Tokyo 1969. La giornata di un ragazzo alle prese con le rivolte studentesche, una fidanzata permalosa che ogni due per tre dice di voler «mordersi la lingua e morire soffocata», signore della buona borghesia intente a combinare matrimoni, una dottoressa sexy e una bambina che lo farà piangere di dolore e di gioia. Un torrentizio flusso di parole in cui la polemica del giovane protagonista contro l'ipocrisia del mondo adulto è sempre intrecciata all'ironia e alla comicità. Il romanzo che ha innovato la letteratura giapponese con uno sguardo all'Ulisse di Joyce e uno al Giovane Holden.
L’ho seguita con lo sguardo per accorgermi che aveva di fronte un semaforo rosso, e le ho gridato dietro d’impulso: “Attenta!” Si è fermata di colpo. Poi si è girata con una piroetta, e mi ha sorriso con quell’espressione radiosa che ormai conoscevo bene, tra il felice e l’imbarazzato. Poi è stata lei a dirmi qualcosa, qualcosa che mi è sembrato essere “Stai attento anche tu”.
Uscito nel 1969, questo romanzo è stato letto da milioni di giovani giapponesi negli anni Settanta. Considerato il Giovane Holden del Sol Levante, ha ispirato le opere di molti scrittori tra cui Murakami Haruki.
“E’ un’opera piena di talento espressa in punta di una dolcezza inquieta. L’esubero verbale allude all’esubero fisico della giovinezza, la consapevolezza di sé fa appello a pathos e umorismo. In come incarna integralmente la difficoltà dell’essere giovani, è giusto riconoscere a questo romanzo il massimo dell’essenzialità.” (Mishima Yukio)
Il nove febbraio 1969 è proprio un giorno sfigato per il nostro giovane protagonista: in piena rivolta studentesca è stato annullato il suo esame di ammissione all’università, gli è morto il cane, gli si è staccata completamente l’unghia dell’alluce del piede sinistro e ha litigato per l’ennesima volta con la sua amica del cuore. Lui si considera solo la sua guardia del corpo ma forse lei è qualcosa di più di una semplice amica.
Lei non sopporta essere osservata da dietro da qualcuno che non parla, ma ci sono certe volte, certe rare volte, che mi lascia alle sue spalle, libero di fissarla. Allora io ne approfitto per fare il pieno in attesa della volta successiva e la guardo intensamente con la stessa voluttà con cui respiri boccate d’ossigeno, a pieni polmoni.
Muovendosi zoppicando tra casa, il pronto soccorso, la stazione e il centro di Tokyo, il nostro eroe, rivolgendo spesso a se stesso un’ondata di insulti a stormo di locuste, cerca tra tutti i suoi pensieri una via che gli permetta semplicemente di crescere diventando una persona migliore.
A forza di fuggire e poi ancora fuggire, magari mi risparmio il morire in mezzo a una strada circondato dalla stupidità, ma alla fine, di me, che cosa rimane? Se in conseguenza di tutto questo sarò riuscito a lasciarmi dietro tutta una miriade di problemi senza importanza per incontrare solo quelli che contano veramente, ma in quel momento non avrò né energie né tempo per risolverli, davvero, che ne sarà di me? Davvero, chi me lo fa fare di stare sempre in tensione? Nell’età del trenino felice del beato dopoguerra, poi, dell’aspetta, nell’età della follia.
Adocchiato per caso in libreria sullo scaffale delle ultime novità, questo romanzo di rottura, spumeggiante, rabbioso, tenero e divertente, è stato una bellissima sorpresa: un’opera di ribellione a quell'idea che separa la gioventù dal resto della vita e tristemente la archivia nella cartella dei ricordi.
Certo, voi lasciate che la primavera della vostra vita si consumi tra le ardenti fiamme dello spirito, ci credete e fate di tutto per crederci, ma poi una volta di fronte al disinganno tornerete in seno alla società sospirando al ricordo dell’età che fu e dei giorni andati, mescolando abilmente nostalgia e amarezza in un modello di vita plausibile e capace di reggersi in piedi. Con l’idea che giovinezza e giorni andati siano qualcosa di separato dalle vostre vite, che al momento del disinganno o dell’abiura possono benissimo essere fatte cadere come code di lucertole e lasciate lì ad appassire.
L’ho visto in biblioteca mentre aspettavo mi registrassero i prestiti, lì in piedi su uno scaffale, verde ad aspettarmi. Leggo la trama dietro: ragazza che minaccia di suicidarsi come capriccio? Questo libro è per me.
Così bello che ho dovuto comprare una copia solo mia (nonostante l’esorbitante prezzo di 18 euro e 50. Ma grazie al buono di compleanno è gratis), giusto perché avevo tanto da scrivere e da sottolineare, eppure ero già arrivato quasi alla fine e la parte segnata è ben poca. Ma di certo è un libro che va riletto, perché davvero complesso. Non lo sembra, è letteralmente lo sclero di un 18enne logorroico che si inceppa nei suoi pensieri, ma è assurdamente caratterizzato dalla storia reale di quegli anni in Giappone e le note in fondo non aiutano per niente una lettura compatta e fluida. Inoltre è fortemente simbolico (l’andare dritto, il giusto/sbagliato…), e per questo bacio i piedi al curatore per aver fatto una prefazione che (date le mie ancora scarse capacità critiche) abbia spiegato molto, ma anche le note, seppur atrocemente scomode, sono così dettagliate da far girare la testa (forse a questo si riferisce quando ringrazia le fonti del fanclub). Mi ha anche ucciso tutti i collegamenti a Murakami e pure la menzione di Sayonara Gangster.
Un ragazzo che cresce, si affaccia alla vita ma è tutto un casino: la tua amica è un casino, tu sei un casino, il fottutissimo mondo è un casino. Va tutto in fiamme, ma non riesci a stare fermo. Anzi, sei fermo, paralizzato, però con la mente rimani a mille. Cambi mille opinioni, sei un idiota ipocrita, ti senti capace di tutto e giungi a riflessioni che pensi avrebbero fatto impallidire i più grandi filosofi. Ma alla fine hai solo 18 anni. E sei un idealista. Provare a fare del proprio meglio, incazzarsi sull’ingiustizia del mondo, avere antipatie per la gente a caso… mi ha sciolto la parte finale della bambina. E Yumi?
libro perfetto? No, e certamente non è per tutti. Mi ha ucciso il commento del critico letterario “avrà anche dei lati interessanti, ma tutto quello stupido e inutile chiacchericcio…” perché è una sintesi perfetta, ma fortunatamente a me questi libri piacciono in una certa misura. Senza contare dei particolari linguistici e storici impossibili da cogliere per me. Pensavo gli avrei dato 4 stelle, ma leggendo meglio l’analisi e boh l’affetto genuino che sento per questo ragazzo di estrazione borghese, idealista ma con mille pensieri conflittuali e speranze di farcela da solo nella vita e nello studio, che cerca di amare al massimo ma si amareggia da solo… gli voglio davvero bene. E comunque mi fa morir dal ridere, che umorismo assurdo che ha.
(Ah, dovrei però togliere punti per le robe assurde che ha detto sullo s7upr0 sigh) Sono devastato che probabilmente non leggerò mai i libri successivi né troverò commenti o riassunti online di questi libri mai tradotti e praticamente sconosciuti per i nostri giorni🥲 eh niente, mi tocca imparare il giapponese :D
Basterebbe disfarsi di questa assurda maniera di pensare e percepire le cose, di tutto questo stupido astenarsi a cercare a tutti i costi la quadratura di un cerchio solo mio.
Kaoru non era il tipo di adolescente che gesticolava violentemente, quanto un ragazzo amabile nei rapporti sociali, quest’ultima così zuppa di un certo tipo di ipocrisia che dà il voltastomaco, un’imperdonabile grumo di volgare opportunismo, la cui anima grigia e mortale, tipiche delle figure salingeriane che appaiono emblematici e imprigionati in una rete di ossessioni reali o meno mentre un muro di impotenza ne impediva qualunque forma di riscatto, si dibatteva in una perenne e costante ricerca di un’identità, un significato nel tentativo di capire cosa ci sia di sbagliato in lui. Certo, trovare un certo piacere in tutto questo, un ritmo piacevole di vita, più tempo per guardarsi attorno, mi parve un utopia il cui autore non ci aveva azzeccato. Eppure, Kaoru è emblema di quelle forme di anacronismo dell’epoca in cui visse il suo autore, quella in cui fu protagonista di alcune rivolte studentesche e militari, in cui il desiderio di abbattere qualunque pezzo di finzione intellettuale, opponendosi alla stupidità degli esami, alla struttura sociale che ha creato questo mostro inumano della competizione tra studenti, è conforme a una realtà aprioristica in cui si tenta di avvicinarsi. E avvicinarsi effettivamente è stato difficile, impossibile come acchiappare l’aria nell’atmosfera, avventurato nei quattro angoli del mondo presentando qualcosa che avrebbe sigillato, in una sorta di eterno scorrere di morte, una certa rinascita. Assieme a Kaoru, ho tentato di discostarmi da tutto questo, procedendo, con la sua bicicletta, in un paesaggio pianeggiante, retto, affinché i suoi tentativi di divenire migliore non fossero vani. Perchè allungandosi all’infinito, dilatandosi, accogliendo tutto dentro di sé e spiccando il volo, rimbalzando e poi bloccandosi, sortiscono effetti in cui se al principio ogni cosa può sembrare banale, inconsistente, ma importante perché netto il confine universale tra il desiderio di poter realizzare le proprie aspirazioni e la paura del cambiamento. Cambiamento mosso da gente che è fedele all’autoritarismo, a un corpo di élite cospiratorio e conservatrice in cui il mondo in cui si vive, la voglia di crescere, affina il potere e la forza o la fiducia che dovrebbe alimentare il tutto. Kaoru non disse di non poter spiccare il volo con la sua bicicletta, ma che era necessario trovare una strada secondaria nel bel mezzo di questo male individuale. La giovinezza era qualcosa di nocivo per chi si corruccia col prossimo, senza alcun motivo, che potrebbe essere qualcosa di separato dalla nostra vita che al momento del disinganno o delle rinunce del passato, può essere proiettato in un futuro prossimo in cui diviene indivisibile, intaccato alla personalità di ogni essere vivente. Scovando una cura, uno sprazzo di felicità che abbia a che fare con un meticoloso processo interiore, che covando da dentro, fra principi di competizione alla sopravvivenza da cui ci si dovrebbe scrollare di dosso tutto questo, questa forma inviolabile di oscurità acquisisce importanza. Quale? La consapevolezza che ogni persona della mia età, o meno, nel suo passato si è sentito << imprigionato >> da qualcosa, specialmente se guardando in faccia la realtà si spinga a combattere a rispondere o fronteggiare qualunque battaglia creatasi << dal basso >>, così spontanea e concreta. E, la giovinezza, pronta a consumarci nelle più ardenti forme dello spirito, disinganno mediante cui si tenterà di tornare in seno alla società, in modelli di vita che, se rispettati, potranno reggersi in piedi da soli. Sradicando qualunque antiquato concetto o forma di sapere, la figura dell’intellettuale che si rispecchia in un luogo in cui perde forza e vigore. A sentire parlare di tutto questo mi parve di aver fatto un tuffo nel passato. Poi pensai che esisteva un altro romanzo in cui questo tema della giovinezza fosse evidente e mi chiesi cosa avevo visto, sino ad ora, nella vita di intricati personaggi che non avevano voluto sapere di riscatto o rinascita. Non capì che quella che è ritratta in Attenta, Cappuccetto rosso era qualcosa di estremamente sensibile che, prima, J Salinger aveva ritratto nel suo splendido Il giovane Holden, poi il mio amato Murakami Haruki tracciato mediante una sottilissima linea in una raccolta di racconti, che è genesi della sua produzione artistica e letteraria. Nell’insieme, diretti lungo una strada da cui il termine giovinezza detiene una certa importanza, implica potenzialità, la sensazione di essere profusi di forze astratte che perirono qualunque causa di avere degli obiettivi. Una realtà che costringe ai giovani di deformarsi, trincerarsi in forme di impasse che sono facilmente rintracciabili nel protagonista, alter ego dell’autore, che coincise con l’impossibilità di Kaoru a non aver potuto scovare una valida risposta su come risolvere certi problemi. Difficoltà di una certa importanza che coincidono con l’incapacità dell’uomo di accettare il cambiamento. E l’esclusione, la solitudine, il sentirsi incompleti, è uno dei principi fondamentali su cui ruota questo splendido romanzo. Non ho potuto non provare un certo fascino, quello stato di ammaliamento che di solito certi romanzi instillano nella mia coscienza, io che di romanzi di questo tipo ne divoro uno dopo l’altro, come se fossero Nutella. Poiché questo fascino era misto a un tipo di cupezza, quella del cuore di un giovane adolescente ma maturo, in cui ci si sente impossibilitati a fare alcunchè, dinanzi ad una prospettiva devastante e gigantesca, nascosta in forme oscure da cui dipende l’esistenza, sfuggendo al controllo individuale perchè dominato dalla stessa. Affinchè l’uomo potesse sbocciare, lasciare il bozzolo di un seme che solo con una certa cura avrebbe potuto divenire splendido fiore, bisognava perseguire sino in fondo un principio di educazione democratica che abolisse qualunque suddivisione: gli amati dagli odiati, gli esiliati dagli rimpatriati, non fondando principi sul piacere da cui essi traggono giovamento per l’anima. Dilettanti di ferro costretti al silenzio e ad eseguire uno stile di vita che abbia una facciata brillante che tuttavia virano dinanzi a svariati rischi: quello di piombare in un feticismo ridicolo. La comunità, il paese sono rivolti sentimentalmente a situazioni che mirano al sovvertimento della quiete. all’impossibilità di vivere meglio, nello sforzo sovrumano alla ricerca della felicità e dell’amore da cui Attenta, Cappuccetto rosso esplica mediante un certo potenziale, espresso in una dolcezza inquieta, breve e incompleta il cui titolo, il colore, rosso, è riferimento alle quattro divinità animaliste della tradizione cinese che impartisce quei principi solidi mediante cui dovremmo muoverci, vivere mediante una goffa ma pertinace analisi individuale. Verboso, incuneato nell’istinto o nel dubbio di domandarsi continuamente cosa è giusto o cosa è sbagliato, schierandosi per quegli ideali che mirano esclusivamente al benessere del cittadino, di chi fa dell’istruzione una forma di libera espressione.
mi ha tenuto incollato. nel momento con la dottoressa in camice bianco, un po’ come è accaduto ad Abe Kobe con Yumi, io, non sono riuscito a trattenere un’erezione. e con che stile, con che erotismo, macchiati da una pulsione simile, malata e allo stesso tempo consapevole. consapevoli di quel che è bello. consapevoli di quello che siamo. e con il disincanto, la realizzazione si etica e si morale, “rifuggiamo intenzionalmente l’atto sessuale”. e nuovamente si, forse, “scoprendo un piacere ineffabile”, che sta forse nel rispetto, nel profondo rispetto di ciò che è umano, che la libido deve tirarsi indietro costruendo un nuovo, e una sublimazione artistica, e si Freudiana, consci delle attitudini sociali. questo si per dirti che ti capisco, io ti ho capito, come nella tua logica, ti ho capito. vedo il tuo bene e il tuo male dentro di te. “il demonio s’agita senza posa accanto a me;” così iniziava Baudelaire con La distruzione. ora se hai letto non prendermi troppo sul serio, anche se son serio, ed anzi spaventati e ridi. il libro non è solo quest’attimo, quest’attimo è solo un impulso emotivo che mi ha causato una certa scena. oltre a questo ignorante “idiotico” effetto erotico, ho trovato il libro scorrevole, pieno di spunti sulla realtà. è veramente interessante utilizzare personaggi elitari, e quindi “normali” per divulgare con empatia (del mio simile, mio coetaneo) il danno “comunitario” dell’ipocrisia sociale. e allo stesso tempo affascinare con bellezza la sensibilità di chi è normale. il mondo che cammina il mondo il popolo le persone che vivono. ed è il vivere. ma chiaramente un vivere del poco pochissimo percento del mondiale, del globale. d’altronde sono tutti “fortunati”, i problemi sono interiori, riguardano la crescita, il viaggio del vivere. riflessioni e domande. riflessioni e domande di un borghesotto. non di chi vive sotto le bombe, di chi i libri non se li permette, di chi nasce sotto la tossicità culturale. ma la bellezza sta nella non infamia anti-borghese, atipico per un romanzo del 69. e forse anzi percula alla grande la retorica comunista. ma allo stesso tempo non tralascia certe ideologie ma anzi le accoglie e le capisce, le analizza le riflette e invita il lettore a creare non più il riflesso di pensieri domini, ma il riflesso del nostro dominio, quello interiore, creando così il sistema di autenticità, originalità e… poetica ipnotica “duttilità intellettiva”. grazie Kaoru, con il tuo linguaggio ironico, pop, fai riflettere un diciannovenne del 2024. grazie Kaoru, e mi dispiace se ho scritto poco di quanto ho capito, ma ti continuerò a leggere per capirti a pieno, sperando che Einaudi pubblichi tutta la tua tetralogia. viva la guerriglia.
2,5 Avevo sentito parlar bene di questo libro e mi ci sono avvicinata anche perché, a quanto ho capito, fu usato come manifesto simbolo delle sommosse studentesche del '68 in Giappone ed ero molto incuriosita. Sfortunatamente però non mi ha lasciato nulla, anzi forse qualcosa si: un forte mal di testa. Quasi ogni capitolo è incentrato sul flusso di coscienza del protagonista, si inizia a parlare di un'argomento A, poi si passa al B, si nomina C, si inizia a parlare di D per poi passare per due secondi di nuovo ad A , ritornare a parlare ed approfondire D ma non troppo perché il protagonista vuole spiegare ed approfondire E, facendo dei collegamenti con B. Sono 160 pagine ma per come è scritto risultano 300. I concetti poi non sono chissà quanto approfonditi e con questo continuo cambio di argomento non si riesce ad immedesimarsi appieno nel protagonista. Ci sono un paio di scene a mio parere belle ma una di queste, almeno per me, è stata rovinata del tutto dallo stesso flusso di coscienza del protagonista. Non voglio starmi a dilungare nei particolari della scena in questione, anche perché non voglio far spoiler, ma in questa ritroviamo Kaoru in pronto soccorso con una dottoressa. All'inizio questa mi stava piacendo molto ma ad un tratto Kaoru, nel suo flusso di coscienza, ha iniziato ad affermare quanto vorrebbe stuprare la dottoressa e che avrebbe dovuto farlo ma è un pappamolle, continua poi a pensare che se fosse un dottore stuprerebbe ogni paziente che gli capita davanti. Questa parte, anche per come viene comunicata al lettore, l'ho trovata irritante ed è per questo che a mio parere la scena è stata rovinata sul finale. Il problema è che si parla di questa "voglia di stuprare" (semi cit.) per i successivi due capitoli consecutivi, Kaoru infatti continua a parlarci di quanto vorrebbe stuprare tutte le tipe che vede in giro per strada, sul treno ecc.. in generale quanto gli piacerebbe stuprare gente a caso un paio di volte al giorno e di quanto la sua "furia sessuale e stupratrice" sia forte. Per quanto il flusso di coscienza fosse confusionario il libro mi stava piacendo, ma da quando ha iniziato a parlare di stupri e di stuprare gente mi è calato di molto, quasi ho perso interesse, mi sembrava di star leggendo un diario di un potenziale stupratore, cosa che non mi aspettavo minimamente da questo libro, soprattutto dalle premesse fatte. Ho sperato in un miglioramento dopo la fase "stupro tutti seehh", che c'è stato, ma non abbastanza da salvare il libro. Alla fine ho capito l'intento del libro e quello che l'autore voleva trasmettere, ma a parer mio il risultato è stato molto tiepido. Altre note dolenti: troppi "cioè" e ci sono refusi nell'edizione, ho trovato frasi senza delle parole, come "é uno di quelli che quando ci sono le elezioni vota di nascosto comunista".
Ci sono delle perle da diva che ci lascia Kaoru durante la narrazione e trovarle mi ha aiutato a finire la lettura, ma per il resto è veramente un libro trascurabile.
_Be Careful, Little Red Riding Hood_. Akutagawa prize winner of 1969. Two (?) days in the life of an over-achieving high school student at the most academically competitive high school in Japan. He’s destined to take and pass the entrance exam to University of Tokyo’s faculty of law, the holy grail of university admissions. Then the demonstrations on campus escalate and the university cancels its entrance examination. There will be no incoming class. What is our narrator/hero to do?
"Non so, avevo una netta sensazione di pericolo all'idea di stare anche solo un minuto in piú lí, faccia a faccia con un me stesso che non mi esaltava, risucchiato da quel non so che di soffocante che avevo deciso di fare mio e in cui mi toccava immergermi. Non che il solo atto di uscire cambiasse qualcosa, anzi. Ma almeno provarci."
La rarissima sensazione che si prova quando ritrovi sulla carta quello che hai dentro e non riesci ad esprimere. Non mi succedeva da tanto tempo. Spero che Einaudi pubblichi al più presto gli altri tre volumi della tetralogia. P.S. il paragone con Il giovane Holden (aka il-romanzo-più-sopravvalutato-di-sempre) non ha senso, questo è mille volte più avanti, sembra scritto ieri.