Il destino o il caso o la giustizia poetica, a seconda di quel di cui abbisogniamo per consolarci, vogliono che a compiere le imprese più importanti nel progresso umano siano i personaggi più improbabili e per motivi altrettali. La cosa ci sorprende probabilmente soltanto perché, abituati da una degenerazione della cultura democratica a nominare come razionali e validi coloro che sono soltanto mediocri e additandoli ad esempi da seguire e imitare, si tende a demonizzare gli altri e a non prenderli troppo sul serio, provocandoli alla vendetta. Il genio è fondamentalmente narcisista come quasi chiunque di noi, con la differenza che detiene i mezzi per potersene giustificare e, soprattutto, una motivazione a metterli in azione.
Mezzi, motivazione e narcisismo non mancano a Heinrich Schliemann, passato alla storia per una delle scoperte archeologiche più clamorose di sempre, quella di Troia (1871–74), eclissando per fama il connazionale Johann Joachim Winckelmann (1717–68) e rievocando i fasti del rinvenimento di Pompei (1748). Di lui diremmo che ha vissuto una vita romanzesca, se non fosse che molti romanzi non sono così interessanti: nato in una cittadina nel Meclemburgo-Pomerania (Germania), quinto dei nove figli di un pastore protestante, interrompe gli studi per mancanza di soldi, per alcuni anni rimane senza impiego stabile, si imbarca per il Sudamerica ma naufraga nei Paesi Bassi, pian piano si fa strada nel mondo degli affari, negli USA elargisce prestiti agli avventurieri in cerca dell’oro, in Russia rimedia un matrimonio conveniente e si arricchisce con i rifornimenti all’esercito in occasione della guerra in Crimea (1853–56). Lui stesso, come personalità, sembra uscito dalla penna di un romanziere: opportunista e geniale, impara una quantità impressionante di lingue grazie a un metodo da lui stesso congegnato; quando, nel 1868, lascia gli affari per scoprire Troia, lo fa per adempiere a un sogno espresso, pare, da bambino; è tanto appassionato di letteratura greca, non solo da chiamare i suoi figli, avuti in seconde nozze, Agamennone e Andromaca, ma pure da scegliersi domestici di nome Edipo o Giocasta.
Il libro che abbiamo tra le mani, ‘La scoperta di Troia‘, è una autobiografia involontaria, in quanto allestita da altri mettendo insieme vari brani da altre opere, ma si legge a sua volta come un romanzo avvincente come pochi. Nella prospettiva degli specialisti o anche solo dei cultori di archeologia, è in primo luogo la storia di una follia: esagerando un atteggiamento comunque diffuso nell’epoca della cosiddetta archeologia pionieristica o romantica – vedansi le imprese in Medio Oriente sulla rotta della Bibbia -, Schliemann si reca in Anatolia (Turchia) e sul sito di Hissarlik, cercando la mitica Ilio sulla base degli indizi disseminati qua e là da Omero. Infatti egli non mette in dubbio che il sommo poeta greco dica la verità e legge la ‘Iliade‘ come come un testo sostanzialmente storico, in ogni caso una elaborazione di fatti reali. Poiché, in effetti, su quel sito si trova qualcosa, egli si vede confermato nell’impressione; nel 1873 riporta alla luce una gran quantità di gioielli e riconosce questi come il mitico tesoro di Priamo – oggi suddiviso tra l’Ermitage di San Pietroburgo e il Museo Puskin di Mosca. La sua scarsa competenza in stratigrafia fa sì ch’egli scavi la città fino agli strati più antichi e distrugga quelli relativi all’epoca si presume che la mitica guerra abbia avuto luogo (XIII-XII secolo a.C.). In generale non dà mai la sensazione di distinguere i fatti dalle sue interpretazioni e talvolta dà quella di piegare i primi alle seconde. Innumerevoli sono le critiche rivoltegli già al suo tempo.
Perché non sanguinino gli occhi, occorre quindi affrontare la lettura di queste memorie con occhi diversi. Senza subbio Schliemann avrebbe potuto avere una carriera letteraria. Il suo racconto, ricco di aneddoti gustosi e descrizioni suggestive, avvince e appassiona, restituendo gli entusiasmi, le tensioni e in generale l’atmosfera di un’epoca in cui imprese come queste erano davvero avventurose. Alcuni episodi hanno del fiabesco, come quando l’autore afferma di aver trovato il succitato tesoro da solo con la moglie, avendo prima allontanato gli operai, o quando ricorda di aver riscoperto la passione per i poemi omerici sentendone recitare dei versi, per caso, da un uomo ubriaco. Naturaliter non ci si dovrà attendere di leggere in questo libro un resoconto realistico, rimanendo chiaro un intento autocelebrativo.
Rimane un libro da leggere per la sua piacevolezza e come rassegna degli errori più comuni, non solo nella ricerca, bensì nell’esperienza del quotidiano di chiunque di noi. Si dice che sul calar della vita, dopo aver stupito il mondo riportando alla luce la presunta maschera di Agamennone a Micene (1874–76), Schliemann intenda trovare addirittura Atlantide; magari avrebbe scoperto l’America, chissà.
“Sarebbe per me la massima soddisfazione e il premio più bello che la mia ambizione possa desiderare, se si riconoscesse da parte di tutti che ho attivamente collaborato a raggiungere questo grande scopo della mia vita”