Il nuovo libro di David Quammen nasce dalla collaborazione pluriennale con il National Geographic.
Grazie a questa collaborazione, si è recato in Congo con uno scienziato americano, entrando in contatto con il lato selvaggio della Natura:
“Questo libro raccoglie una scelta dei reportage che ho realizzato per «National Geographic» nell’arco di vent’anni. Quando li ho scritti erano frutto di singoli incarichi, anche se era rintracciabile un comune denominatore che rifletteva i miei interessi personali, gli argomenti che gli editor consideravano adatti alle mie competenze e gli obiettivi della National Geographic Society.”
Queste avventure, però, affondano le radici in alcune letture di Quammen: una in particolare, “The Theory of Island Biogeography”, di MacArthur e Wilson, lo hanno “portato in foreste remote dove sentivo il battito della natura selvaggia pulsare come sangue nelle mie orecchie: l’Amazzonia centrale, il bacino del Congo, le paludi di Okefenokee, la Cordigliera centrale in Nuova Guinea. O in altri luoghi dove quel battito si è fatto debole e incerto, e rischia da un momento all’altro di cessare a causa di una perdita progressiva dei quattro elementi che ho citato – la diversità, la connessione, i processi e l’estensione –, luoghi meravigliosi ma tristi come il Madagascar.”
Quel libricino ha così tanto condizionato e influenzato la vita dello scrittore, tanto da indurlo ad abbandonare la stesura di romanzi per scrivere di saggi di storia naturale. In questo libro racconta molte delle avventure con Michael Fay, l’ecologo con cui ha fatto numerosi viaggi.
La raccolta dei reportage scritti in un ventennio “messi assieme, compongono un libro che non avevo concepito in origine, ma che ha preso forma piano piano nella mia mente – un libro sulle persone impegnate a salvaguardare il battito della natura selvaggia, sulle battaglie che combattono, sulle creature e i processi che cercano di proteggere e sui luoghi che conoscono e hanno a cuore.”
Una lettura appassionante, con lo stile tipico di David Quammen, “un monito e uno sprone, a farci carico delle responsabilità personali che ricadono su ciascuno di noi rispetto a una questione tanto importante: il futuro della diversità biologica sul nostro pianeta. Non possiamo permettere che la natura selvaggia del Serengeti e di altri grandi paesaggi sparisca da questa Terra solo perché ci sentiamo comodamente distanti da essa, e perché la sua protezione è un compito che spetta ad altre, più eroiche figure. Dobbiamo riflettere sulle cose che facciamo, per intaccare quelle caratteristiche della natura selvaggia che ho menzionato all’inizio, quegli elementi necessari per la continuazione del grande battito...”
E nonostante gli ambientalisti e gli studiosi lo vadano ripetendo da anni, oramai, lo stato in cui versa il Pianeta è davvero preoccupante. E la consapevolezza che sia tardi, ahimè, per agire non è ancora radicata in ciascun uomo...
“È tardi, ma non troppo tardi. Ci sono ancora grandi paesaggi e grandi possibilità in tutto il mondo. Come ho detto, il cuore selvaggio della natura è intrinseco all’estensione, la connessione, la diversità e i processi dei grandi ecosistemi. Finché noi esseri umani riconosceremo questa realtà, la rispetteremo e ci sforzeremo di preservare quegli elementi tramite iniziative appassionate e sagge come quelle che ho descritto nel libro, in mezzo a luoghi magnifici che comprendono quelli ritratti in queste pagine ma anche altri, il cuore continuerà a battere.”