Mi accorgo di avere sempre più scrittrici nel mio paniere di letture, di trovare la loro parola, sia per contenuto che per stile, spesso più vicina al mio sentire.
E se già le donne nella scrittura hanno dovuto sgomitare o alzare la voce il doppio per farsi ascoltare, lasciare una traccia del loro valore, nella letteratura troppe valide scrittrici sono state dimenticate.
Per fortuna, alcune case editrici stanno facendo una sorta di re-scouting di queste gemme purtroppo dimenticate.
Tra queste c’è l’italiana Brianna Carafa, cresciuta a Roma in un ambiente familiare aristocratico, culturalmente vivo, pieno di fermento, caratterizzato da figure femminili autonome ed emancipate, e soprattutto dal respiro internazionale.
Lei stessa si dimostrò una mente brillante ed eclettica, si laureò in architettura, poi proseguì gli studi in altro ambito divenendo psicanalista. Amava la cultura e soprattutto la scrittura, che coltivò in varie forme (poesia, narrativa), con alcune pubblicazioni elitarie.
“La vita involontaria”, riportato sugli scaffali da Cliquot, è un’opera matura, infatti Carafa lo scrisse e pubblicò nel 1975, quando aveva 51 anni, e suscitò immediato entusiasmo tra gli intellettuali, tanto che fu candidato al Premio Strega ed elogiato da Italo Calvino. Carafa, oltretutto, morì poco dopo, nel 1978, ancora molto giovane.
Il romanzo può essere iscritto nel genere del Bildungsroman, il romanzo di formazione, anche se con delle peculiarità proprie.
Protagonista è Paolo Pintus, cresciuto senza genitori a Oblenz, città dominata dalla vista sui “Tetti Rossi”, che altro non è che un manicomio.
Il pensiero va subito al manicomio di Castel Pulci, che chiamavano “tetti rossi” per via delle tegole che svettavano oltra la cinta muraria, luogo in cui fu ricoverato Dino Campana, come riportò lo psichiatra Carlo Pariani.
Paolo cerca di costruire la sua identità e liberarsi da quel luogo che gli sta stretto, e, influenzato da un amico, sceglie di trasferirsi a Vallona per studiare filosofia.
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