Regno Unito, anni Ottanta, Thatcher al governo e liberismo alle stelle, ascesa degli yuppies, Guerra Fredda, conflitto nelle Falkland, working class sul lastrico e disoccupazione altissima, droghe a buon mercato e una pletora di culture giovanili quattro ventenni di origini irlandesi cresciuti nei sobborghi popolari di Manchester, Nord cupo e industriale dell’Inghilterra, esplodono brillanti e imprevisti come un astro di passaggio su questo sfondo poco rassicurante. Si chiamano Smiths, il cognome inglese più diffuso, ma sono tutt’altro che hanno un carisma e un’ispirazione fuori dal comune. La band si scioglierà dopo solo cinque anni e quattro album, ma sarà fatale per un’intera generazione – e ben oltre –, dentro e fuori i confini nazionali. La voce felpata, i testi perturbanti e il fascino sopra le righe del talentuoso frontman Morrissey diventano, insieme al sound agrodolce creato da Johnny Marr e all’alchimia strumentale di Andy Rourke e Mike Joyce, il segno di un’epoca in bilico sulla disillusione e l’insofferenza. Outsider ingestibili e, insieme, simbolo della britishness, “nuovi Beatles” e paladini dell’indie, sofisticati autori pop e acuti narratori della realtà che li circonda come delle emozioni più intime, gli Smiths sono finiti nel Parlamento britannico e tra le barricate in piazza, in film e serie tv, sui giornali e nelle ossessioni dei fan. È per tutte queste ragioni, come dimostra il libro documentatissimo e appassionante di Fernando Rennis, che questi charming men, fuori da ogni etichetta, sono diventati un’icona.
Fernando Rennis scrive di musica dal 2009 su riviste italiane e straniere, cartacee e digitali, ne parla in radio e su podcast. Ha pubblicato per Arcana quattro libri, tra cui "Un glorioso fallimento, l'eterno presente della Factory Records" (2022) e "Politics, la musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit" (2018).
Quel senso di solitudine attenuato dalla certezza che esiste qualcuno là fuori capace di raccontare in versi e musica quello che stai provando.
Gli Smiths. Una lode alla normalità. No censure, no sconti. Le accuse alla Thatcher, i riferimenti agli omicidi delle brughiere avvenuti nei Sessanta, il vegetarianismo, la fluidità di genere, il femminismo, e tutti quei bellissimi riferimenti letterari e cinematografici. Se oggi ci fosse una sola band in grado di toccare tutti questi temi sarebbe meraviglioso quanto raro. E raro lo era anche prima. Menomale che siete arrivati, Manchester boys. Peccato non avervi sentiti live, adesso posso solo assorbire tutto quello che ascolto. E ballare con Mike Joyce sugli Oasis in un circolo Arci.
Rennis ha scritto davvero un bel libro. Che ha un valore aggiunto non da poco: è un libro sugli Smiths. La mia rece qui: https://www.sentireascoltare.com/rece...
C’erano in quegli anni i Duran Duran ad Antigua, c’erano i Visage di Fade to Grey e il Culture Club, i super glamour, gli Wham, i coming out, i tenebrosi Joy Division e Coctoeu Twins, il suicidio di Ian Curtis e da lì in poi i New Order. E poi c’erano loro, Johnny Marr che reinventa e “britannizza” le chitarre dei Byrds e Morrissey dissonante e urticante, indigeribile. Pensate alla dittatura New Romantic, New Wave e New qualcosa di quegli anni e il dissidente Morrissey che si esibiva sul palco con la montatura degli occhiali che forniva il servizio sanitario nazionale in UK e un finto apparecchio acustico. Io, come tanti a quei tempi, abbracciavo il glamour in pubblico, ballavo le marce militari dei Frankie Goes to Hollywood, lanciavo sguardi alle feste sulle note di Borderline di Madonna, cantavo: “I’m Your Man”, ma poi nell’ombra, in solitaria, lacrimavo sui tormenti di Morrissey “I've spent six years on your trail…Six long years on your trail”, mi atteggiavo a dandy maledetto, guardavo e non decifravo quello strano aplomb, che oggi con disinvoltura tutti chiameremmo “fluidità di genere”. Amavo quei dischi, amavo quei dischi che compravo quasi clandestinamente, amavo vergognarmi di comprarli per poi ascoltarli allo sfinimento. Ancora adesso quando faccio un viaggio nostalgico nel pop di quegli anni The Smiths sono ancora “quell’altra cosa” che non somiglia a nessun’altra. Furono i migliori. Apprendo dalla lettura di questo bel libro che tutta questa leggenda durò non più di 5 anni e non produsse più di 4 album, eppure sembrò un’era; 1982-1987, più o meno gli anni del mio liceo. E non me ne vogliano i suoi estimatori ma ai tempi non mi importò nulla dell’omaggio a Claudio Villa scomparso durante i giorni del Festival di Sanremo del 1987, io aspettavo il Palarock, io aspettavo gli Smiths.
Il libro parla dei cinque anni di attività degli Smiths, dei loro successi ma anche di frustrazioni e controversie. Metto quattro stelle principalmente per l’evidente ed enorme lavoro di ricerca dell’autore.
Tuttavia si è trattato di una lettura relativamente complicata da portare a termine per via della modalità di suddivisione in capitoli scelta (e poi non rispettata: se un capitolo porta nel titolo, ad esempio, “1985”, mi fa personalmente impazzire trovare digressioni che parlino delle annate precedenti o successive).
Ottima l’idea di inserire diversi cenni al contesto storico, ma a volte mi sembravano totalmente scollegati dal discorso precedente, tant’è che mi è capitato di dover tornare indietro di diverse righe per riprendere un attimo il flusso di informazioni (e questo mi sembra sempre imputabile alla scelta di dividere i capitoli per album).
Insomma, con qualche accorgimento a livello editoriale un po’ più azzeccato sarebbe stata una lettura molto più fluida e piacevole.
Fernando Rennis ci racconta gli Smiths, uno dei gruppi più influenti della storia della musica rock guidati dall'inconfondibile voce di Morrissey e dallestrosa chitarra di Johnny Marr. Ma chi sono stati gli Smiths? La voce di chi era la normalità nella Gran Bretagna dei primi anni ottanta, che aveva tanto da raccontare ma che non aveva gli altoparlanti per farsi sentire, un gruppo indie che si è autogestito, una formazione che aveva tanto altro da raccontare ma che non ha avuto la forza di superare dissidi interni e problemi con la casa discografica di riferimento, la Rough Trade. Tutto ebbe inizio quando Marr bussò alla porta di casa del giovane Steven Morrissey. Quell'incontro ha dato vita ad una delle alchimie più riuscite della storia della musica. Epocale. Irripetibile. Nelle loro canzoni c'è tutta la rabbia nei confronti della politica, della Tatcher, il bisogno di essere sessualmente accettati e di non essere discriminati, il riferimento aulico a scrittori e scenografi che hanno influenzato Morrissey. È una biografia riuscita sulla band, che fa immergere empaticamente il lettore nelle dinamiche del gruppo che non vorrebbe mai arrivare all'inevitabile esito che tutti i fan conoscono, la fine della loro storia.
Interessante anche perché non è un genere che leggo solitamente quindi ho apprezzato la novità. Sono già sicura di essermi dimenticata molto di quello che ho letto, non sarò una esperta degli smiths solo grazie a questo libro, ma ho voglia di sentirmi tutti i dischi per fare una mia personale classifica. Comunque sicuramente ci sono delle cose che mi ricorderò a grandi linee e ho solo voglia di vedere documentari film e leggere di più sull'argomento. Tempismo perfetto da parte mia leggerlo prima di andare al concerto di Morrisey( si è successo davvero)
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