«La prima cosa che ti arriva è un senso di leggerezza. È scomparso tutto in un istante: la jeep dei carabinieri, lo scintillio del sole sul cofano, i colpi di mitragliatrice che ti fischiavano accanto. L'ultimo fotogramma della tua vita».
12 novembre 2003. Aureliano arriva a Nassirya per girare un film, e salta in aria. Questo è il racconto della strage, e dopo. E di che cosa vuol dire entrare in una guerra che ufficialmente non c'è. Una storia raccontata dal punto di vista di chi vuole guardare con i propri occhi, come uno qualunque di noi. Un originale romanzo-reportage, che a un tempo narra e riflette sulla verità che man mano prende forma.
Da questo libro il film "20 sigarette", di Aureliano Amadei (miglior film al festival di Venezia 2010, sezione "Controcampo")
Despite being an atheist, and basically an anticlerical, Francesco Trento has been writing documentaries with both Guido Chiesa and Giulietto Chiesa (italian for: church), a combo for which he is frequently envied. Now all he needs is to work with Julio Iglesias, and his soul would be definitely saved.
In 2004, he wrote and produced with Volfango De Biasi the documentary “Matti per il Calcio” (“Crazy for Football”).
In 2005, he published, with Aureliano Amadei, “Venti Sigarette a Nassirya” (“Twenty Cigarettes in Nassiriya”). He also wrote the screenplay for the theatrical adaptation, "20 cigarettes", awarded in the italian section of the Venice film festival 2010.
In 2007, with Franco Fracassi, he wrote and directed "Zero. An investigation on 9-11", with Dario Fo, Moni Ovadia and Lella Costa.
In the next years, he wrote several documentaries, a tv-series ("Brothers in army"), and screenplays for various italian and international productions. He published short tales, reportages and articles on many newspaper and magazines, such as GQ, Slowfood, Repubblica. He also teaches screenwriting to a bunch of very talented students who frequently end up being is co-writers, and friends.
Since his father never planned to let him redeem the human kind, he brilliantly managed to avoid a hike on the Calvary and crossed safely his 34th birthday. Having been a punk who spent his youth on a basic "live fast, die young" philosophy, that is still a source of pure bewilderment.
But, back to what really really matters, twenty years ago he scored two reverse-bicycle goals. Since then, he has been stubbornly trying to repeat that trick, again and again, but in vain. Those efforts have earned him lots of "oh, c'mon!” from his team mates, and even some hard landing on the most impervious pitches. That doesn't stop him to play with the Italian National Writer's Team, the glorious Osvaldo Soriano Football Club. (http://www.nazionalescrittori.it/tren...)
Ho letto il libro quando è uscito e sono anche stata ad una presentazione dello stesso dove erano presenti Aureliano Amadei ed Elio Germano, che ne leggeva alcuni brani. È stata emozionante, commovente, sconvolgente. Eravamo a Casale Podere Rosa, un luogo dove normalmente i frequentatori abituali sono abituati a prendere "a male parole", diciamo così, i rappresentanti delle forze dell'ordine… Aureliano anche, molto probabilmente era uno di loro, ma quel giorno, con la sua testimonianza, ha insegnato a tutti noi che esistono solo uomini e non mestieri o corporazioni. Il film invece mi è piaciuto poco, anche perché nella mia testa ormai il protagonista doveva essere Elio Germano.
Come osservava Sartre, possiamo anche pensare il nulla, la non esistenza del mondo, ma il mondo non scompare, è sempre lì, nella sua evidenza. Allo stesso modo potevamo pensare che non ci fosse una guerra in corso. Poi il 12 novembre 2003 a Nassiriya due palazzine in cui risiedevano i carabinieri e i militari dell'operazione “Antica Babilonia”, alcuni del battaglione Laives, venivano sventrate da un’esplosione, e noi ci ritrovavamo d’improvviso faccia a faccia con l’evidenza del mondo. Il regista Aureliano Amadei era a Nassiriya per girare un film. Unico civile sopravvissuto, da quell'esperienza ha scritto con Francesco Trento, un romanzo-reportage per Einaudi. Abbiamo incontrato gli autori di “Venti sigarette a Nassiriya”.
Come sei finito in iraq?
A: Per seguire un progetto cinematografico di Stefano Rolla, che è morto laggiù. Il progetto aveva il patrocinio dei ministeri della Difesa, dei Beni Culturali degli Esteri. Dicevano che in Iraq non c'era pericolo.
F: Una follia: stiamo parlando di fiction. Che senso aveva girare lì? Doveva essere ambientato fuori dalla base e prevedeva la ricostruzione di un villaggio. Nella migliore delle ipotesi gli attori sarebbero finiti sequestrati.
A: Ci siamo lasciati convincere, come buona parte degli italiani, della discontinuità tra la guerra e la “missione di pace”.
F: E questo accade dopo il “mission accomplished” di Bush.
A: Abbiamo sottovalutato il pericolo. Ma quanto lo ha sottovalutato chi ci ha mandati lì dicendo che non c’era problema?
Com'è nato il libro?
A: Rientrato, seppur in condizioni di salute precaria per l’esplosione, ho sentito l'esigenza di sfogare l’indignazione. Le versioni ufficiali non combaciavano con la realtà. Ne ho parlato con Francesco...
F: Abbiamo cercato di rendere lo sguardo di uno qualunque che si trova in un’esperienza inimmaginabile. Una delle parti più riuscite è l’altalena di pensieri che Aureliano vive nel pericolo. Ci interessava raccontare l’effetto che un’azione di guerra può scatenare su una persona che è lì per caso. Invece di rimuovere l’orrore, Aureliano l’ha diluito in un mare di pensieri. Quello che facciamo tutti quando col telecomando passiamo da un attentato ai Simpson. Riuscire a riprodurre la dissociazione, farla rivivere al lettore è stato l’obiettivo. Trovare una forma letteraria che permettesse di perdersi, tremare ed elaborare i meccanismi che hanno permesso ad Aureliano di sopravvivere.
Cosa succede laggiù?
A: I nostri soldati fanno da scorta al petrolio: un reportage di Ranucci, visto su Rai News 24 e non in prima serata in Tv, mostra che l'impegno delle truppe è piantonare zone di interesse petrolifero. A Nassirya ci sono i pozzi dell'Eni. L’hanno mascherata come missione di pace, ma svolgiamo operazioni di guerra. Appena arrivato, i militari raccontavano di sassaiole verso i mezzi. Come raccontiamo, ci sono anche militari delusi dal comportamento del governo e dei comandi, uno di loro la chiamava “missione umanitaria di guerra”.
F: Quello che raccontiamo, anche attraverso la loro voce, è che è stata una strage “annunciata”. Sono stati ignorati gli allarmi del SISMI e della CIA, e nonostante l’insistenza, non è stato mai chiuso il traffico intorno all’edificio.
A: I miei amici militari dicono che, circa le operazioni “umanitarie”, l'esercito ha abbandonato le azioni, anche quelle di facciata. Dalla battaglia dei ponti le truppe hanno lasciato Nassirya per asserragliarsi a camp Mittica, sotto gli angloamericani.
Venti sigarette?
A: L’unità di tempo che racchiude la mia esperienza. Io sono arrivato in Iraq l’11 e sono saltato in aria il 12. Il tempo di un pacchetto.
Qual è la reazione della gente?
A: È incredibile constatare come si sappia poco della situazione. Fa piacere che molti siano colpiti dal tono antiretorico del libro: forse la gente è stufa di sentir parlare di Patria, Eroi e Tricolore, di sentirli pronunciare con la maiuscola. Sono stufo di partecipare a funerali e celebrazioni in cui i morti vengono chiamati per grado, non per nome. Dentro quelle bare ci sono persone, è questo che abbiamo cercato di fare: parlare delle persone.
F: Ormai chiunque si azzardi a non chiamare Eroi i morti di Nassirya viene considerato antipatriottico. Abbiamo voluto parlare dell’umanità di alcuni caduti, del sorriso di Ficuciello, della generosità di Olla, dell’entusiasmo di Rolla. È il nostro modo di rendere omaggio. Senza bisogno di aggettivi altisonanti. Non c’è nulla di eroico nel saltare in aria ed essere fatti in mille pezzi. D’un tratto e senza senso. È così che muore un italiano e ogni giorno, decine di iracheni.
A: Ci auguriamo di fare un po’ di rumore, di richiamare l’attenzione sul fatto che i soldati siano ancora lì, e che lì c’è una guerra. Il libro è un piccolo contributo perché la guerra cessi e le truppe tornino.
abito in via caduti in missione di pace. se avessi potuto scegliere il mio indirizzo, ne avrei scelto qualunque altro, non questo - ma tant'è. se prima mi dava fastidio, ora però me ne dà di più, perché letto questo libro, se pure si poteva avere qualche illusione residua sulla presenza italiana in iraq (e io non ne avevo, temo), be' ci si ritrova senza. e con molta rabbia. si sa che la propaganda esiste, si sa (molti sanno) che siamo costantemente sotto il tiro della menzogna di stato, ma leggerlo così chiaramente! questo libro è una conferma, ma potrebbe anche essere illuminante per chi di domande non se n'è fatte molte. devo ringraziare la mia amica silvia pinelli che me l'ha consigliato (e che di menzogne di stato ne sa un bel po').
Come osservava Sartre, possiamo anche pensare il nulla, la non esistenza del mondo, ma il mondo non scompare, è sempre lì, nella sua evidenza. Allo stesso modo potevamo pensare che non ci fosse una guerra in corso. Poi il 12 novembre 2003 a Nassiriya due palazzine in cui risiedevano i carabinieri e i militari dell'operazione “Antica Babilonia”, alcuni del battaglione Laives, venivano sventrate da un’esplosione, e noi ci ritrovavamo d’improvviso faccia a faccia con l’evidenza del mondo. Il regista Aureliano Amadei era a Nassiriya per girare un film. Unico civile sopravvissuto, da quell'esperienza ha scritto con Francesco Trento, un romanzo-reportage per Einaudi. Abbiamo incontrato gli autori di “Venti sigarette a Nassiriya”.
Come sei finito in iraq?
A: Per seguire un progetto cinematografico di Stefano Rolla, che è morto laggiù. Il progetto aveva il patrocinio dei ministeri della Difesa, dei Beni Culturali degli Esteri. Dicevano che in Iraq non c'era pericolo.
F: Una follia: stiamo parlando di fiction. Che senso aveva girare lì? Doveva essere ambientato fuori dalla base e prevedeva la ricostruzione di un villaggio. Nella migliore delle ipotesi gli attori sarebbero finiti sequestrati.
A: Ci siamo lasciati convincere, come buona parte degli italiani, della discontinuità tra la guerra e la “missione di pace”.
F: E questo accade dopo il “mission accomplished” di Bush.
A: Abbiamo sottovalutato il pericolo. Ma quanto lo ha sottovalutato chi ci ha mandati lì dicendo che non c’era problema?
Com'è nato il libro?
A: Rientrato, seppur in condizioni di salute precaria per l’esplosione, ho sentito l'esigenza di sfogare l’indignazione. Le versioni ufficiali non combaciavano con la realtà. Ne ho parlato con Francesco...
F: Abbiamo cercato di rendere lo sguardo di uno qualunque che si trova in un’esperienza inimmaginabile. Una delle parti più riuscite è l’altalena di pensieri che Aureliano vive nel pericolo. Ci interessava raccontare l’effetto che un’azione di guerra può scatenare su una persona che è lì per caso. Invece di rimuovere l’orrore, Aureliano l’ha diluito in un mare di pensieri. Quello che facciamo tutti quando col telecomando passiamo da un attentato ai Simpson. Riuscire a riprodurre la dissociazione, farla rivivere al lettore è stato l’obiettivo. Trovare una forma letteraria che permettesse di perdersi, tremare ed elaborare i meccanismi che hanno permesso ad Aureliano di sopravvivere.
Cosa succede laggiù?
A: I nostri soldati fanno da scorta al petrolio: un reportage di Ranucci, visto su Rai News 24 e non in prima serata in Tv, mostra che l'impegno delle truppe è piantonare zone di interesse petrolifero. A Nassirya ci sono i pozzi dell'Eni. L’hanno mascherata come missione di pace, ma svolgiamo operazioni di guerra. Appena arrivato, i militari raccontavano di sassaiole verso i mezzi. Come raccontiamo, ci sono anche militari delusi dal comportamento del governo e dei comandi, uno di loro la chiamava “missione umanitaria di guerra”.
F: Quello che raccontiamo, anche attraverso la loro voce, è che è stata una strage “annunciata”. Sono stati ignorati gli allarmi del SISMI e della CIA, e nonostante l’insistenza, non è stato mai chiuso il traffico intorno all’edificio.
A: I miei amici militari dicono che, circa le operazioni “umanitarie”, l'esercito ha abbandonato le azioni, anche quelle di facciata. Dalla battaglia dei ponti le truppe hanno lasciato Nassirya per asserragliarsi a camp Mittica, sotto gli angloamericani.
Venti sigarette?
A: L’unità di tempo che racchiude la mia esperienza. Io sono arrivato in Iraq l’11 e sono saltato in aria il 12. Il tempo di un pacchetto.
Qual è la reazione della gente?
A: È incredibile constatare come si sappia poco della situazione. Fa piacere che molti siano colpiti dal tono antiretorico del libro: forse la gente è stufa di sentir parlare di Patria, Eroi e Tricolore, di sentirli pronunciare con la maiuscola. Sono stufo di partecipare a funerali e celebrazioni in cui i morti vengono chiamati per grado, non per nome. Dentro quelle bare ci sono persone, è questo che abbiamo cercato di fare: parlare delle persone.
F: Ormai chiunque si azzardi a non chiamare Eroi i morti di Nassirya viene considerato antipatriottico. Abbiamo voluto parlare dell’umanità di alcuni caduti, del sorriso di Ficuciello, della generosità di Olla, dell’entusiasmo di Rolla. È il nostro modo di rendere omaggio. Senza bisogno di aggettivi altisonanti. Non c’è nulla di eroico nel saltare in aria ed essere fatti in mille pezzi. D’un tratto e senza senso. È così che muore un italiano e ogni giorno, decine di iracheni.
A: Ci auguriamo di fare un po’ di rumore, di richiamare l’attenzione sul fatto che i soldati siano ancora lì, e che lì c’è una guerra. Il libro è un piccolo contributo perché la guerra cessi e le truppe tornino.
Nassirya 12 novembre 2003 ore 10:40 Un emozionante racconto da un testimone di quegli eventi, l'aiuto regista Aureliano Amadei. Una visione della missione italiana in Iraq viene narrata al di fuori lontana dalle logiche militari. Il libro non vuol essere antimilitarista, ma offre una riflessione su quella che è stata l'avventura irachena decisa dal governo italiano.
Un libro interessante per comprendere la reale situazione nel teatro delle operazioni a Nassirya. Ho apprezzato la capacità di mettere a nudo l'ipocrisia dei vari 'avventori' italiani,che per un po' di notorietà, sono sempre in prima fila ma che in pratica rappresentano la mediocrità del sistema.
A book about the story of an Italian filmmaker who went to Iraq to shoot a film without almost getting paid but that Got injured and lost a foot in the process in the massacre where a lot of Italian carabinieri died in 2003 . This is his story .
Il romanzo-inchiesta scritto da Francesco Trento e Aureliano Amadei, sulla base di ciò che quest'ultimo ha vissuto a Nassirya, mentre era impegnato da assistente al regista Rolla, deceduto durante l'attacco alla base italiana, a realizzare in film sulla guerra in Iraq. Sulle guerre io sono sempre molto scettica e ritengo che quella particolare guerra sia stata una mossa politica fomentata da ideologie cui non aderisco a scapito di tante vite innocenti, alcune delle quali morte in nome di una patria che non ha saputo proteggerli. Dal libro è stato successivamente tratto il film Venti sigarette
Aureliano è l'unico superstite civile dell'attacco a Nassirya. Lui non centra niente con la guerra, è un aiuto regista che va in Iraq per girare un film sulla presenza delle truppe italiane in questo luogo. Venti sigarette è il tempo in cui il protagonista rimane in questo paese. L'autore racconta la sua esperienza così come l'ha vissuta, con un linguaggio diretto e colloquiale, con capitoli corti che rendono la storia coinvolgente e incalzante. Nonostante l'autore sia antimilitarista ho trovato un grande equilibrio nel finale che svela le menzogne e le falsità che ci vengono propinate. E soprattutto non è per niente offensivo nei confronti dei nostri militari. Veramente un bel libro, da leggere!