Benedetto, Nunziatina, zia Gilda, Padre Vittorio sono i personaggi forti della trama incalzante che li accerchia e li fa misurare con l'ossessione del sesso e del peccato, l'esaltazione dell'amore, i corpi di maschi, femmine e trans, la presenza incombente di Dio. Savarese scandaglia e declina le diversità dell'amore raccontando vite che apparentemente hanno fallito perché hanno perduto l'amore. Ma la possibilità di redenzione rimane quando alla durezza della vita si oppone un cuore capace di ardere e sciogliersi.
Ho la sensazione che Eduardo Savarese scrittore debba ancora maturare: continua a trasmettere la sua passione per la scrittura, la sua capacità di cercare le parole, di costruire una scrittura pensata, densa, ma non ancora sufficientemente limata. Probabilmente è l’aspetto strutturale che mi lascia perplesso, la scelta delle storie, che secondo me sono sempre troppe, c’è sempre troppa carne al fuoco - i continui salti temporali, che secondo me funzionano così così nelle sue mani, la scelta dei personaggi, che trovo non sia sempre convincente.
Renato Guttuso: Crocefissione. 1940-41.
Sospeso tra i piedi della croce e la sceneggiata napoletana, Savarese racconta di Benedetto che si alterna tra incontri sessuali piuttosto brutali con giovani reperiti su internet e il suo lavoro di medico ginecologo volontario in un centro assistenziale messo su da un amico sacerdote (don Vittorio) per proteggere le donne a rischio, travestiti inclusi. Nunziatina è un travestito che si dichiara incinto e s’innamora del giovane medico. Non manca una ghiotta collezione di Barbie.
Luizo Vega
Oppure, quello che più di tutto mi lascia perplesso è l’enfasi, che io trovo eccessiva.
O, forse, qualcuno che a 50 anni sta ancora scoprendo la sua identità e vuole a ogni costo conciliare la sua omosessualità con la fede cattolica, mi incuriosisce davvero poco.
E, quindi, è possibile che il libro sia più che buono e invece io sia stato mediocre lettore perché ho preteso un coinvolgimento che la letteratura non ha l’obbligo di assicurare.
Di rado ho letto parole così potenti e delicate. Ma non evanescenti, no, piuttosto con quella leggerezza che taglia ed entra nell'animo. Di rado ho letto un finale così sofferto, gioioso e poetico. E mi viene in mente il Cristo velato con il suo velo di marmo a scoprire un mistero d'amore.
Esiste un’eterna guerra intima che ognuno combatte tra quello che appare e quello che si è, tra ciò che il mondo vede, e che talvolta vorrebbe sempre vedere, e ciò che invece ci parla in coscienza. Accettarsi e vivere con maggiore libertà interiore, o soffocarsi e sopravvivere a una vita mascherata? Si tratta di una scelta, spesso nemmeno consapevole, ma che rappresenta un passo fondamentale nella creazione dell’individuo. Ne Le inutili vergogne si trova una trama ipnotizzante, che trascina nei temi del sesso, del peccato e del ruolo di Dio e della fede. L’amore in ogni sua variante, come manifestazione più alta dell’anima, che non può dissociarsi dalla fisicità dei corpi.
"Rinunciare alla vita per paura non è la vera penitenza richiesta. Bisogna bandire le inutili vergogne, bisogna mangiare il frutto e poi metterlo da parte. L’anima si fortifica attraverso i digiuni quando essi sono una libera scelta, un dono con cui togliamo qualcosa dalla nostra vita e la immettiamo nello Spirito Creatore. Le astinenze, invece, quando sono amputazioni rigide e predeterminate dei nostri desideri più profondi, distruggono la pace." Dopo la magnifica prova di "Non passare per il sangue" E/O, Eduardo Savarese scava ancor più in profondità e lo fa senza alcuna cautela, da vero kamikaze della verità. "Le inutili vergogne" rende pienamente omaggio alla collana Sabot/Age perché è un sabotaggio a quanto di più radicato ci sia nella cultura cattolica: il senso del peccato e la necessità salvifica di rinunciarvi.
A un libro così dare un voto è riduttivo. Un libro così lo si legge e rilegge, cercando di capirlo, nella sua prosa ricercata e curatissima, nel suo scardinare le intime certezze del lettore, nel suo scandagliare tematiche difficili. Io ho cercato di capire anche dove non capivo, anche quando mi chiedevo il perché e il senso di alcune scene. Alla fine rimane solo l'accoglienza, l'apertura del cuore che si schianta, come si schianta quello di Benedetto quando finalmente molla ogni resistenza all'accettazione di se stesso.