Michele Tessari è un avvocato che avvocato non vuole essere, ex necroforo, affetto da un disturbo bipolare, intrappolato nella vita come una cavia isterica ma consenziente, persino complice. Un «complice debole» del mondo in cui è immerso. Il disfacimento della sua terra si rispecchia in quello della sua esistenza, inquinata da un odio «che cammina come l'infezione, dalle caviglie alla bocca», dove si trasforma in grido. E quel grido investe la classe politica, le carceri, la giustizia, il sistema universitario, giù giù fino ai singoli individui, fino al narratore stesso, imbibito degli stessi mali contro cui si scaglia. È un grido modulato da una scrittura apocalittica, con una portentosa violenza evocativa. Non c'è consolazione in queste pagine, nessuna catarsi: solo letteratura. E, in letteratura, «coraggio» è soprattutto raccontare la verità. «Questo è il paese delle cose che stanno morendo. No. Questo è il paese dei corpi. Un paese pieno di corpi. Corpi che si svegliano morti, escono morti di casa, tornano morti; corpi che parcheggiano, scendono, sputano, corpi che si salutano, sbadigliano, bestemmiano sempre, fatturano. Corpi camminanti».
Un esordio importante e sorprendente. E subito un bel premio, il Calvino 2013, autorevole riconoscimento agli scrittori esordienti. Una sfida linguistica ardita e sicuramente vinta. Cartongesso assicura fuochi d’artificio (e petardi, bengala, botti, mortaretti, castagnole, razzi), fiamme (e faville, scintille, vampe, falò, incendi), garantisce foga (e ardore, vigore, passione, entusiasmo, fervore, immaginazione), bollicine (e spuma, effervescenza, schiuma, fermento), regala frizzi (e motti, arguzie, bottate, frecciate), ricchi premi e cotillon, fascia d'oro per il lettore… Cartongesso è composto con un lessico amalgamato all’idioma veneto e a neologismi, in modo da inventare una lingua nuova, viva, pulsante, fresca, divertente, emozionante… Cartongesso è una devastante analisi che va ben oltre i confini del devastato nordest, che diventa una lucida feroce fotografia di un medioevo in corso d’opera, di una waste land che si sbriciola sotto il peso di umani e ratti proprio come il cartongesso, apparenza fittizia senza struttura. Cartongesso è un’invettiva a tutto campo, rabbiosa, ferita, velenosa…
Parente nobile: Ugo Tognazzi protagonista dell’adattamento cinematografico de “La vita agra” di Luciano Bianciardi.
Parenti nobili: Céline, Gadda, Bianciardi, Pasolini più volte citato dallo stesso Maino, Thomas Bernhard (e perché no Arbasino, o Meneghello, Francesco Pecoraro, Houellebecq, o Heinrich Böll…).
Parente (più o meno) nobile: Michele Apicella, l’alias cinematografico di Nanni Moretti.
Le pagine si susseguono con pochi punti, senza paragrafi, niente capitoli, pochissimi a capo, con una sfilza senza sosta di consecutive, che costringe a ritrovare il bandolo, cioè la frase che regge il discorso, si torna indietro, ma si rimane comunque trascinati dall’incanto della scrittura e dall’ironia che taglia più di un rasoio.
Non è certo qui la fatica della lettura, almeno non per me.
La mia fatica di lettore nasce dal fatto che Cartongesso mi appare irrisolto, sento che Maino ha lasciato nella tastiera qualcosa di importante.
Per esempio, qualche motivazione – ma ancor di più, uno sviluppo, un procedere da qui a lì, un andare da qualche parte. Il monologo del protagonista Michele Tessari (quasi un novello Michele Apicella) si interrompe dove finisce il libro perché lo ha deciso Maino, ma poteva andare avanti per altre duemila pagine, o invece, se si fosse fermato a pagina venti andava bene uguale, aveva già detto tutto. Perché Michele-Maino si ripete, si attorciglia, si contorce, si morde la coda. Non riesce a compiere il salto, manca di allungo. È figlio del ruminio mentale.
Stefano Maino durante un reading.
In più, la mia lettura sconta anche il fastidio che a me procura un protagonista alla fin fine molto banale, già noto, già visto e ascoltato: il solito provinciale italiano che si lamenta di tutto e tutti, che non molla gli ormeggi e non muove un passo per allontanarsi quanto meno dallo sfascio che lo molesta e aggrava, invece rimane avvinghiato a mammà e papà, le persone migliori del mondo, è provvisto di un gran buon cuore, visto e considerato che è l’avvocato degli ultimi, quelli che pagano poco o non pagano affatto, e forse per questo, bene o male, si sente migliore della maggior parte dei suoi simili.
Boh. 1) Io apprezzo i pamphlet, le invettive, le reprimende, e persino gli insulti. Ma, come diceva mia nonna, lo scherzo è bello quando dura poco. Trecento pagine di scherzo sono tante. Anche perché non sembra che stia scherzando. 2) Perché scrive i numeri e poi mette le cifre tra parentesi? 3) La parte di Zuccon Ginetta è stupenda, e avrei visto bene Tognazzi nella parte dell'avvocato. Se l'avesse scritta in maniera decente, per dire, e non mainescamente, sarebbe stata ancora meglio. 4) In alcuni tratti sembra Grillo mischiato a Pasolini: i politici sono ladri e qua una volta era tutta campagna. 5) A volte la scrittura è coinvolgente, altre volte un verbale dei carabinieri è scritto meglio. 6) Ma soprattutto, ci crede, il Maino, a quello che scrive? 7) E poi ogni tanto si avverte un loro - cattivi, puzzoni maiali - e un io - l'avvocato scrittore che non vuole essere come loro - e a me le dicotomie buoni-cattivi mi fanno schifo. 8) Anzi, mi piacciono. Però la dicotomia mi piace raccontata dalla parte del cattivo. Il buono è troppo facile. 9) Non sopporto chi scrive Itaglia al posto di Italia. Tipo quelli che dicono Rubentus per Juventus convinti di essere originali. 10) Boh.
Un bellissimo libro di tenebre e rabbia, sangue marcio e lingua viscerale, che narra un paesaggio umano umorale e grottesco, senza suolo: un umanità obliqua e inesistente, fatta di corpi già morti, in cerca di inutile resipiscenza. Con raffinata autenticità e un dialetto primigenio fortemente evocativo, si sviluppa il monologo di Michele Tessari, avvocato-topo bipolare, con una passione ribelle e una moralità anacronistica, schiavo in un paese che è indietreggiato, che è stato venduto, perdendo ogni identità. Questo mesoveneto inventato dall'autore è popolato da anime prive di equilibrio morale, inebetite dal mito del potere, ammansite dal consumo. E così quello cui ambisce il protagonista rimane il liberarsi dai fantasmi che lo pervadono, con lo scopo di vivere in modo inefficace, per risvegliarsi, per uscire dal coma. Progetto destinato a fallire, per chi, complice debole di persone migliori di lui, non è in grado di adattarsi al deserto che lo circonda e diviene vittima di un endogeno e inesorabile odio.
“Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità”. A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio
Un inizio folgorante, si sta per gridare al capolavoro, si scomodano nomi grossi, Gadda e Bernhard su tutti, e poi il romanzo si avvita, si autocompiace, non va più da nessuna parte. Davvero fa rabbia questo eccezionale esordio di Maino, che ha dalla sua uno straordinario uso della lingua e uno sguardo furioso su un Veneto geneticamente modificato da un arricchimento fast-forward, gli ex Peruzzi contadini morti di fame che metton su il capannone, anelando alla fabbrichetta, la fighetta, la villetta, tutto rigorosamente in nero, siamai, e tutto nella più diffusa e pervicace incultura, nella complicità sistematica dell'orrenda classe media, nello sfascio istituzionale, nello sfregio edilizio di cartongesso e amianto sulla terra che fu di Palladio e della Serenissima. Nessuno si salva a cominciare dal protagonista, e forse proprio qui sta il limite, in uno sguardo che da morale diventa presto moralista senza sfumature, che condanna tutti i Zorzi Vila, cioè quegli altri, quelli che non leggono, non fanno fattura, votano lega, che preferiscono farsi rincoglionire dalla tv dalla merce, dal gippone, dalle tette finte, dalle chiacchiere al bar. E noi bravi, intanto, dov'eravamo?
sarebbero 4 o anche 3.5 perché al libro avrebbe giovato maggior spina, il dirmi qualcosa di davvero nuovo sui luoghi descritti piuttosto che limitarsi a confermare nel dettaglio il già noto, e un tocco di "bene" onde rendere più virulento, per contrasto, il "male". Detto ciò, gli do comunque 5 stelle perché come esordio resta sbalorditivo per dominio della lingua, degli strumenti e della struttura. Inoltre, nel drammatico, fa pure ridere (il pezzo sulle porzioni di bivilla e la merda è meraviglioso).
So che con questo libro l'autore ha vinto il Premio Italo Calvino e probabilmente non sono un lettore all'altezza di un simile capolavoro. L'ho abbandonato dopo un centinaio di pagine, in preda a una rara crisi di rigetto. Più che un romanzo, mi sembra un reflusso gastroesofageo. Insopportabile, respingente, acido, logorroico, pieno di stereotipi mal digeriti e vomitati in trecentoquarantanove pagine di livore, acredine, disprezzo, in un delirio di numeri tra parentesi e corsivi.
Michele Tessari, trentasette anni (nel 2009), vive a Insaponata di Piave nel “Venetorientale” (“Cisalpinia”, Italia) e fa l’avvocato “di casi disperati”. “Cartongesso” è il suo “urlo accanito”, il suo “delirio matto” - per usare le parole dell’autore nella nota in calce: è la denuncia del piccolo mondo marcio che gli sta intorno, dominato dalla “classe dirigente più ignorante, bifolca, analfabeta e scaltra e, nel contempo, più affamata d’Europa”, imbruttito dalla cementificazione e cartongessatura - il suolo da tempo finito -, destabilizzato dalla disintegrazione sociale, tra arricchiti negli anni buoni che ostentano e giovani ricchi che pure ostentano ma a volte tremano, tra sempre poveri che sempre soffrono e poveri nuovi, immigrati da est e da sud, che arrancano, faticando, trafficando. Con acredine particolare, perché li conosce e disprezza da vicino, Michele Tessari denuncia gli avvocati spregiudicati, tutti “raggiro e cravatta”, “topi togati che giocano con la pelle della gente”, sempre a rosicchiare dove possono, più che possono. E poi però non manca, Michele Tessari, di denunciare anche se stesso, il suo disadattamento, la sua crescita difettosa e incompleta che ne ha fatto “un ometto contorto” con “una visione paurosa” del mondo che lo circonda, e dunque “un intruso”. In un finalino privo di dettagli, quasi di sfuggita, l’autore informa che Michele Tessari, “irrimediabilmente segnato da un destino sinistro, quello dei pazzi”, muore il 6.12.2009: agevolando il suo distacco, vien da credere. Con “Cartongesso”, esordio roboante, Francesco Maino scuote il panorama letterario nostrano con un’opera forte e diversa: con echi di Bernhard - perfino -, di certe sue pagine cariche di ossessioni e delle sue bordate contro gli elementi che giudicava più deteriori e insopportabili dell’Austria, il paese natale.
Mi limito a riportare le motivazioni della giuria che gli ha assegnato il Premio Calvino 2013, sottoscrivendole in pieno: La Giuria decide di assegnare il Premio Calvino 2013 a Cartongesso di Francesco Maino per la sua natura felicemente ibrida (non è un romanzo né un saggio né un pamphlet) ‒ un difficile azzardo che nulla toglie alla sua capacità di coinvolgimento ‒ e per la straordinaria potenza inventiva della lingua. Un’invettiva contro il disfacimento del Veneto (e, per sineddoche, dell’intera nazione) e la sua trasformazione in un non-luogo di consumi banali, di vite perse in una generale omologazione, di cui è emblema la corruzione della parola. Il libro è un bilancio insieme personale e collettivo, nel quale la disperazione di un individuo e il suo intenso e inquieto disagio diventano una foto di gruppo antropologicamente esatta ed espressivamente efficace.” Fatevi un regalo, leggetelo.
Un'unica, lunga invettiva da parte dell'avvocato Michele Tessari contro la degenerazione in cui è caduto il Veneto e l'Italia intera con esso, con elenchi delle colpe morali, estetiche e a volte anche penali di un popolo alla deriva. Il protagonista, che si vede come un fallito a quarant'anni, non fa eccezione. Quello che è vivo e funziona alla grande è la lingua, nel suo mescolare citazioni alte e dialettismi. Non ho terminato il libro, perché l'impressione è che il monologo prosegua senza sviluppi e potrebbe durare uguale a se stesso all'infinito, ma resta un ottimo esordio che richiama grandi ispirazioni.
Che cosa c'è così terribile nella provincia italiana, nel Veneto orientale? La panoramica offerta da Maino non è per niente lusinghiera, ma cruda e perfetta: persone che vivono una non-vita perennemente all'inseguimento di un'illusione di felicità, schiavizzate dalla sete di potere e ricchezza, piegate a modelli di vita posticci e patinati. Pochi uomini che si sono conquistati un posto al sole, calpestando chi non ce l'ha fatta. Il deturpamento del suolo con gli spazi urbani che crescono senza controllo è il simbolo più efficace di una società che vive solo nel presente, di profitti immediati. Il cartongesso è il materiale che serve a creare finte strutture, spazi finti e precari: all'apparenza ha la solidità di un muro ... all'apparenza. Francesco Maino prende a pugni questo cartongesso, lo sbriciola. Riporta così all'essenza nuda, volgare e misera, un certo mondo che si regge su sovrastrutture splendide ma pericolanti, oltre che ingiuste. Ma dopo quest'opera di azzeramento non c'è nessun tipo di redenzione o di nuovo inizio. Cartongesso è un romanzo amaro e soffocante. Ho apprezzato molto i cambi di intensità della narrazione: ci sono momenti più distesi e riflessivi, ci sono poi accelerazioni dove la scrittura si contorce o esonda in lunghissimi elenchi martellanti. Linguaggio alto e basso si avvicendano, le parole sono spesso rivisitate secondo espressioni dialettali, non portano solo il loro significato usuale ma si caricano di connotati culturali specifici e concreti. Tutto questo non risulta però artificioso, anzi, c'è grande naturalezza.
Mi sono accostato a questo testo con grandi aspettative, perché avevo letto da qualche parte che il libro ha uno stile simile a quello di Thomas Berhnard, soprattutto nelle invettive. E in effetti pare proprio che Maino ci si sia ispirato... però... di Bernhard ce n'è uno solo! L'autore va avanti per più di duecento pagine, ininterrottamente, scagliandosi violentemente contro tutti e contro tutto, ma senza un briciolo di trama, cosa che - per carità - non rappresenterebbe per me un problema di per sé, ma scrivere un libro così è assai difficile: ho trovato il testo - nonché le invettive stesse - troppo finto, troppo artificioso. Nonostante alcuni passi interessanti, nel complesso ho trovato il libro faticoso da leggere e anche noioso. Dopo la metà, niente mi portava a voler proseguire la lettura - e sono un lettore forte, anche piuttosto onnivoro! Peccato perché l'idea era assai bella e... peccato pure per il sessismo onnipresente in tutto il libro: le figure femminili presenti nelle pagine sono praticamente tirate in ballo soltanto per i seni e il sedere. E so benissimo che il suo intento è proprio scagliarsi contro le persone e i loro difetti - i veneti in particolare - ma denigrare gli uomini per quello che fanno e le donne, invece, per il loro corpo, mi spiace ma si chiama sessismo. Lo accetterei in un libro di qualche decennio fa, ma non in uno del 2014.
Anche tre stelle e mezzo, però. L'invettiva contro il Veneto, l'Italia e forse il Pianeta dura tutto il libro. Ed è affascinante. Però poi diventa monocorde perchè appunto, dura tutto il libro. Scrittura inventiva, cupa ma vivissima. Poi piacerebbe sapere se l'autore pensa veramente quello che traccia nelle pagine oppure la penna è andata oltre. Altra domanda: Maino riuscirà a scrivere qualcosa di altro oppure questa sorta di autobiografia esaurirà la sua vena artistica?
Il Veneto come nessuno mai ha osato raccontare: una regione gretta, avida, volgare. Romanzo formidabile per la capacità narrativa, durissimo e spietato per il contenuto. Scrittura magistrale, io credo sarà difficile che Maino possa scrivere qualcosa di altrettanto potente.
Invettiva senza fine contro il veneto e i veneti. Malaparte scrisse "maledetti toscani", poteva perché era toscano. per gli stesi motivi Francesco Maino può farlo per i veneti.
Non molto tempo fa avevo letto, con grande piacere, il libro di Vitaliano Trevisan “Works”. Ne avevo rilasciato una recensione entusiastica; avevo letto anche le altre recensioni di Anobii, tendenzialmente positive. Qualcuno aveva paragonato quel libro a questo, “Cartongesso” di Francesco Maino, precedente di un paio d’anni, a volte citandolo come un modello rispetto a cui quello di Trevisan rimaneva indietro. Pertanto me lo sono procurato e me lo sono letto.
O almeno ci ho provato.
Perché per il momento lo mollo. Non so se dipenda dal fatto che, paradossalmente, la clausura mi offre molto meno tempo per leggere, e quindi per concentrarmi (leggevo soprattutto sui mezzi pubblici; a casa propria ci sono troppe altre cose da fare) ma non sono proprio riuscito a trovare la forza di arrivare oltre metà. Mi ha ricordato certi libri di Bernhard, ad esempio “Estinzione”: quando lo lessi mi chiedevo quando sarebbe cominciato a succedere qualcosa, e con raccapriccio a un certo punto mi resi conto che tutto il libro era un unico, compatto, delirante flusso di coscienza. Lo stesso per questo. Maino se la prende con il nordest, con la generale mediocrità culturale, con l’ossessione del lavoro, l’illegalità diffusa, il razzismo strisciante, la superficialità morale e tutto il resto, ma lo fa in un modo, come dire, piuttosto isterico, simile a quello di un bambino che pesta i piedi perché il mondo gli fa il dispetto di non essere come lui vorrebbe (e com’è che lo vorrebbe?). Non c’è analisi, argomentazione, penetrazione. Non c’è nemmeno un elemento di denuncia, dato che - a differenza di Trevisan - luoghi, persone e situazioni sono accuratamente mimetizzati.
Il bisturi di Trevisan, viceversa, scendeva molto più in profondità ad incidere il bubbone, con lo spirito di una persona che si riconosceva essa stessa profondamente affetta da quella bulimia del fare, del’accumulare e del considerare qualsiasi cosa, persone e ambiente comprese, unicamente sotto il profilo del loro valore d’uso, che è il principale male del nordest (non è che non ne esistano altri, e non è che lui non li abbia denunciati) e che analizzava il mondo che gli stava intorno, le sue ossessioni e le sue contraddizioni, partendo dalle proprie.
Per cui, al momento, basta. Poi ho anche voglia di leggere cose meno angoscianti, data la situazione.
Ibridazione/contaminazione/rielaborazione di Cèline e Bernhard, Michele Tessari è il Veneto, e il Veneto è l'Italia. Michele Tessari è un uomo-bambino di trentasette anni, mai veramente nato (come un fiume che scorre al contrario), figurarsi se può essere un adulto responsabile o indipendente. Vive di odio e di livore, verso la propria terra (territorio, anzi) e il suo popolo (popolazione, meglio). Ma egli stesso ne fa indissolubilmente parte. L'impianto da cui si sviluppa "Cartongesso" (titolo maledizione non solo del libro, ma dell'Italia tutta) è questo. Il resto sono 200 pagine piene di invettiva lessicale che travolge il lettore e non lascia spazio per respirare o salvarsi (eppure, anche pieno di un umorismo amarissimo). Perché leggere "Cartongesso"? Perché è un libro importante. Punto.
Un piccolo gioiello: una lingua vibrante, con continui salti di registro e con uso sapiente e cesellato del dialetto veneto, usata come un fioretto per esprimere la rabbia, la disillusione, l'amarezza del vivere in provincia. Maino sa essere sagace, violento, malinconico ed irriverente, ma soprattutto è autentico, lontano dai manierismi paraculi di certa letteratura contemporanea. Il risultato è davvero sorprendente, un'opera prima che lascia davvero il segno. Il testo (a cavallo tra il monologo teatrale, il testo biografico e l'invettiva) è un lungo flusso di coscienza che, per essere apprezzato, richiede di essere letto tutto d'un fiato, in una unica sessione, richiedendo l'attenzione di lettori forti e rodati.
Libro scritto in stile "flusso di coscienza": poche brevi pause di respiro tra un aneddoto e l'altro, molta ironia nel raccontare il mondo dei "contadini arricchiti" del veneto orientale. Comprensibile da chi pratica la regione e riconosce i luoghi camuffati dietro a pseudonimi di fantasia, di meno semplice lettura da chi non ci gravita attorno. Molto il dialetto, molti i modi di dire veneti e tabta l'ironia tagliente che corre per tutti i paragrafi, toni spesso eccessivi e diretti nel descrivere la rassegnazione del protagonista verso una realtà che odia ma da cui allo stesso tempo dipende. Libro che richiede concentrazione per essere appreso in pieno.
"E io? Che farò domani? Che ne sarà di me domani? Mi salverò anch'io? Mi verranno a prendere? Mi cacceranno? Mi riconosceranno per quello che sono? Finirà il dolore che mi preme il petto?" (p. 75)
"Itaglia: paese di presidenti, avvocati e cugini." (p. 166)
Una lingua violenta che è carta vetro. Un umorismo grottesco. Un immaginario abbagliante e sinistro. Una sintassi che ti porta all'apnea. Una lettura fastidiosa e respingente ma che, se superi le prime trenta (30) pagine, ti fagocita senza pietà, vomitandoti addosso l'ipocrisia oscena di un "mondo di esseri semplici" che vivono "efficacemente, e felicemente, uno stato di coma chiamato esistenza". Vana anche la speranza: perchè "la speranza, come tutti sanno, è alibi della coscienza". Un romanzo (romanzo?) sfidante nella forma (per il lettore) e ambizioso nella sostanza (per l'autore): una sintesi temeraria eppure felicemente riuscita.
Andrebbe letto tre volte, imparato a memoria, e poi bisognerebbe fare una gita nelle terre (non teritori!) citati. Forse renderebbe l’occhio clinico, forse la tolleranza ormai acquisita non permetterebbe di apprezzare alcuna differenza. Ad ogni modo, è talmente denso — e straziante e desolante eccetera eccetera — che dopo la prima lettura se ne avverte una repulsione quasi fisica: “ci sei, so che sei la Bibbia del nordest, ma non ti aprirò, non farò la fine di quel mona di Tessari”.
250 pagine di monologo duro, spietatissimo, tremendamente vero sulle miserie personali e sulle miserie di un Veneto che sprofonda nella mediocrità della provincia, dell'oscurantismo, della nebbia umida della "padania" lavoratrice e occupato solo a produrre soldi e disumanità.
Un lungo monologo dell'Avvocato Michele Tessari che sputa contro tutto e tutti.
Il testo non ha una trama, procede per accumulo di riflessioni. Tutto il romanzo ruota intorno alla descrizione inviperita del popolo veneto, delle sue meschinità, piccolezze, del suo attaccamento ai soldi, al lavoro, al territorio, alle proprie radici. Un popolo miope, legato alle apparenze e dedito al lavoro non per spirito di nobiltà ma per fame di successo. Non c'è comunità, ma solo arrivismo: tutti cercano di sopraffare tutti.
E' un discorso populista che a tratti sembra quasi comico tanto è esplosivo. Un cinismo totale che non fa altro che cercare ogni singolo angolo di lordura in questo Veneto contemporaneo. A parlare è un uomo pigro, incapace ad agire, vittima di un sistema al quale non si oppone, poiché invischiato nel suo essere un figlio viziato, che trascina la sua vita come se fosse un peso inevitabile e senza senso.
Il romanzo, alla lunga, annoia: non solo perché è ripetitivo, riscaldando dopo un po' sempre la stessa minestra, ma anche perché le riflessioni sulla società arrivista contemporanea non aggiungono nulla a cose già dette e ridette. Inoltre il punto di vista cinico del personaggio rende tutto così semplicistico, tanto da non risultare nient'affatto profondo. Da ciò ne risulterebbero degli effetti comici, se non si capisse che l'autore non aveva per niente l'intenzione di far ridere.
A stupire è la lingua, determinante punto di forza di un libro che, altrimenti, non sarebbe valsa la pena leggerlo. Un linguaggio preciso, che si arricchisce di regionalismi, citazioni, note a piè di pagina, linguaggio burocratico e stile corrosivo. Un linguaggio ansioso e nervoso che procede per accumulo di parole, oggetti, facendo sì che la sintassi strabordi quasi a rendere impossibile la chiusura della frase: i periodi sono lunghissimi, come se ci fosse sempre un ulteriore informazione da dare, un ulteriore inciso che va ad ampliare la frase. Una lingua energica, ritmata, che fa attenzione ai suoni, che imita le dislocazioni del parlato, che getta le pause nei punti giusti,
E' un libro che consiglio agli amanti dello stile, a chi si concentra più sulla lingua che sul tema e le riflessioni del libro. Non manca di momenti intelligenti e di punti narrativi spassosi, ma prevale un forte senso di ripetizione e una certa sempliceria nel modo di analizzare la società contemporanea.