Storia del genere horror - l'incessante battaglia del raccontare la realtà attraverso il rinnovamento
Il 1963 di Dark Harvest è, distintamente, il nostro presente. Oggi, ieri l'altro ieri. E domani. Dentro Sawtooth Jack si celano le coscienze sporche di mondi che si lavano ciclicamente con il sangue. I mondi degli eroi per caso e a tutti i costi, degli angeli che vegliano e salvano, delle guerre opportune, delle cacce alle streghe, delle gare, delle ricompense, della sacralità delle vittorie e delle medaglie, delle fiaccolate ipocrite. I mondi per i quali il sacrificio delle generazioni più giovani, le più ingenue, sono il mezzo che giustifica il fine, quello della prosperità muta, dell'agio dell'istante, del domani compiacente.
Ero già pronto a tremare: la storia dell'horror raccontata da un critico togato; l'excursus di stampo cattedratico dello studioso di cinema che spiega come vedere i film (e magari nel mezzo ti fa pure un po' di morale, un po' alla Ugo Malaguti nella prefazione di Canti di un sognatore morto di Thomas Ligotti, edizione Elara).
Ecco, Pier Maria Bocchi non mi è parso né togato né cattedratico. Il suo So cosa hai fatto, titolo che, oltre a richiamare l'omonimo cult di fine anni '90, è un indiretto attestato di stima verso l'horror, è certamente una storia del genere: ma le storie, come si sa, hanno infiniti volti e voci; e una stessa storia ci si può permettere di raccontarla da prospettive diverse, finanche inedite.
Scelti 30 film per 30 diversi capitoli, Bocchi ripercorre l'evoluzione dell'horror moderno - coincidente con il 1968, l'anno di Rosemary's Baby di Polanski e La notte dei morti viventi di Romero - attraverso un percorso a tappe che, a intermittenza, produce un secondo binario ove a correre è lo stesso Bocchi, nella sua incessante e progressiva maturazione umana, sociale, professionale e sessuale. L'evoluzione di un genere cinematografico a braccetto con un critico che si perde e riscopre infinite volte: fino a pronunciare il fatidico So cosa hai fatto; il capire dove siamo arrivati, oggi, io critico e te genere. E guardarsi indietro per pensare che, in fondo, al netto di tutto, ne è davvero valsa la pena.
Saggio rivelatosi meraviglioso perché rifugge la velleità enciclopedica (trappola nella quale un critico, pur intelligente come Bocchi, potrebbe cadere); meraviglioso perché chi lo stila ha la volontà di sprofondare negli afrori del cinema più underground/sperimentale con l'unico fine di distillare quell'urgenza di raccontare; meraviglioso perché è proprio la conoscenza del passato, profonda e completa, a evitare di risultare passatisti (e ammettere che il merito non si costruisce sulla storicizzazione bensì sull'analisi dell'azione corrente).
Una storia "minore" dell'horror - nessuno dei 30 film selezionati è un capolavoro o un cult - meritoria di glorificare il genere da una prospettiva obliqua; e al contempo raccontare di un individuo che ha attraversato decenni e generazioni per guadagnare sempre una nuova visione, una nuova immagine della realtà. Mi duole ammetterlo, ma nei 20-30enni di oggi mi sembra di vedere una disillusione che lo stesso Bocchi non abbraccia e, anzi, combatte con il rinnovamento perpetuo: come il genere che tanto ama.