Pompei, 79 d.C. È una donna tenace e dal fascino spietato, Camma. Prima schiava nei lupanari, nel Tempio di Cibele coltiva in segreto l’arte dei veleni. Ha un solo desiderio: vendicare la sua famiglia, uccisa dall’esercito romano. Ma è una donna paziente, e sa aspettare il momento giusto per uccidere chi le ha rubato tutto. Nella stessa città, lasciva e corrotta periferia dell’Impero, il prefetto Quinto Terenzio Massimo sta preparando una congiura ai danni dell’imperatore. Avido e senza scrupoli, per realizzare il suo piano deve spegnere una rivolta: con una schiera di ribelli, l’ex centurione Silano sta seminando il terrore alle pendici del Vesuvio. È finito al centro di giochi più grandi di lui, ma non si tira indietro di fronte al pericolo. Sarà il cuore a tradirlo: quando perde la testa per Camma, non può immaginare che la donna, come chiunque a Pompei, ha un conto da saldare ed è pronta a tutto per farlo. Ma mentre soldati e banditi si fanno la guerra, la tragedia esplode, ineluttabile: la terra trema e una pioggia di fuoco e lapilli solca il cielo abbattendosi sulla città, destinandola alla leggenda. Il passato sepolto di Pompei fa da sfondo a un romanzo potente ed evocativo, che ci mostra il volto più oscuro della storia romana. E ci ricorda come in un solo giorno tutto può cambiare. Per sempre.
Angelo Petrella è nato a Napoli nel 1978. Ha scritto i romanzi Cane rabbioso (2006), Nazi Paradise (2007), La città perfetta (2008), Le api randage (2012), Pompei. L'incubo e il risveglio (2014), Operazione Levante (2017), tradotti anche all'estero. Come sceneggiatore firma soggetti e script per il cinema e la televisione.
Penso di aver già raccontato questa storia. Nell'ottobre 2008, comprai un libro intitolato La città perfetta, di Angelo Petrella, dopo averne letta una buona recensione sulla rivista "Sette". Una domenica pomeriggio, lo aprii e iniziai a leggerlo. Quello che accadde dopo è una cosa che, finora, non si è più verificata con nessun altro libro. Rimasi chiusa ore e ore in camera e passai letteralmente la notte in bianco perché non riuscivo a smettere, dovevo assolutamente andare avanti e arrivare all'ultima pagina. Allora acquistai subito tutti gli altri titoli scritti da Petrella fino a quel momento e per un po' ho continuato a farlo anche in seguito, usciva un suo romanzo e lo compravo sulla fiducia (Le api randage e infine questo Pompei).
Purtroppo, man mano che li leggevo, mi sono sempre più convinta che Petrella è stato, per quanto mi riguarda, una one-hit wonder. Il miracolo non si è mai più ripetuto.
Anche questo Pompei (in cui pure l'autore ha il merito di aver sperimentato con un'ambientazione e un genere per lui inediti) è un action-movie su carta, con combattimenti e botte ogni 2-3 pagine, scritto malino, precipitoso e confuso negli sviluppi (ad esempio: a un certo punto il buono si ritrova, costretto dalle circostanze, a ; importanti snodi narrativi avvengono "fuori scena" e l'autore neanche si cura di spiegarli, tipo come faceva a dare al prefetto le informazioni sugli spostamenti dei ribelli? "Non sapremo mai la verità", sic. Ah, ok.), psicologie elementari (all'inizio Massimo sembrava spiccare, ma si riduce ben presto a supercattivo), alla fine insoddisfacente al massimo (300 pagine con il ritornello di Camma che vuole ottenere la sua vendetta, e poi all'ultimo ), si legge in fretta e si può dimenticarlo altrettanto rapidamente.
Petrella dopo Pompei, che è del 2014, ha scritto anche altro, magari ha ritrovato la sua forma migliore, ma a questo punto non mi interessa più scoprirlo.
Ho smesso di leggere questo libro a pagina 76, all'ennesimo errore storico. Senza fare spoiler abbiamo: - hanno venduto gli schiavi prima del trionfo, invece di esporli insieme al resto del bottino; - una prostituta ovviamente schiava, ma nel mondo romano le prostitute erano lavoratrici con pieni diritti; - una donna che si stupisce che un uomo, che credeva fosse "un pederasta o un eunuco", ci provasse con lei, peccato che la bisessualità era la norma nel mondo romano, per i maschi (e non è una scusa che lei fosse germanica, perché se sapeva cos'era la pederastia, allora doveva aver notato le preferenze dei maschi romani); - gli schiavi sono marchiati a fuoco e non hanno il collare di metallo intorno al collo (quindi evidentemente in questo "mondo" i liberti rimangono schiavi anche dopo essere stati liberati); - un romano si presenta come "Lucio Sesto Silano", due prenomen e un cognomen.
Forse possono sembrare piccole cose, ma sono errori che si accumulano e rovinano la trama, a mio parere, oltre che diffondere falsità storiche.
Una potenziale bella trama non giustifica un'ambientazione storica fatta in questo modo. Se l'autore voleva sviluppare questa trama, poteva ambientarla in un tempo che conosceva meglio o in un mondo ispirato all'Antica Roma, in cui almeno il lettore sa che non deve cercare l'esattezza storica. Se proprio voleva metterci il Vesuvio (il motivo per cui ho comprato questo libro), allora poteva chiedere una consulenza ad uno storico o informarsi di più.
Britannia, 78 d.C. Nella battaglia decisiva tra i Romani e gli Ordovici, il tribuno Quinto Terenzio Massimo, disobbedendo agli ordini del legato Gneo Pompeo Quintiliano, abbandona il campo di battaglia per andare a catturare donne e bambini e costringere in questo modo i barbari alla resa. Tra le donne catturate c'è Camma, la moglie del capotribù Taranis, che dopo essere stata violentata è costretta ad assistere inerme alla morte del marito e del figlio. Condotta a Roma, Camma viene venduta come schiava al proprietario di un lupanare di Pompei e piano piano accetta il suo destino, coltivando un solo desiderio: vendicare la sua famiglia.
Di Petrella avevo letto "La città perfetta" e lo avevo adorato. In questo romanzo Petrella abbandona terreni a lui più congeniali per fare un passo indietro di duemila anni… Noir e colpi di scena non mancano, scrittura abile, e grande lavoro di ricerca e di studio sui fatti del passato, senza però andare a fondo. Avrei preferito un maggior approfondimento (alla Valerio Evangelisti per intenderci) anche a discapito della fluidità del racconto. 3.5/5