È uscito in Italia il terzo libro di Inès Cagnati I pipistrelli, pubblicato per la prima volta nel 1989. Sono sette racconti, dallo stile unitario, un insieme di vicende umane che si dipanano sotto gli occhi del lettore con una scrittura limpida, serrata; sette storie unite dall'arte di un'autrice che va in profondità nella descrizione dei suoi personaggi e, pur nella misura contenuta di poche pagine, affonda nella miseria, nell'aridità della loro ignoranza, come le rane nel fango degli stagni nelle campagne pietrose che fanno da scenario, dove "non vien voglia né di nascere né di vivere", e dove soffocano e muoiono per la siccità. Sulla disperazione vigila la ricchezza della natura con i suoi colori, il profumo della menta calpestata, le esplosioni di bellezza umile e rigogliosa.
Dovunque un sentimento di amore per "le erbe che curano il corpo", di cui la protagonista di uno dei racconti conosce tutti i nomi, per il ruscello "la cui frescura è protetta dai giunchi arancioni e dai sambuchi con i loro grappoli rossi ombrellati e in riva all'acqua è tutto un intrico di calle, iris, menta e le libellule si rincorrono", per il lotus, la parola d'ordine che la avvicina a una bambina con la quale non si capiscono perché non conoscono il francese, essendo lei figlia di italiani, l'altra di polacchi; dovunque, questo sentimento d'amore per la natura, dicevamo, è il contrappunto necessario all'oscurità che alberga nelle pagine – e nelle cantine, dove i pipistrelli stanno appesi ai muri nel buio – e risveglia una speranza straziante, quella della felicità che sembrerebbe possibile. Animali, piante e paesaggi sono soggetti vivi, con i quali Cagnati intesse quel dialogo che sembra impossibile tra adulti e tra adulti e bambini. La narratrice sogna di partire, "verso luoghi lontani, dove nessuno parlerà con me (...) e resterò là per sempre, a guardare, senza aspettare niente".
La protagonista dei racconti di Pipistrelli si unisce all'universo vegetale e animale in totale simbiosi (l'acqua del fiume, dove sdraiarsi nuda per lavarsi, e la terra, "che attira ogni cosa") consapevole della bellezza della natura e del suo essere inspiegabile, indifferente, spietata. Cagnati non usa metafore, non c'è filosofia della natura nei suoi libri, c'è la natura in dettaglio: la lucertola, la rana, la menta, i fiori azzurri della cicoria selvatica, le foglie di granturco, il cane, le vacche, i maiali.
L'arrivo dei tre, simbolo di una vita colta e distante dal loro mondo, e la fretta con cui la famigliola poi se ne va, dopo aver cenato, segna la distanza incolmabile tra la loro esistenza semplice e un mondo estraneo, al quale appartiene ormai la figlia che, con grandi sacrifici, hanno fatto studiare. Senza enfasi, con una prosa essenziale, il racconto parla della solitudine di quelle due lucertole "vecchie", guarda come sono vecchie entrambe! Ahi, come piangono e piangono le due lucertole!": Cagnati affida a Federico Garcia Lorca la sua disincantata conclusione, in un esergo che mette in fondo invece che all'inizio, come negli altri racconti, perché – aveva spiegato a chi le chiedeva conto di questa scelta insolita, che si ritrova anche in Génie la matta – "Quando si apre un libro non si sa ancora di cosa parla ed è meglio che la frase rivelatrice che abbiamo individuato per riassumerlo sia posta alla fine, ha più senso". Come tutti i grandi della letteratura anche Inès Cagnati si è cimentata con la forma breve, esercitandosi nella lingua che aveva già sperimentato nei due romanzi che hanno preceduto I pipistrelli: ricercata precisione nella scelta delle parole, cui sa infondere una forza speciale, nel raccontare storie che prendono alla sprovvista, confondono e disorientano ma nello stesso tempo agganciano con la loro crudele purezza.