Un libro necessario, a un anno dal massacro del 7 ottobre, per comprendere i rapporti tra Israele e Palestina attraverso le storie e i personaggi di un albergo nel cuore del conflitto, l’American Colony Hotel.
La casa editrice Sellerio ha pubblicato Il giardino e la cenere del giornalista italiano Alberto Stabile. In questo resoconto personale, l’autore ci racconta più di vent’anni di storia del conflitto tra Israele e Palestina, attraverso la voce dei personaggi che sono passati dall’American Colony Hotel, leggendaria struttura situata nel cuore del conflitto.
Stabile ci narra in parallelo sia gli avvenimenti politici al di fuori dell’hotel, sia gli incontri, talvolta segreti, al suo interno. Quello che rende speciale il Colony è la sua idea di tolleranza e accoglienza: in passato si è riusciti anche nell’impresa di far dialogare israeliani e palestinesi in maniera del tutto civile. In questo clima di speranza, il giornalista è riuscito ad instaurare bellissimi rapporti umani con le persone del territorio, oltre che con colleghi di tutto il mondo, tanto da darsi il soprannome di Jesusalem Boys and Girls.
Il libro diventa così un viaggio malinconico tra i ricordi del giornalista e i le avventure delle persone che nell'hotel hanno lavorato e/o soggiornato.
Interessante, ma non indispensabile per capire il conflitto.
Questo libro mi ha preso il cuore, l'ha masticato, risputato, gli ha dato fuoco e poi ci ha posato un fiore sopra. Nonostante io sia stata a Gerusalemme quasi vent'anni dopo Alberto Stabile, in vicende strettamente collegate a un altro albergo, la mia vita si è intrecciata con quello che era diventato il Colony ed è così difficile, in quell'altissima espressione di accoglienza e integrazione che è per sua missione quell'albergo, descrivere la precisa sensazione che un altro mondo, fatto di pace e convivenza, fosse possibile. Una sensazione così intensa da volerla urlare eppure così delicata, così fragile, da non poterla nemmeno sfiorare o sussurrare, perché si dissolverebbe sotto il gran peso della politica, della storia, delle superiori implicazioni sociali. Eppure questo libro ci prova, a descrivere quella sensazione, contemporaneamente in punta di piedi e in apnea, tramite ritratti delicati che danno l'impressione di essere stati scritti in una notte. Quell'unica grande notte che è iniziata con l'assassinio di Rabin e che il sole di un nuovo giorno non ha mai più dissipato.
Riconosco l’importanza di ogni testimonianza sulla Palestina, ma trovo questa narrazione datata e viziata da evidenti bias. 1. Anastasia: ha un cognome? Più crocerossina che fotoreporter. Murgia, mi manchi. 2. Davvero è così difficile chiamarlo genocidio? 3. Il Colony Hotel sembra un paradiso coloniale, dove i palestinesi sono rappresentati come figure servizievoli, grate agli occidentali, quasi fossero in cerca di riconoscimento attraverso lo sguardo bianco.
Un reportage avrebbe dovuto illuminare. Peccato: un’occasione mancata per raccontare davvero.