciò che resta di quell’albero rigoglioso che un tempo ombreggiava il cortile del quartiere di Musrar dove l’autrice ha vissuto per anni.
Fanno da protagonisti silenziosi i sicomori di Gaza e i lecci, definiti alberi-piazza perché radunavano le comunità, gli aranceti di Jaffa diventati simbolo di prosperità economica della Palestina prima della Nakba, il Ficus di Palermo simbolo del colonialismo botanico.
Lo sono anche le decine di milioni di “alberi stranieri”, molto spesso pini, piantate dal Jewish National Fund col solo fine di “Cancellare i villaggi palestinesi spopolati dalla memoria, e prevenire il ritorno dei rifugiati palestinesi”.
Allo stesso modo, gli uliveti di Betlemme furono sradicati per lasciare spazio al muro di cemento armato. In pochi mesi non cambiò solo il paesaggio, ma anche la vita quotidiana: si interruppe una tradizione contadina millenaria fatta di raccolta, conservazione e riuso del legno di ulivo.
Un destino simile per i 2.500 alberi in Egitto che sono stati strappati dal tessuto urbano per dare spazio a quartieri borghesi sorvegliati in cui “gli alberi assumono unicamente una funzione di abbellimento sperimentato solo sullo schermo, come in un rendering”.
Il gelso, albero della prosperità del Libano fino alla Prima guerra mondiale, diventa anche il simbolo della “Grande Fame” sul Monte Libano, quando l’isolamento portò alla morte per carestia. "Le poche foto disponibili, nel bianco e nero di inizio novecento, sono del tutto simili a quelle che escono da Gaza, sulla fame e sullo sterminio per fame".
Lo stile della Caridi è un intreccio tra sentimentalismo e giornalismo: da un lato attribuisce agli alberi un valore quasi umano “Solo così, legando l’albero a un pezzo di corpo umano, riusciamo ancora a provare empatia”, dall’altro mantiene un tono giornalistico nel raccontare i fatti storici.
Ho trovato il libro originale e coinvolgente, Caridi ricostruisce la storia portando il lettore a una riflessione più profonda sui conflitti, spostando lo sguardo dagli asettici fatti di cronaca alle memorie, alle vite quotidiane e alle tradizioni millenarie fondanti la cultura degli abitanti di quei luoghi.
Lo consiglio a chi desidera sviscerare la storia del Medio Oriente non attraverso sterili tecnicismi, ma lasciandosi guidare dai suoni e dal profumo della natura, dalle memorie e dalle tradizioni culturali che hanno segnato la storia di quei territori.