Una guida per la scuola che sempre di piú ha a che fare con una realtà multietnica. Classi miste che diventano metafore del mondo in quanto a diritti una quotidianità in cui le parole e le definizioni hanno un peso individuale e collettivo che supera anche i confini dell'aula. Questa per la scuola italiana è una fase di transizione molto profonda che riguarda tanti aspetti, fra cui le origini, le radici e le identità di studentesse e studenti. Mettendoci in ascolto delle loro voci che cosa possiamo imparare? Come possiamo vederli, accoglierli, e vivere questo cambiamento che è già presente e si può fare solo insieme? Espérance Hakuzwimana accompagna queste domande con il suo sguardo e un coro di voci di altri studenti, di altre generazioni con background migratorio. Il nome, la cittadinanza, la lingua, il un'assemblea immaginaria sul futuro reale della scuola italiana.
Breve saggio che si interroga su come la scuola italiana possa proporsi come scuola plurale, a partire dalle voci di persone con un background migratorio. Chi è docente lo sa e vive quotidianamente le dinamiche esposte nel libro: in tal senso, il capitolo dell'appello è incredibilmente eloquente. Anche il titolo è azzeccatissimo. Cosa può fare il docente di oggi, e la scuola come istituzione, per rendere l'esperienza scolastica più accogliente e inclusiva? Ci sono tante domande, ma non ci sono risposte assolute, quanto degli spunti di riflessione. Ho trovato "tra i banchi di scuola" un punto di partenza davvero interessante.
Questo testo, privo di retorica, ha una schiettezza notevole nel portare alla luce quanto la scuola, ad oggi, non sia ancora per tutti e tutte indistintamente. Lo fa accompagnando il lettore passo dopo passo in tutte quelle situazioni di disagio e discriminazione che gli studenti con background migratorio subiscono in modo sistemico. Mi ha colpito il racconto delle molte identità dei giovani alunni e dalla penna di Hakuzwimana sembrano uscire mille altre voci oltre la sua. Come docente ho sofferto l'inettitudine secolare dell'istituzione scuola e la mancanza di una guida pratica che aiuti il lettore. A libro chiuso poi ho pensato: non può esistere un'indicazione già scritta, non potrebbe mai tenere conto dell'individualità di ognuno. E quindi, come è fulcro di un capitolo intero, è tutto un cambiamento da scrivere insieme.
Di solito, quando in Italia un problema di comportamento, di relazione, di vivere civile finisce nei dibattiti nazionali, qualcuno se ne esce con la frase «bisogna occuparsene a scuola». La scuola deve prevenire le violenze di genere, gli incidenti stradali, deve educare alla buona alimentazione, deve occuparsi di salute, deve insegnare a muoversi su internet...
Poi, però, bisognerebbe chiedersi: ma la scuola, gli strumenti per fare tutte queste cose, ce li ha? Ad esempio, la scuola è in grado di comportarsi come si deve nei confronti di giovani con alle spalle una storia di immigrazione? Tra i bianchi di scuola dà molte risposte, spesso poco confortanti.
Di fatto, la scuola italiana è multietnica. Lo è diventata da qualche tempo, lo sta diventando sempre di più. Una realtà che andrebbe riconosciuta e gestita. Ma la scuola fatica a farlo e non è che la colpa sia tutta di chi nella scuola ci lavora ogni giorno.
La scuola italiana è inserita in un paese che sull'immigrazione vuole essere stupido, paranoico e crudele: basti pensare al fatto che nega la cittadinanza a persone che qui sono nate, qui sono cresciute, qui lavorano, che conoscono la storia dell'Italia come e meglio di chi proviene da famiglie che ci vivono da generazioni e generazioni. Che parlano l'italiano meglio di diversi politici che quella cittadinanza gli negano (sì, è una battuta populista, il problema è che non è solo una battuta).
«Avevamo nomi difficili, con una sequenza diversa da quella degli altri», scrive Hakuzwimana citando le tante voci che ha raccolto in diversi anni, «ma nessuno ci aveva spiegato che quei nomi potessero essere visti come ostacoli [...] Se c'è una cosa che abbiamo capito in questi anni, è che l'appello ha spiazzato sempre più chi lo pronunciava, non chi lo componeva».
È un libro che descrive un mondo e che ci aiuta a far sì che non sia un mondo a parte.
Sicuramente un libro molto interessante e importante per capire i disagi degli studenti stranieri e/o italiani di seconda generazione in Italia. Purtroppo la poca empatia, la mancanza di preparazione degli insegnanti e le difficoltà burocratiche sono ostacoli difficili da affrontare e superare. Serve più consapevolezza e maggiori tutele.
La nota negativa è che la lettrice non mi è proprio piaciuta e ho avuto grande difficoltà a capire se il problema fosse lei o lo stile della scrittura. Inoltre avrei ridotto i singoli esempi di problematiche personali che a volte erano più un lungo elenco abbastanza “sterile” in quanto non ben articolato, per uno sguardo più generale e ampio, o, al contrario, a favore di qualche esempio più circostanziato e approfondito, ma è solo una mia opinione ovviamente.
Una testimonianza a più voci sulla quotidianità di studenti con background migratori che fa riflettere su i diversi aspetti presi in considerazione: il nome, la lingua, la cittadinanza e la carriera scolastica. Sul finale un commovente manifesto che chiede agli insegnanti di oggi di voler conoscere e imparare questi studenti con la consapevolezza che lo si possa fare "solo insieme".
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Partendo dal presupposto che questo libro non è stato scritto da una persona italiana ma straniera Qui si vuole toccare il tema degli stranieri in Italia tema molto controverso e delicato, Però è una semplice e sterile polemica sul fatto che gli stranieri vogliono vedere i loro diritti riconosciuti più di quelli degli italiani e che pretendono di parlare la loro lingua in un paese in cui la lingua ufficiale è l'italiano ora se io vado in Spagna a scuola le lezioni le tengono in spagnolo se vado in America le tengono in inglese e non troverete mai un paese straniero che faccia lezione in italiano quindi le polemiche trattate in questo libro sono fini a se stesse, è un argomento Sì delicato che va comunque trattato ma non affrontato con polemica Bisogna rispettare tutti ma come noi cristiani ci dobbiamo togliere le scarpe quando entriamo in una moschea rispettando la religione altrui va rispettata anche la lingua e l'identità del paese in cui si va a studiare quindi sì occorre conoscere la lingua per andare in una scuola in cui la lingua ufficiale è quella del paese in cui si vive Ok non esistono corsi di inclusività non c'è un percorso che porti le persone ad imparare la lingua è vero però fare polemica dicendo che se ci sono persone che vengono da venti Paesi diversi dovremmo fare lezione in 20 lingue diverse non capisco come si possa uniformare questa cosa soprattutto per bimbi molto piccoli Mi immagino nella scuola primaria un bambino italiano che inizia con un bambino cinese un russo un australiano Come si fa a fare lezione in tre o quattro lingue? si crea solo confusione quindi purtroppo la lingua ufficiale in Italia rimane l' italiano non c'è una regola Ma non si può pretendere di fare lezione multilingue E soprattutto non si può polemizzare se un italiano non riesce a pronunciare un nome straniero Sfido chiunque a pronunciare un nome coreano o giapponese I coreani non si offendono Se non riusciamo pronunciarlo mentre Purtroppo ci sono persone di altre etnie che sono molto permalose e che se la prendono quella è un'insicurezza che va affrontata a Monte non certo scrivendo un libro che è solo un elenco di nomi fatti e rabbia repressa
Breve saggio rivolto agli e alle insegnanti per, come recita il sottotitolo, un'educazione accogliente. È un appello, un manifesto corale, che è scritto da Hakuzwimana, ma sembra scritto da mille persone, ragazzi e ragazze con background migratorio, che chiedono di essere accolti, visti, valorizzati. Consigliato a tutti quelli che vogliano mettersi in discussione, che non si accontentano del "si è sempre fatto così" o del "non si può dire più niente".
Dopo una ben esposta parte critica, manca una proposta di soluzione. L’ho letto in quanto insegnante e speravo di potervi incontrare delle proposte dell’autrice per aiutare le nuove generazioni di immigrati che affrontano la scuola italiana.
Quel rito del primo appello è ufficiale e si vịve solo a scuola, per questo non si dimentica. Ogni volta i nomi e i cognomi di tutti scorrono, scivolano via fino a quando non accade il solito inciampo. «Ah questo non so proprio come si pronunci». E noi abbassiamo le spalle. «No questo me lo deve dire lei signorina». E noi tratteniamo il respiro. «Vabbè facciamo che ti chiamiamo cosí che è piú facile». E noi speriamo che finisca presto. Se c'è una cosa che abbiamo capito in questi anni è che l'appello ha spiazzato sempre piú chi lo pronunciava, non chi lo componeva. Ha portato silenzi e imbarazzo, risate collettive che hanno stemperato gli animi e poi domande, tante domande, a volte troppe domande, forse anche un po' sbagliate.
4 ⭐️ «Dovrai fare il doppio per ottenere almeno la metà». È stata una frase che mi ha colpito molto in questo libro, che ti fa capire che non ti importa quanto ti impegni ma per i non bianchi, tra i banchi di scuola, è sempre difficile la vita.
I più grandi ce lo ripetono spesso a noi che ora siamo a scuola. "Adesso le cose sono diverse", ripetono. Perché loro erano da soli, non avevano internet, gli idoli che gli assomigliavano o le serie tv coi sottotitoli. Lo sappiamo, ma loro che la scuola l'hanno finita non sanno che per noi, ora, non è peggio ma è diverso. Perché sappiamo i nomi delle ingiustizie che viviamo, conosciamo l'origine del pregiudizio, come dovrebbe essere insegnata la conquista dell'America, i colonialismi e gli stermini, da dove arrivano le risorse di quel boom economico, i confini che ora non hanno più senso e tante altre cose che oggi sono più chiare, ma non per questo più facili da dire, da mettere in luce.
La cosa più bella del libro è il titolo; e questa è la premessa. Che poi chiamarlo libro è fargli un complimento: è una sorta di rant contro dei fantomatici voi, mai ben identificati, rant giustificatissimo, anche, ma che non propone niente tranne una lunga ridondante ripetitiva lamentazione.
libro importante assolutamente, semplicemente lo stile di scrittura della scuola Holden mi fa cadere le braccia. apprezzavo a 15 anni ma mo basta con sto sensazionalismo. inoltre per il tipo di libro non so se è troppo coerente l'impostazione. "tutta intera" lo ho molto preferito e se lo si pensa come libro estivo per 15enni ha molto più senso di questo, ecco.
Un pamphlet breve e incisivo, in cui il coinvolgimento emotivo è palpabile, attraverso il quale Hakuzwimana invita a ripensare la scuola italiana come realtà plurale, tollerante e accogliente.
Un manifesto, dunque, per una scuola che acquisisce la capacità di ascoltare e riconoscere il valore di ogni voce, aprendosi al cambiamento e alle nuove sfide, e in cui si pratichi vera inclusione attraverso il rispetto quotidiano.
Il libro è strutturato in cinque capitoli in cui l'autrice si pone come mediatrice di un'assemblea di giovani con background migratorio raccogliendone le testimonianze, autentiche e personali, e in cui si affrontano aspetti fondamentali quali il nome, la lingua, la cittadinanza e il merito, tutti elementi chiave per sentirsi riconosciuti o discriminati.
“Pronunciare bene un nome è un atto di riconoscimento. È dire: io ti vedo, io ti ascolto, io so che ci sei.”
Il pamphlet contesta un sistema scolastico ancora immerso nell’“illusione di bianchezza” e nell’eurocentrismo, che tende a ignorare o marginalizzare chi non rientra nel modello dominante.
Hakuzwimana propone un cambio di paradigma, auspicando una scuola decolonizzata, plurale nei fatti, capace di valorizzare le differenze anziché negarle.
I punti di forza di quest'opera sono sicuramente le testimonianze di piccoli grandi episodi di razzismo quotidiano, dal forte impatto emotivo, il linguaggio incisivo e accessibile, gli spunti concreti di riflessione e di azioni pratiche.
A mio avviso però, nonostante si legga bene e volentieri, questo pamphlet ha più di un limite, primo fra tutti la sua brevità.
Pur comprendendo che non si tratta di un saggio tecnico, avrei apprezzato un maggiore approfondimento sulle implicazioni legislative o scolastiche.
L'opera mi è sembrata più emotiva che didattica: serve un’infrastruttura concreta per attuare quanto proposto, ma l’autrice insiste sul valore trasformativo dell’ascolto e dell’inclusione e trovo che il testo resti un po' limitato dall'invito, urgente e necessario, a restituire centralità alle differenze.
In conclusione ritengo che questo pamphlet sia un'introduzione al tema dell'accoglienza intensa e interessante, un invito a un cambio di prospettiva da approfondire ulteriormente con altre opere.
Dovrai fare sempre il doppio per poter ottenere la metà di quello che vuoi.
📒 Un breve saggio che riflette sull'attuale scuola italiana: multietnica, plurale e in continuo cambiamento.
📣 Semplicemente, ho apprezzato questo libro per l'idea per cui nasce: dare voce alle minoranze, a chi sta da sempre sul bordo, sullo sfondo. Ho colto i riferimenti alla cultura pop perché fanno parte del mio mondo, mi sono ritrovata ad annuire durante alcune riflessioni perché le ho sentite mie, ho rabbrividito leggendo le varie microaggressioni al ricordo di quelle vissute sulla mia pelle che preferisco dimenticare. Da italiana di seconda generazione non ho intenzione di soffermarmi sugli aspetti tecnici del libro, o su quanto vorrei che chi lavora in ambiente scolastico - e non solo - lo leggesse almeno una volta. Non tanto per la scrittura di Hakuzwimana, che io amo particolarmente, o per i consigli che l'autrice dà nel capitolo finale, su cosa possono fare insegnanti e studentesse/i per migliorare l'ambiente scolastico attuale, ma più per ascoltare le voci di chi l'ha vissuta e di chi la sta vivendo, la scuola italiana.
Alla fine, si è sempre trattato di quello. Ascoltare, aprirsi al dialogo. Solo insieme si può costruire una scuola migliore, per chi la frequenterà un domani.
Non sono solita fare recensioni, o scrivere quello che penso di un libro ma questo qui ha toccato parti di me che forse nessun libro aveva toccato prima.
Cosa significa crescere in un contesto in cui sei a metà tra due culture? Cosa significa se questo contesto te lo porti a scuola, a calcio, a nuoto? Te lo porti ovunque, perché è, in parte, te. La scuola, che dovrebbero essere il luogo in cui la cultura viene insegnata, un luogo in cui tutto si apprende e si mischia, fallisce. Fallisce perché ti fa sentire parte di un “altro”. Fallisce perché non riconosce che anche l’altra cultura vale.
Ma non è tutto finito. Si può imparare. Si può migliorare. Si può vedere. Che c’è dell’altro in questo “altro”. Che, nonostante il nome, il colore della pelle, le carte burocratiche, gli occhi e la lingua, tu sei. Sei italiano ma sei anche senegalese, marocchino, filippino, rumeno.
Non sono una persona totalmente marginalizzata, perché la mia pelle e i miei tratti somatici sono più vicini a quelli eurocentrici che a quelli berberi. Ma posso capire, posso sentire, il dolore e la speranza di tutte queste parole.
Potente, diretto, reale, provocatorio, vero, arrabbiato, riflessivo. Una lettura da interiorizzare per poter aprire gli occhi.
"Ci è dispiaciuto per voi. Per tutte le volte che avremmo potuto e potremmo creare uno spazio bello ma il progetto è fallito quando avete iniziato ad avere più paura di noi che voglia di conoscerci. Così siamo diventati invisibili."
"Ma quindi come si fa? Solo insieme. Per davvero. Si costruisce una scuola in cui non si rifiuta, non si invisibilizza, non si isola e non si censura."
"La nostra scuola plurale, a prescindere dal nome e dalle origini, è un posto sicuro che aiuta a capire cosa significa essere ciò che si è e che si sta diventando. Un luogo dove il giudizio si trasforma e diventa guida e la paura non si tira indietro e si fa scoperta, possibilità."
"Esistiamo e non c'è vergogna. Piuttosto gioia, rabbia espressa, senso di rivalsa, desiderio di essere riconosciuti e validati perché per troppo tempo siamo stati invisibili in casa, per strada, a scuola."
"Dentro questo cambiamento ci siamo insieme; è già il futuro. È il momento giusto. non siamo più invisibili: potete impararci adesso."
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Questo libricino è così prezioso ✨ Espérance Hakuzwimana crea un piccolo saggio corale per raccontare la realtà della scuola italiana, una scuola che deve accettare il fatto di essere multietnica, che ci sono nuove generazioni che sono qui, esistono, hanno nomi che vanno imparati, che parlano tranquillamente l'italiano ma anche altre lingue perché fa parte di loro... C'è tutto il discorso della cittadinanza che in questo paese torna ciclicamente nella classe politica ma finisce nel vuoto, ci sono davvero tantissime riflessioni da fare. La scuola, il corpo insegnanti e le istituzioni devono imparare (e sottolineo questo verbo) a creare una scuola per tutt*, che non ci possono essere "student* di serie A" e "student* di serie B". Nella scuola si formano le persone che faranno parte della società del futuro, facciamo che sia un futuro plurale e inclusivo! ❤️
Una voce, mille voci. Quelle degli stranieri residenti nel nostro paese: stranieri di prima e seconda generazione. Quelle degli stranieri che, in effetti, stranieri non sono più. Nati in Italia, italiani da capo a piedi, forse solo più ricchi di noi, perché conoscono altre culture, altre lingue. Qui dentro le loro difficoltà, la loro frustrazione, quello che hanno dovuto affrontare e la fatica che fanno ogni giorno per sentirsi a casa, in quella che è casa loro da un pezzo, o da sempre. Esistono. Incontriamoli, impariamo da loro mentre insegniamo loro la nostra lingua. Non diamo per scontato niente. Piuttosto, domandiamo. - "Le promesse che ci avete fatto con le canzoni alle elementari, i cartelloni con su scritto SIAMO TUTTI UGUALI, TUTTI CITTADINI DEL MONDO, non combaciano con quello che ci è successo dopo."
Tra l'ultima mattina di vacanza sugli scogli e un pranzo in un luogo magnifico, ho divorato questa perla. Espérance Hakuzwimana riesce come sempre a toccare corde scoperte, ad essere schietta, diretta, fondamentale, decisiva. Ad aiutare ognuno di noi "occidentali" a provare a decostruire almeno un pochino di quel razzismo strutturale che ci ha accompagnato dalla nascita. A lei posso dire solo grazie mille per ciò che fai, la tua esistenza è davvero un dono per tuttə. A voi posso invece chiedervi di leggere questo libro, è piccolo, bastano poche ore ma è assolutamente necessario, per tuttə, non solo per chi vive la scuola (insegnanti ed educatori in primis ma anche studenti) ma per chiunque ha a che fare coi giovani. Leggetelo, vi prego.
Libro necessario non solo per chiunque lavori nelle scuole ma anche per le famiglie.
Le persone di origine non italiana sono tante e l'istituzione della scuola deve finalmente vederli e prendersi carico delle loro preoccupazioni e dei loro bisogni.
Delle loro aspirazioni, per tenere fede all'articolo 34 della costituzione
"La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso."
Hakuzwimana, con la cura e il trasporto che caratterizzano il suo modo di scrivere, porta con sé (e con lə ragazzə che questo libro rappresenta) lə lettorə a scavarsi dentro, conoscere, conoscersi e, per alcunə, sicuramente riconoscersi. Un testo e un manifesto che dovrebbe essere letto ovunque da chiunque, soprattutto da quelle persone che, come me, non hanno mai dovuto confrontarsi con la questura, i permessi di soggiorno, giostrarsi tra studio, lavoro e famiglia, ma soprattutto da chi come me in questo paese non è additato come diversə. Questo libro è fondamentale per costruire la scuola del futuro che vogliamo presente.
questo saggio mi ha lasciato l'amaro in bocca. forse perché non è un saggio (?). mi aspettavo una proposta più pragmatica ma, benché hakuzwimana citi articoli e censimenti, il libro è più un grido di rabbia e frustrazione nei confronti della scuola italiana e delle persone al suo interno (completamente giustificato, visto lo stato delle scuole italiane e il razzismo che vi si percepisce). detto ciò, penso sia più colpa mia, che ero entrato nel libro aspettandomi altro, che dell'autrice
- bene voler mettere in luce gli aspetti negativi dello status quo, ma sec me il libro manca di una proposta. anche nell'ultimo capitolo ("esistiamo (un manifesto)") non ho trovato un vero e proprio piano per il futuro
+ ho gradito però tantissimo l'idea di un libro che riassume le molte voci dell'assemblea in cui è nato ed è sicuramente degno di lode il tentativo di rappresentare la molteplicità delle esperienze di italian* con sfondo migratorio
consiglierei a tutt*, a chi studia e (soprattutto) a chi insegna
Breve, preciso, diretto, poetico, ma soprattutto necessario. Con la sua scrittura Espèrance Hakuzwimana incarna il significato del suo nome: è pura speranza. Per noi, per tutti, per l'Italia, per l'Europa e per il mondo. Lettura consigliatissima sopratutto agli insegnanti a cui si rivolge ma anche a chi a scuola non ci va più, perchè non si smette mai di imparare e la lezione di Hakuzwimana è fondamentale, vitale.
Finalmente un libro che parla di multiculturalismo al di là dei luoghi comuni! Consigliato soprattutto per chi già si interessa del tema, per mettere in discussione il proprio approccio mentale. Voci sincere, forse a volte un po' ego-riferite (in generale sulla categoria, non sull'autrice), ma necessarie e piene di spunti di riflessione.
Di Hakuzwimana comunque leggerei pure il libretto di istruzioni della macchinetta del caffè.
Un bel saggio, mi ha emozionato in alcuni punti. È un libro necessario da leggere per chi vuole lavorare a scuola. Fino a metà ho percepito la rabbia dell’autrice, che non si trattiene mai, raccontando con semplicità i vissuti dei suoi compagni, presumo che il libro sia una raccolta di riflessioni a seguito di un incontro organizzato. Tutto sommato la lettura è scorrevole, in alcuni punti si perde la traccia concettuale ma nel complesso ho trovato sia la scrittura che la lettura armoniosa.
"Smettete di definirci, di limitarci, di metterci in un angolo e usarci come pretesto, numeri con cui validare teorie discriminatorie. Non siamo più pochi, non siamo più lontani o incomprensibili. Siamo tutti qui in classe e adesso siamo il mondo intero. Dentro questo cambiamento ci siamo insieme; è già il futuro. È il momento giusto. Non siamo più invisibili: potete impararci adesso."
Un testo fondamentale che restituisce speranza nella costruzione di una scuola che può davvero essere migliore e plurale. Una scuola che sappia tenere conto di tutte le voci che la abitano e che permette a chi sta dall’altra parte della cattedra di mettersi in ascolto.
È un libro che ha una potenza incredibile, potrebbero pure considerarlo pericoloso alcuni. Ha un formato perfetto per esser tenuto sempre in tasca e tirato fuori per dare lezioni a quelli che sono sempre chiusi, contrari, ignoranti.