C’erano in quegli anni i Duran Duran ad Antigua, c’erano i Visage di Fade to Grey e il Culture Club, i super glamour, gli Wham, i coming out, i tenebrosi Joy Division e Coctoeu Twins, il suicidio di Ian Curtis e da lì in poi i New Order. E poi c’erano loro, Johnny Marr che reinventa e “britannizza” le chitarre dei Byrds e Morrissey dissonante e urticante, indigeribile. Pensate alla dittatura New Romantic, New Wave e New qualcosa di quegli anni e il dissidente Morrissey che si esibiva sul palco con la montatura degli occhiali che forniva il servizio sanitario nazionale in UK e un finto apparecchio acustico. Io, come tanti a quei tempi, abbracciavo il glamour in pubblico, ballavo le marce militari dei Frankie Goes to Hollywood, lanciavo sguardi alle feste sulle note di Borderline di Madonna, cantavo: “I’m Your Man”, ma poi nell’ombra, in solitaria, lacrimavo sui tormenti di Morrissey “I've spent six years on your trail…Six long years on your trail”, mi atteggiavo a dandy maledetto, guardavo e non decifravo quello strano aplomb, che oggi con disinvoltura tutti chiameremmo “fluidità di genere”. Amavo quei dischi, amavo quei dischi che compravo quasi clandestinamente, amavo vergognarmi di comprarli per poi ascoltarli allo sfinimento. Ancora adesso quando faccio un viaggio nostalgico nel pop di quegli anni The Smiths sono ancora “quell’altra cosa” che non somiglia a nessun’altra. Furono i migliori. Apprendo dalla lettura di questo bel libro che tutta questa leggenda durò non più di 5 anni e non produsse più di 4 album, eppure sembrò un’era; 1982-1987, più o meno gli anni del mio liceo. E non me ne vogliano i suoi estimatori ma ai tempi non mi importò nulla dell’omaggio a Claudio Villa scomparso durante i giorni del Festival di Sanremo del 1987, io aspettavo il Palarock, io aspettavo gli Smiths.