All'alba del 13 ottobre 2023, a una settimana dall'attacco di Hamas in Israele e dall'inizio della guerra all'interno della Striscia di Gaza, il giornalista palestinese Sami al-Ajrami chiude a doppia mandata la porta di casa sua, nel campo profughi di Jabalia, dov'è nato e ha sempre vissuto, per sfollare con la famiglia a sud, secondo le indicazioni dell'esercito israeliano. Come già altri profughi palestinesi prima di lui, alle sue spalle lascia un'intera vita. Collaboratore di diverse testate internazionali, la sua è stata l'unica voce a raccontare sulla stampa italiana il conflitto dall'interno della Striscia e in presa diretta. In una sorta di diario quotidiano pubblicato da «la Repubblica» ha mostrato la sofferenza, la paura e l'impotenza di chi la guerra non solo la racconta coraggiosamente per mestiere ma la vive sulla propria pelle, testimone e vittima allo stesso tempo. Cronaca di un'immensa tragedia, e preziosa fotografia di vita quotidiana nella Striscia di Gaza dilaniata dalle bombe, il suo racconto trova ora un nuovo spazio nelle pagine inedite di questo libro. La ricerca costante in prima persona di un riparo sicuro, ma anche semplicemente di cibo e calore, nel tentativo di sopravvivere a tutti i costi con le due figlie e i genitori anziani, documenta il dramma dell'intero popolo l'esistenza stravolta all'improvviso, il dolore per essere costretti ad abbandonare la propria abitazione e i ricordi di una vita, il rischio di morire sotto bombardamenti che non risparmiano case, ospedali, scuole, moschee, chiese. Fino alla sofferta decisione di lasciare convinto ormai di essere in pericolo, diventato lui stesso un target in quanto giornalista, e anche dalla paura di non poter rivedere le figlie, messe in salvo solo poco tempo prima. Oggi Sami al-Ajrami vive in Egitto. Da lì continua a mantenere i contatti con chi è rimasto a Gaza in condizioni sempre più precarie. In tasca ha ancora le chiavi della sua casa di Jabalia, «non aprono più e in questo anch'io condivido il destino del popolo palestinese».
Il racconto straziante dei primi sei mesi di attacco totale israeliano alla striscia di Gaza dopo l’attentato del 7 ottobre. L’autore è un giornalista palestinese che assiste in prima persone alle atrocità commesse dall’esercito israeliano verso civili inermi, in prevalenza donne e bambini. Ascoltandolo non ci si può non commuovere e indignare. E non si può restare indifferenti di fronte ad un popolo che viene schiacciato e che si tenta di annientare fisicamente e culturalmente.
Difficile trovare parole per commentare. Necessario leggere (ascoltare) il più possibile chi racconta cosa è successo e sta succedendo in Palestina. 🇵🇸
Annichilire la popolazione, privandola di acqua, cibo, dignità. Innescare la parte più primitiva dell'uomo per trasformarlo agli occhi di chi guarda in un barbaro, capace di uccidere un'intera famiglia per far posto alla propria nei pochi ripari ancora esistenti. Non avere più niente a cui tornare se non le chiavi di casa, le quali non apriranno più nulla perché tutto è stato distrutto. Chi ha la possibilità paga Hala per fuggire, per chi resta è l'inferno ogni singolo giorno...da un anno. Non riesco ad accettarlo.
Non si puó valutare un libro del genere con le Stelline, gliene do 5 ma potrebbero essere migliaia. Questo libro non è altro che un diario, eppure ti prende per la collottola e ti trascina lì. Non si contano le lacrime. Dovrebbero leggerlo tuttə, dovremmo ricordarci cosa è accaduto e sta accadendo, è orribile anche solo pensarci eppure c'è chi ne è totalmente indifferente.
Quasi surreale pensare che nell’ultimo anno, mentre io vivevo felicemente la mia vita, migliaia di persone abbiano vissuto tali atrocità. Questo libro dovrebbe essere letto da tutti, un mezzo di informazione chiaro e esaustivo che racconta le condizioni di vita disumane delle vittime a Gaza nell’ultimo anno. Fatti reali, con persone reali distrutte da una guerra che non è la loro, ma per cui continuano a soffrire tutt’oggi. Leggendo questo libro, un lungo racconto di cronaca, scopriamo ciò che i mass media non tralasciano, le sofferenze e le ingiustizie che colpiscono migliaia di civili innocenti. Un mezzo per schiarirsi le idee e porsi dalla parte dei più deboli attraverso gli occhi di Sami Al-Ajrami, con cui ho cercato di immaginare una situazione devastante, di cui al telegiornale non parlano di altro se non di operazioni militari. Dopo questo libro, un mezzo di informazione validissimo, presterò sicuramente più attenzione alla questione vedendo tutto sotto un’altra prospettiva.
Sami al-Ajrami, giornalista palestinese, in Le chiavi di casa. Un diario da Gaza racconta i primi sei mesi di vita nella Striscia dopo il 7 ottobre 2023. Il suo è un racconto in prima persona, vissuto giorno per giorno tra le macerie, la fame e la paura. Riesce a far evacuare le sue due figlie, che attraversano il valico di Rafah per raggiungere l’Egitto; lui invece sceglie di restare, di farsi testimone di una tragedia collettiva che diventa anche intima, familiare, quotidiana.
Il libro è un diario dall’interno, ma è molto più di un documento di cronaca: è la voce di chi vive ciò che i media spesso riducono a cifre o comunicati. Al-Ajrami descrive un paesaggio umano devastato dai bombardamenti israeliani — case e ospedali rasi al suolo, assenza di medici, infermieri e medicinali, fame, mancanza di acqua potabile, elettricità e carburante. L’UNRWA, priva di mezzi e risorse, non riesce più a far fronte alla situazione né a soccorrere la popolazione. Ma ciò che colpisce di più è lo sguardo sull’umanità che resiste — o si sgretola — sotto il peso dell’avanzata israeliana.
Tre sono infatti gli elementi che, a parere mio, emergono con forza da questo racconto. Il primo è la cancellazione delle differenze sociali: quando non resta più nulla, spariscono le classi sociali. Si può possedere un’auto di lusso, ma non riuscire a procurarsi un litro d’acqua o un pezzo di pane. Tutti sono uguali nella privazione, nella precarietà, nella paura. Il secondo è la trasformazione della disperazione di un essere umano in ferocia. L’assenza di tutto porta gli uomini a rivolgersi gli uni contro gli altri: si arriva a picchiare un vicino per una pagnotta, e quel vicino, se sopravvive, restituisce la violenza con un'uccisione. È un ritratto lucido e spietato della disumanizzazione che la guerra produce. Il terzo riguarda il ruolo difficile e prezioso dei giornalisti. Al-Ajrami mostra quanto sia pericoloso raccontare la verità: chi documenta la vita a Gaza non solo diventa un bersaglio dell’esercito israeliano ma viene allo stesso tempo ostracizzato dalla propria comunità, che teme ritorsioni. Meglio non farsi vedere con un reporter, meglio non parlare: raccontare può significare morire insieme a lui.
Verso la fine del "diario", l’autore lascia Gaza. Non ce la fa più a resistere e a convivere con ciò che vede. È tra i pochi “fortunati” che hanno ancora qualche risparmio, abbastanza per pagare un’agenzia e attraversare il confine. Diventa tristemente consapevole che le chiavi di casa che ha tanto tenuto strette a sé non gli serviranno a niente.
Le chiavi di casa è un libro che non cerca eroi né soluzioni: è un atto di testimonianza, un tentativo di salvare almeno la memoria da ciò che la guerra annienta. Leggerlo significa attraversare, con lo sguardo che le sue parole rendono possibile, la realtà di Gaza, ma anche interrogarsi su cosa resti dell’umano quando tutto intorno a sé è distrutto.
Ho ascoltato per mesi i racconti di Sami al-Ajrami, tramite la voce di Francesco Costa, in Morning che leggeva da Repubblica.
Per qualche motivo ho finito per (audio)leggere questo libro in contemporanea con La straordinaria avventura di una vita che nasce, di Piero ed Alberto Angela.
Contraddizioni incredibili. La precisione dei processi, la concatenazione improbabile degli eventi, il fatto che, contro ogni statistica, una vita cominci davvero. Leggendolo, viene naturale pensare che ogni nascita sia una specie di vittoria silenziosa.
Poi chiudo quel libro e apro Le chiavi di casa, e la sensazione cambia completamente. Qui la vita non è una promessa, ma qualcosa che può essere interrotto senza cerimonie. Non c’è epica, non c’è retorica: c’è la casa che non c’è più, le chiavi che restano in tasca, l’abitudine alla paura. È un libro che non spiega, registra, ci accusa.
Al-Ajrami ci fa vivere gli orrori di Gaza, fin dal principio, quando l'enormità del 7 ottobre lascia presagire subito l'enormità della reazione. Poi la distruzione, la fame, le umiliazioni, la riduzione a selvaggi costretti a lottare per tozzi di pane, imprigionati tra Hamas e l'esercito israeliano.
Prima riescono ad uscire le sue figlie, alla fine scappa lui, con il senso di colpa di chi abbandona la nave. In quel momento, Rafah è ancora in buona parte in piedi. L'Autore va via, e dopo infiniti mesi arriverà una tregua che durerà poco, Rafah sarà rasa al suolo come tutta la Striscia. Il dramma continua oggi, con alluvione di una drammaticità biblica. Sami Al-Ajrami è salvo, la sua terra pullula di macerie, ordigni, cadaveri, miseria, condizioni disumane, che richiederanno decenni per consentire di nuovo una vita decente.
Decenni che non ci saranno, o se non altro non ci saranno per i gazawi.
Sami al-Ajrami è un giornalista palestinese che collabora con numerose testate internazionali; viveva nel campo profughi di Jabalia, con le figlie adolescenti e altri familiari, quando è esploso il conflitto.
È un racconto scritto in prima persona; viene data voce sia all'atrocità del reportage di guerra sia all'intimita' del diario, tenuto da chi ha visto scomparire, giorno dopo giorno, tutto il suo mondo.
Il punto di vista raccontato è quello dei civili palestinesi: bambini, anziani, malati, donne in procinto di partorire, giovani privati del domani. "A me sembra - scrive l'autore - che Israele e Hamas si sostengano a vicenda, tenendo noi civili nel mezzo".
La scrittura è lieve, anche se la sofferenza trapela da ogni riga.
Nonostante le privazioni e i traumi vissuti in prima persona, l'autore riesce a mantenere un proprio equilibrio interiore che gli permette di non lasciarsi sopraffare, di non abbandonarsi alla bruttura che lo circonda.
E questa credo sia anche la chiave con cui è riuscito a sostenere le sue giovani figlie: "cerco di insegnare loro - scrive Sami al-Ajrami - a non fare discorsi di odio. E a non ragionare per fazioni, ma in termini di diritti: gli dico che il loro è vivere una vita degna".
Noi che viviamo sicuri nelle vostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Consideriamo se questo è un uomo che fugge da una zona all'altra seguendo indicazioni di volantini che non conosce pace che lotta, e muore, per un rancio degli aiuti umanitari, che mangia erba e foglie per sopravvivere, che beve acqua contaminata, se ne ha. Che non ha di che vivere ma nemmeno di che morire, e viene sbocconcellato dagli animali per strada.
Il diario di un giornalista, che sa essere tanto una testimonianza storica, lucida e schietta, quanto un racconto intimo. In entrambi i casi, è la narrazione di un genocidio, del peggiore tra tutti perché in diretta in tutto il mondo, senza che nessuno, da nessuna parte, faccia nulla. C’è tanto dolore, tanta dignità, tanta resistenza e tanta opposizione insieme.
Un reportage di guerra scritto in maniera così realistica nella sua semplice tragicità da sembrare fantastico. Spesso durante la lettura avevo bisogno di ricordare che quello che leggevo stava realmente accadendo. Una cosa incredibile, difficile da credere che sia reale. Una vera botta nello stomaco.
such an important book. it is truly heartbreaking and impactful to be immersed in the uncertainty, pain, and fear of Sami and all the other Gazans. To read about the life they lived before 7/10/23 and the stark contrast with (but also long history of) the horrors now makes you realise again and again how cruel and disgusting and inhumane this is.
Een boek om stil van te worden. Een prachtig persoonlijk relaas van een oorlog die zoveel levens verwoeste. Sami schrijft zonder een algemeen gevoel van verbittering, maar de wanhoop is duidelijk voelbaar.
Verplicht literatuur! Onbegrijpelijk wat een leed Hamas en Israël aanrichten. Onschuldige mensen die een eindeloze collectieve straf over zich heen krijgen. Voortdurende angst, hongersnood, vernieling, dood,... Dit moet stoppen!
Libro semplice e asciutto per approcciarsi con facilità a questo immenso tema. La prima parte è molto utile anche a capire tutto ció che c’era prima del 7 ottobre. Impressionante quanto la guerra tolga i privilegi, e i ricchi si ritrovino ad essere al pari di tutti gli alti.
terrifying, heartbreaking, well written, confronting.. what can I say? deeply moving how people maintain their humanity depite feeling abandoned by the world
Di libri sull'argomento ne ho letti un po', inclusi saggi di diversi autori. Questo racconto, a differenza di altri, ti porta dentro la mente e il cuore di chi vive in quei pochi km tempestati dalle bombe e dalla paura. È in grado di farti percepire Gaza, non come un solo cumulo di macerie, ma come un luogo che ha sempre tentato, nonostante le difficoltà oggettive di un'occupazione ai limiti del legale prima e ai limiti del nazismo dopo, di vivere normalmente. È una finestra sulle vite di persone disperate, che combattono ogni giorno per un pezzo di pane e il restare umani. Intenso, sintetico, ma non scontato.
Veronique las 'De sleutels van het huis' geschreven door Sami Al-Ajrami.
Haar mening lees je hieronder. ⬇️
Het nieuws wordt regelmatig gedomineerd door de oorlog in de Gazastrook. Dus toen ik dit boek aangekondigd zag, was mijn interesse gewekt. Sami Al-Ajrami is een Palestijnse journalist die samenwerkt met verschillende internationale kranten.
Het verhaal speelt zich af van oktober 2023 tot en met april 2024. Het begint op het moment dat de oorlog net begonnen is en Sami Al-Ajrami besluit samen met zijn dochters hun appartement te verlaten om voor de aanslagen te vluchten. Sami Al-Ajrami neemt je echt mee in zijn gedachten en in gebeurtenissen die hij meemaakt en beslissingen die hij moet nemen.
Het verhaal is in de ik-vorm geschreven en hierdoor krijg ik het gevoel dat het verhaal echt aan mij verteld wordt. Aan de ene kant is het een heel intiem verhaal. We krijgen door het dagboek een inkijkje in de geest van iemand die zijn hele wereld ziet verdwijnen en niet weet of hij de moed nog heeft om opnieuw te beginnen. Aan de andere kant geeft Sami Al-Ajrami je echt een inkijkje in alle wreedheden die de mensen in de Gazastrook mee moeten maken. Niet alleen de oorlog, maar vooral ook de manier waarop met hun omgegaan wordt. Het voedselgebrek, de steeds groter wordende angst, een dak boven je hoofd vinden en houden, en het verlies van medemenselijkheid, omdat er teveel mensen op een te klein gebied zich moeten huisvesten. Wat mij tijdens het lezen vooral opvalt is de luchtigheid waarmee het verhaal verteld wordt, ondanks de heftige gebeurtenissen en het verdriet wat tussen de regels in voelbaar is.
Het is de gewone Palestijnse burger, de kinderen, ouderen, zieken enz. die in de kou staan. Israël en Hamas vechten een oorlog uit, waar deze gewone burger het slachtoffer van wordt.
Sami Al-Ajrami maakt zelf ook een hoop ontberingen mee en doordat hij journalist is loopt hij ook steeds gevaar, maar toch probeert hij zo vredelievend mogelijk te leven en dit geeft hij ook zijn dochters mee. Hier heb ik veel respect voor.
Zijn dochters reizen op een bepaald moment uit en ik had wel graag gelezen hoe het hun verging, en of Sami Al-Ajrami contact met ze heeft als hij zelf ook de Gazastrook verlaten heeft.
Het is een boek wat gelezen moet worden zodat ook deze oorlog niet vergeten wordt.
Dit boek ontvingen wij van Ambo Anthos. Dit beïnvloedt onze mening niet.
Di cosa parla questo libro e perché questo titolo? È davvero difficile dirlo. Si potrebbe dire che spiega come vivono i Gazawi dal 7 ottobre 2023. Di come si sono spostati da una città all'altra della Striscia, di come intere città, famiglie, attività, ospedali, siano stati rasi al suolo. Ma forse è più corretto dire che parla del grido di coloro che si trovano in mezzo alle manovre dei potenti. Spiega che Hamas non è Palestina. Spiega che, chi muore, di fame, di malattia, di ferite, schiacciati dalle bombe, non sono militari dell'IDF, o miliziani di Hamas. Chi muore sono civili. Donne, uomini, bambini e anziani. perché questo titolo? il titolo è la cosa più difficile da spiegare. come si può spiegare il dolore di lasciare la propria casa per rischio delle bombe? come si può spiegare il dolore di migliaia di persone, costrette a lasciare le proprie abitazioni, a chiedere rifugio in altre città, presso amici o parenti e di spostarsi ancora perché ogni città è nel mirino dei militari? come si può spiegare il dolore di vivere senza avere la certezza di risvegliarsi il giorno dopo? di non sapere se e cosa si mangerà? il dolore di non avere acqua per lavarsi, il dolore di vedere i propri cari soffrire e non poter fare nulla? il dolore di spiegare a un bambino piccolo, che non può uscire a giocare, perché se lo fa, rischia la vita. parla del dolore che costringe le persone a comportarsi come selvaggi, picchiando, rubando, predando. Un dolore del genere non si può spiegare, né si può capire. E nonostante tutto, chi ha lasciato le proprie case, resta ancora attaccato a quelle chiavi. chiavi che non servono più ad aprire nessuna porta, perché non c'è più nessuna casa a cui tornare. Quelle chiavi, per queste persone costrette a lasciare tutto, rappresenta la speranza di ritornare alla normalità.
Un libro che fa male questo diario da Gaza, come recita il sottotitolo, redatto dal giornalista Sami Al-Ajrami dall’ottobre 2023 fino ad aprile 2024 quando, dopo una decisione lunga e sofferta, ha infine scelto di lasciarsi alle spalle la sua terra ed è ripiegato in Egitto da dove ancora oggi scrive quello che accade all’interno della striscia. Un diario uscito sui giornali mentre lo scriveva – in Italia su La Repubblica – e qui ricomposto in unico racconto, fatto da un lato della storia personale del giornalista e della sua famiglia, fino a pochi giorni prima del 7 ottobre impegnata a pensare al futuro – a partire da quello immaginato dalle sue due figlie adolescenti – e poi invece a cercare di sopravvivere, scappando sempre più a Sud nell’incertezza totale e dall’altro da tutti i fatti che sappiamo perché li abbiamo letti ed ascoltati ma che ora scorrono in ordine sotto gli occhi del lettore come fatti di vita quotidiana narrati da chi li ha visti, li ha vissuti – l’orrore dei morti, dei bombardamenti, della fame, del dolore, della passione di fronte ad un destino che pare ineluttabile –. Da leggere e sottolineare in questi giorni mentre la fragile tregua tra Israele e Hamas dà a tutti una flebile speranza.
Un’opera di rara intensità emotiva, che scava nel cuore del lettore con la forza di una testimonianza viva e concreta. Sami al-Ajrami ci accompagna nella sua esperienza personale durante il conflitto nella Striscia di Gaza, trasformando un semplice oggetto – le chiavi di casa – in un potente simbolo di resistenza, memoria e speranza.
La narrazione è diretta, essenziale, priva di artifici retorici, ma proprio per questo riesce a toccare corde profonde. Al-Ajrami non si limita a raccontare il dramma della guerra, ma dà voce alle emozioni e alle contraddizioni di chi vive ogni giorno in bilico tra la vita e la morte, tra la perdita e la necessità di andare avanti.
Leggendo, è impossibile non provare un coinvolgimento totale. Le lacrime scorrono spontanee di fronte alla forza e alla fragilità che emergono dalle pagine, dove ogni parola sembra gridare il dolore di un popolo e, al contempo, sussurrare una richiesta di ascolto e comprensione.
“Le chiavi di casa” è molto più di un diario; è un grido silenzioso che invita il lettore a riflettere sul significato di casa, di radici e di umanità.
Indrukwekkend. Journalist uit Gaza vertelt hoe hij overleefde in Gaza en , samen met zijn 2 dochters en vele familieleden overleefde in een continu oorlogsgebied. Doordat hij een baan had buiten Gaza (als journalist, voor Italië, en ook voor NRC) kon hij tegen woekerprijzen soms nog wat benzine of andere noodzakelijke voorraden kopen. Hij beschrijft eigenlijk heel feitelijk wat er allemaal gebeurt, de vele bombardementen, de honger en dorst, de vele (onschuldige) doden. Het telkens weer moeten vluchten. Aan het eind van het boek vertrekken eerst zijn dochters en uiteindelijk ook hijzelf. Doodop en ook heel verdrietig om zijn familie (moeder, zussen, neven en nichten) en vrienden achter te laten in deze vreselijke omstandigheden, wetende dat hij ze misschien nooit meer zal zien.