«Dev'essere dura essere una donna, e per di più queer, in Sicilia»: Claudia Fauzia e Valentina Amenta si sentono rivolgere spesso questa osservazione da persone che sembrano condividere la loro stessa lotta. Una frase che implica, in realtà, l'idea di un Sud irrimediabilmente maschilista, refrattario a ogni forma di emancipazione, marginale. Ma se proprio questa marginalità fosse, seguendo bell hooks, «un luogo di radicale possibilità, uno spazio di resistenza»? Attraverso una lente decoloniale e di genere, le autrici rivendicano l'esigenza di un femminismo terrone: una rivoluzione culturale che sfida le convinzioni radicate sull'identità meridionale e sovverte l'asse Nord-Sud su cui si fonda la narrazione egemonica non solo italiana. Un viaggio di emancipazione e scoperta di identità altre, di lotte e di esperienze, uno spunto prezioso per chiunque voglia comprendere e combattere le ingiustizie che ancora oggi colpiscono il Sud e i sud.
"Femminismo Terrone" costituisce un primo passo necessario verso l'esplorazione del tema femminista intrecciato alla questione meridionale, che però mi ha delusa un po', restando molto accademico e carico di gergo, molto denso di teoria trendy e un po' poco pratico. Il libro non è per tutti, e legge un po' come una tesi magistrale, con quasi più citazioni di altre autrici che pensieri originali. Non lo consiglierei a non addette ai lavori.
Il collegamento tra femminismo e meridionalismo resta relativamente superficiale e più "intersezionale" che confluenziale: ci sono ovviamente punti di incontro nelle due lotte e lungo i due assi di oppressione, ma sia l'analisi che la lotta politica non confluiscono in una comprensione e visione unitaria.
L'applicazione tout-court di teoria decoloniale al Sud Italiano è un'operazione, per quanto non necessariamente nuova, comunque spinosa, e il confine con il vittimismo non completamente giustificato (soprattutto a fronte delle atrocità che il Sud del mondo ha subito e continua a subire, contesto dal quale la teoria decoloniale emerge) è molto labile. Le autrici ne sembrano consapevoli, però resto non completamente convinta; sono domande, queste, alle quali anche io personalmente cerco risposta.
La faccenda della terra e del legame ad essa, secondo me la più "fertile" ( ;) ) e convincente della breve ma interessante esplorazione semantica del termine "terrone", resta menzionata solo en passant, e le autrici lasciano molto spazio all'immaginazione. Isolare genere e subalternità geografica produce inevitabili omissioni - quella ambientale e agraria è per esempio una di queste.
L'idea di una "politica meridionalista femminista" è un orizzonte interessante e con del potenziale, ma le autrici non esplorano a fondo il suo significato e le sue implicazioni politiche e pratiche. La velocissima e superficiale bozza di programma/politiche che conclude il libro non rende giustizia all'analisi (altamente teorica) che la precede. Il focus sulla "cultura", sulle "imprese", e una pressoché intaccata separazione, nella pratica delle "lotte", della questione femminista e meridionalista, rendono la conclusione più liberale di quanto il resto del libro avrebbe lasciato intuire.
È anche importante notare che la prospettiva siciliana è molto prominente nelle storie, testimonianze e dati riportati, che va benissimo, ma ovviamente diventa difficile espandere parte del contenuto ad altri contesti all'interno del Meridione stesso.
In conclusione, e riassumendo, la premessa e scopo del libro è importante e le autrici compilano e collegano letterature ed esperienze utili ad approcciare la questione in maniera unitaria, aprendo la strada ad una conversazione urgente e necessaria; il libro però resta altamente teorico, con pochissimi contributi originali che restano comunque abbozzati, e una linea politica generale un po' confusa.
Se dovessi descrivere questo libro con una sola parola, sarebbe "necessario". Si parla spesso di "questione meridionale", ma non era mai stata esplorata da un punto di vista femminista e queer; soprattutto dando voce anche ad autrici e attiviste del sud, spesso a noi sconosciute o non ritenute degne di essere prese in considerazione come punti di riferimento (infatti si parla di "validità dei saperi del sud" e di "sindrome dell'impostora", con mio piacere declinato al femminile perchè colpisce di più i gruppi marginalizzati). Le autrici riescono nel loro intento non solo perchè lanciano nuove proposte per una ridefinizione del sud, ma anche perchè sono consapevoli della storia del sud globale e dell'importanza di attingere anche da altre fonti e saperi, oltre a quelli dei nostri conterranei, adattandoli alla nostra situazione. Citano dunque da Gayatri Chakavorty Spivak, femminista postcoloniale, ed Edward Said, filosofo palestinese (e la Palestina verrà citata altre volte, scelta che ho molto apprezzato), fino al nostro Roberto Sottile, professore di linguistica (e mio ex relatore) ,Giovanna Cristina Vivinetto, poeta siracusana e Maria Occhipinti, attivista anarco-marxista. Facendo ciò, fanno capire a chi legge che anche noi meridionali possiamo essere femministi, queer,attivisti di rilievo, se ci giriamo intorno, e grazie alle autrici più gente conoscerà il proprio passato e presente, e capirà il proprio futuro. Il fulcro del libro è infatti quello di diventare agenti della nostra storia e della nostra memoria, riscriverla con noi come protagoniste, senza cercare altrove qualcuno che possa rendere valido ciò che siamo, e dunque cambiare narrazione per far capire che quella unica non esiste, che siamo delle pluralità che coesistiamo a nostro modo. Il Meridione non è soltanto analizzato dal punto di vista economico, ma anche da quello del turismo di massa, dall'accento che è solo oggetto di scherno, dalla televisione che ci vuole solo delle macchiette, andando oltre al semplicistico "ma siamo fatti così" , pur responsabilizzandoci, e non solo con teoria, fondamentale, ma cone esempi pratici, riflettendo davvero sulle dinamiche di oppressione in atto nel sud del nostro paese. Citando e parafrasando l'introduzione, il meridionalismo è dunque il riconoscimento di essere parte di poteri globali più complessi di come vengono ridotti di solito, ma anche "il rifiuto della violenza della modernità imposta" (non abbiamo infatti bisogno di diventare la Londra di turno, progredendo sì ma a nostro modo) e assumendoci le nostre responsabilità. Non abbiamo bisogno di northsplaining (termine coniato da loro), il meridione ce lo spieghiamo benissimo da soli, e questo testo è uno dei tanti esempi. Scavando a fondo sulle dinamiche nord a sud, il testo fornisce anche una risposta a chi sostiene che noi del sud siamo gente pigra, che il reddito di cittadinanza non serve a niente, che i posti sono bellissimi ma la gente fa schifo. Bisogna andare oltre questi stereotipi e chiederci: perchè? Da terrona tornata da poco, metto in atto l'azione di "restare", attiva e non passiva, partendo da questo libro, riscoprendo le mie radici e mettendone di nuove che possano intrecciarsi ad altre per non essere più complici, ma per essere felici qui, nel margine che ci costruiamo noi. Grazie per averci dato voce.
Nel suo raccogliere e democraticamente semplificare istanze dei femminismi decoloniali e intersezionali, questo libro ha un ruolo fondamentale nel panorama di oggi per ricordare a gran voce che la storia della Sicilia e dei Sud globali non è bianca o nera perchè il femminismo, o meglio, i femminismi non sono « un’isola ».
Ho letto Femminismo terrone di Claudia Fauzia e Valentina Menta con grande curiosità. Pubblicato da Tlon, il libro si presenta come un manifesto di un femminismo del Sud, nato dalle voci di due donne siciliane. L’intento è chiaro: dare spazio a un femminismo intersezionale che affronti colonialismo, abilismo, omofobia, e lo faccia da una prospettiva radicata nel Meridione. Ed è proprio da qui che partono le mie riflessioni – critiche, ma non per questo prive di rispetto.
Quello che mi ha colpito – e in parte deluso – è la sensazione costante di rimanere in superficie. Si parla spesso dei “saperi del Sud”, ma non ci si prende mai davvero il tempo di spiegare che cosa siano, dove affondino le radici. Anche le discriminazioni vissute nei contesti femministi, per il semplice fatto di essere meridionali, restano affermazioni generiche, mai accompagnate da esempi concreti o vissuti tangibili. È come se le parole evocassero molto, ma non ci portassero mai davvero da nessuna parte.
Il linguaggio, poi, mi ha lasciato spesso spaesatə. Ricco, certo, ma anche inutilmente complicato. Frasi lunghe, infarcite di riferimenti teorici che sembrano voler dimostrare qualcosa a ogni costo, ma che alla fine rischiano solo di allontanare chi legge. Manca chiarezza, manca carne viva.
E alcune affermazioni... mi hanno fatto storcere il naso. Come quella secondo cui solo ciò che è “bianco, maschio e etero-cis” sarebbe considerato legittimo nella società. O l’idea che esista un piano sistemico e deliberato per sottomettere il Meridione. Non sto dicendo che il Sud non sia stato e non sia tuttora oggetto di marginalizzazione – lo sappiamo bene – ma costruire un intero impianto narrativo su generalizzazioni così nette rischia di renderlo fragile. Il Meridione non è un blocco compatto, non è un solo volto, e ridurlo a un’unità indistinta è un errore simile a quello che si denuncia.
Alcune connessioni, poi, mi sono sembrate forzate. Dire che la sindrome dell’impostore colpisce soprattutto le donne e le soggettività marginalizzate può anche essere vero in parte, ma serve argomentare, spiegare, andare oltre lo slogan. Oppure legare il Reddito di Cittadinanza all’antimeridionalismo come se fosse l’unica chiave di lettura possibile, o leggere il Ponte sullo Stretto come unicamente un problema del Sud, ignorando che simili opposizioni esistono ovunque ci sia una grande opera imposta dall’alto (la TAV, per esempio). Queste forzature mi danno la sensazione di un ragionamento che parte da una conclusione già scritta, e che cerca conferme ovunque.
E poi c’è quel passaggio sullo stupro di Palermo e sulla mafia, dove si associa il sessismo alla criminalità organizzata, e si cerca un parallelismo tra la responsabilità maschile per il patriarcato e quella siciliana per la mafia. L’ho trovato eccessivo, sinceramente. Mi è sembrata più una provocazione intellettuale che una riflessione autentica.
Un altro punto critico riguarda il voto fuorisede, che le autrici leggono come una chiara discriminazione contro i meridionali emigrati. È vero, il problema colpisce soprattutto loro, ma ridurre tutto a un’ottica antimeridionalista rischia di oscurare le responsabilità più generali, sistemiche, legate all’inefficienza dello Stato e alla disattenzione verso i giovani, ovunque siano nati.
Quanto ai concetti di "north gaze" e "northsplaining", che ricalcano il male gaze e il mansplaining... mi sono sembrati termini creati più per provocare che per spiegare. Sinceramente non ne sentivo il bisogno, e temo finiscano per annacquare concetti già esistenti, più solidi e condivisi.
La parte sulla "terronizzazione del trash" mi ha fatto riflettere. È vero che la rappresentazione del Sud nei media è spesso caricaturale, ma attribuire tutta la colpa all’esterno, ignorando che certi contenuti trash sono prodotti e consumati anche da chi vive nel Sud, è un modo di semplificare la realtà. E dire che chiamare “spazzatura” certi programmi sia un atto classista mi sembra eccessivo: si può criticare un contenuto senza disprezzare chi lo guarda, e anzi – proprio riconoscendone il valore culturale – si può provare a fare di meglio.
Anche l’analisi del mito di Pigmalione come rappresentazione del male gaze, o quella della figura di Malena, mi sono sembrate interpretazioni un po’ stiracchiate. Interessanti, forse, ma non del tutto convincenti.
Infine, il tema della lingua. È vero, spesso l’accento del Sud viene associato all’ignoranza, e su questo bisogna lavorare. Ma dire che parlare con il proprio accento sia un gesto “sovversivo” mi sembra una forzatura. Così come sostenere che usare lo schwa sia un atto rivoluzionario mentre scrivere in italiano corretto sia borghese. Non possiamo ridurre la complessità del linguaggio a una questione di schieramenti.
Un libro necessario, che mette in luce in modo chiaro ed inequivocabile come le discriminazioni verso il Sud così come tutte le altre abbiano le stesse radici.
Da femminista e terrone non posso che apprezzare. Manifesto/saggio breve per un nuovo femminismo, che nella sua intersezionalità dovrebbe considerare anche l'elemento "terrone". Pieno di citazioni e riferimenti, Femminismo terrone è un libro che legge dal meridione (anzi, dai meridioni) temi già conosciuti - esotizzazione, discriminazioni, omolesbotransfobia - ma da un punto di vista diverso. Lo vedrei molto bene come testo in un corso di antropologia, sociologia o geografia umana.
Rieccoci. Torno a parlare di un tema che amo affrontare e trovare nei libri che leggo, per imparare a riconoscere tutti quegli atteggiamenti che alimentano le differenze, siano esse legate al genere, al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alle differenze economiche o al fatto di essere una donna meridionale.
Una questione che riguarda molte e molti di noi, che siamo stati costretti a lasciare la nostra terra per cercare fuori la nostra strada. Una strada che a volte prevede solo l’andata e non il ritorno:
Terra ca nun senti ca nun voi capiri ca nun dici nenti vidennumi muriri. Terra ca nun teni cu voli partiri e nenti cci duni pi falli turnari.
Tocco questo tema, lo studio, lo affronto, perché ogni giorno molte di queste differenze le vivo sulla mia pelle. Ogni giorno vivo delle piccole discriminazioni che passano dagli atteggiamenti, come ad esempio subire il mansplaining, ovvero dover ascoltare spiegazioni di fenomeni o cose che conosco benissimo da uomini che ne sanno meno di me (e mi è successo anche oggi); ricevere commenti non graditi sul mio fisico, quando non si ha alcun diritto di farlo; o, peggio ancora, vedere messa in dubbio la mia professionalità perché sono donna. Dulcis in fundo, tutto quello che una donna del Sud può subire quando varca la linea immaginaria che passa su Roma e spacca in due lo stivale: dalle "simpatiche" battute sul permesso di soggiorno a quelle sul fatto che si sappia parlare correttamente in italiano. Mi è capitato durante gli esami universitari, mi è capitato al lavoro.
Ho apprezzato molto questo volume, sia in quanto saggio, sia in quanto manifesto. Tuttavia, l'ambiguità dei due generi letterari con cui gioca fa sì che il mio parere su questo testo sia ambivalente. In questa valutazione, o scelto di considerarlo in quanto manifesto, e in quanto tale è ineccepibile. Include un'analisi lucida, sfaccettata ma coincisa della storia del rapporto tra Meridione e (resto d')Italia, dell'antimeridionalismo come fenomeno non solo italiano, piuttosto dell'antimeridionalismo italiano come declinazione di un insieme di antimeridionalismi, dei pregiudizi e stigmi che abbiamo incorporato nella nostra società, dell'attivismo al Sud e del Sud e della resistenza passata di figure non abbastanza riconosciute dalla storia che ci raccontiamo e della resistenza quotidiana con la propria sola esistenza. In quanto tale, questo libro mette nero su bianco cos'è l'antimeridionalismo e perché la lotta ad esso debba essere considerata in ottica femminista e nella sua intersezione con la lotta femminista.
Per contestualizzare la mia premessa, ho trovato alcuni passaggi molto, troppo immediati se si sceglie di considerare questo libro un saggio. In particolare, che questo si rivolga a un pubblico che condivide e dà per scontate alcune premesse che scontate non sono per un pubblico mainstream (prima tra tutti, l'assunzione che il femminismo debba essere intersezionale, che personalmente condivido).
Penso sia una ottimo libro per introdurre il concetto di femminismo terrone. Io come persona nata e cresciuta al sud sono sempre stata molto consapevole della situazione di svantaggio che vive il meridione, così come i meridionali. Ma non mi sono mai fermatə a pensare più approfonditamente sulla problematica. Nonostante il libro sia corto, presenta le idee principali dando tutte le spiegazioni e informazioni necessarie a comprendere che cosa vuol dire un femminismo terrone, così come cosa ci ha portato nella situazione odierna. Nella sua sintesi presenta molti spunti di riflessione. Ad ogni modo non credo che esso solo sia abbastanza da comprendere a fondo il concetto. Come ho detto all'inizio è un'ottima introduzione, ma se si è interessati a comprendere più a fondo il come, quando e perché, è decisamente necessario leggere altre fonti (partendo anche dagli stessi libri citati dalle autrici).
"La lingua di mia madre è un telegramma di sua madre (...) così, anche se le sue labbra riescono a malapena a distendersi intorno all'inglese, il suo accento è una bussola ostinata che le indica sempre la direzione di casa".
Manifesto del femminismo terrone che non ha l'aspirazione di essere conclusivo o un progetto finito, è un progetto politico in divenire che racchiude più comunità ed è pronto ad ascoltare le diverse voci. Quel che è certo è che è un progetto di resistenza rispetto l'egemonia che mette in discussione tutto ciò che è il culturale. Sono tanti i riferimenti e le storie spiegate, come la storia di Franca Viola, di Peppino Impastato, del Teatro Madre di Palermo, di Geolier a Sanremo, della diaspora meridionale, de las chicanas, della mafia corleonese di Maria di Carlo e di Nino Gennaro, della Donna meridionale e de #vitalenta. Gli spunti sono tanti, forse in alcuni casi mi sarebbe piaciuto analizzarli meglio.
L’atto del restare in uno stesso luogo può divenire un’azione di mobilitazione È possibile spostarsi anche senza allontanarsi dal posto in cui si è nati Restare significa anche mettere in discussione i propri luoghi, conoscerli in modo nuovo, rischiare anche di sentirsi spaesati L’emigrazione non riguarda solo chi parte, ma anche chi resta, e l’essere rimasto non è atto di debolezza né atto di coraggio, è un dato di fatto, una condizione, ma anche l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre fuori posto
Il dialetto è una forma di resistenza all’oppressione antimeridionale un meccanismo di difesa alla globalizzazione
Il mio dialetto è un telegramma di mia madre Bussola ostinata Mi indica sempre La direzione di casa
Un libro che mi ha reso più consapevole su quanto ancora siano radicati gli stereotipi sul Sud e che ha cercato di rispondere alla domanda che sempre mi sono posta: in quale momento della Storia e perché sono nati gli stereotipi sul Sud? Un libro che valorizza le storie di resistenza di donne spesso dimenticate come Franca Viola, Rosa Balistrieri, Maria Occhipinti e ci invita a ripensare a un nuovo modello di sviluppo e modernità.
Ottima base per avvicinarsi alla questione. Unica nota dolente per me è l'assenza di esempi di resistenza femminista e terrona che non siano siciliani nel 3 capitolo; a un certo punto sembrava che il libro parlasse solo di Sicilia e non del Sud in senso più ampio (geografico e non). Per il resto, consigliato.
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È un libro sentito, mirato non solo alla riflessione ma all'azione. Oltre ad offrire punti di vista sulla lotta intersezionale dei SUD, passando dalla musica, le manifestazioni alle lingue, regala uno studio storico funzionale alla necessità che una lettura come questa e un bisogno di sottolineare determinati concetti ci sia.
Se prima ero sensibile sulla questione meridionale, e adesso la sento con maggiore punto dopo un recente trasferimento dall’isola trinacria alle terre sabaude, finendo questo saggio ti rendi conto perfetto della diaspora che viviamo. Delle differenze che abbiamo assorbito e di tutte quelle micro imposizioni che effettivamente ti fanno domandare perché siamo arrivati a questo punto. Consigliato.
L'argomento è super interessante, ma ho avuto difficoltà ad apprezzare lo stile di scrittura. Ho trovato la struttura narrativa molto macchinosa, per questo la lettura non mi ha coinvolta e ho fatto un po' fatica a portare a termine il libro.
Bho mi lascia un po' perplesso: a volte mi sono stupito a volte mi sono perso seguendo questo filo rosso che collega femminismo intersezionale, antimeridionalismo, capitalismo e colonialismo. Forse un po' too much? Non lo so complessivamente interessante pero