"Fra le righe" è un buon libro per chi è intrigato dal mestiere del traduttore e si è sempre chiesto come funzionassero certi meccanismi. Pareschi ci accompagna in questo saggio (che è un po' autobiografia) e ci racconta le sfide che un traduttore spesso deve affrontare e come le po' vincere. È una lettura interessante, scorrevole, su un argomento spesso trascurato.
Però. Un primo appunto che mi sento di fare è questo: l'autrice si adagia un po' troppo sulla sicurezza che il lettore sappia l'inglese. È ovvio che un libro sulla traduzione sia più facile (e anche più interessante) se chi legge conosce l'una e l'altra lingua, ma guardo sempre con occhio critico chi, nella foga della spiegazione, non pensa ai lettori che hanno delle conoscenze diverse dalle proprie. Diverse parti non sono tradotte ma spiegate, abbastanza per capire il concetto ma lasciando (a parer mio) una muta insoddisfazione per chi non capisce tutte le parole. (Sicuramente questa è la mia pignoleria, causata da innumerevoli libri di testo che proponevano frammenti di brani in tedesco senza alcuna traduzione, ma credo sia una una critica valida.)
Un secondo commento è forse frutto del mio pessimismo: gli ambienti e le situazioni descritte da Pareschi mi sembrano utopie. Poter imparare il mestiere fiancheggiando una traduttrice esperta, workshop di traduzione, uno scambio continuo con l'autore del testo originale. Sono scenari idilliaci, bellissimi, e mi chiedo se siano possibili oggi come lo erano 25 anni fa per l'autrice. Credo ci siano molte sfide nell'editoria odierna, tra cui anche il fatto che ormai si pensa che "tutti sanno l'inglese" e che quindi il lavoro di traduttore o interprete possa essere fatto da molte più persone (mi è bastato vedere come, anche in una fiera rilevante come Lucca Comics, nel 2019 ad interagire con un autore inglese non ci fosse un interprete ma una scrittrice italiana che "sa l'inglese"). Altra questione credo sia l'importanza dei "pilastri della traduzione": chi si è instaurato nell'ambito terrà il suo posto per sempre (cosa legittima, se ci sono le abilità), mentre mi sembra difficile per qualcuno di nuovo sfondare quel cancello posto davanti alla traduzione editoriale. E cosa dire del fatto che, con l'affermazione di autori di paesi non anglofoni, capita di avere una traduzione di "seconda mano", ovvero un testo tradotto dall'inglese invece che dalla lingua di partenza?
Sono tutte domande scomode, che mi girano spesso in testa, e non credo che Pareschi sia in difetto per non averle affrontate: questo libro è un'introduzione, non un saggio iper approfondito sull'argomento. Mi chiedo solo se la visione dell'autrice, così splendidamente rosea anche nei riguardi delle IA, mi appaia eccessivamente ottimistica perché non riporta alcune delle parti negative del mondo della traduzione editoriale, o semplicemente perché contrasta con una mia visione sfortunatamente cupa e fatalista di un ambito lavorativo spesso accantonato e messo in discussione.