Un libro che descrive la storia sociale delle donne in Occidente attraverso i secoli del Medioevo, rimanendo sempre consapevole del fatto che la storia è stata scritta (in larga parte) dagli uomini.
Proprio per questo è interessante la prima sezione del libro che analizza il contesto culturale e lo sguardo della società maschile sulle donne: come dovevano comportarsi, perché, a quali valori far fede?
Si parla di modelli impossibili (la Vergine-Madre), di donna “custodita” (dal padre, dal marito, dalla società), ma si scopre anche che questa storia scritta dagli uomini cela un più ampio ruolo sociale delle donne che non sempre vivevano chiuse fra le quattro mura casalinghe, anzi spesso lavoravano a fianco degli uomini sia nelle campagne che in città.
Attraverso i documenti arriva fino a noi un coro di voci di donne: non solo badesse, sante e principesse, ma anche bottegaie, scrittrici, mistiche, artiste, insegnanti, bibliotecarie, ricamatrici, mediche, cameriere, artigiane…
Fra tutte queste voci quella che mi è rimasta più impressa è quella di Grazida, una contadina provenzale di ventidue anni che nel 1320 fu interrogata in merito a un processo per eresia, e continuò ad affermare che no, non aveva fatto peccato prendendo un amante, che sarebbe stato peccato solo se non ci fosse stato il consenso di entrambi, e che era sicura dell’esistenza del Paradiso – in quanto cosa buona – ma non di quella dell’Inferno. L’inquisitore, evidentemente preso alla sprovvista, pose di nuovo la domanda: “Credi ancora che l’unione carnale non sia peccato quando piace all’uomo e alla donna?” “Non credo che sia peccato.”
“Chi ti ha insegnato questo errore?” chiese l’inquisitore.
“Nessuno, io stessa,” rispose Grazida.