Quello che succede oggi in Medio Oriente è per Israele un vero e proprio suicidio. Un suicidio guidato dal suo governo, contro cui – è vero – molti israeliani lottano con tutte le loro forze, senza tuttavia finora riuscire a fermarlo. E senza nessun aiuto, o quasi, da parte degli ebrei della diaspora
Libro fondamentale. Perchè, da un pultpito che non può essere tacciato di razzismo o antisemitismo, spiega a chiare lettere come sta EFFETTIVAMENTE la questio israelo-palestinese, partendo da una precisa analisi storico-politica.
Molto di quello detto lo sapevo; altro lo aggiunto. Ma l'analisi è ineccepibile. E, come sempre, pare inascoltata
Una situazione che portava acqua al mulino dei due opposti oppositori della pace e della nascita di uno Stato palestinese, Hamas e il governo israeliano. Nemici ma concordi su una cosa sola, sabotare la soluzione dei due Stati, distruggerne la possibilità stessa nel futuro
Fin dall’inizio della guerra, invece di cercare di tirare dalla sua parte i palestinesi della West Bank e di prospettare la creazione dello Stato, mossa che avrebbe potuto dividerli da Hamas, il governo appoggiava le aggressioni contro i palestinesi attuate tanto dai coloni quanto dall’esercito nei territori dell’Autorità Palestinese e aumentava all’estremo la pressione militare su Gaza, con il solo risultato di far crescere il consenso palestinese intorno a Hamas
Da una parte si dice che Israele è un paese democratico, l’unico del Medio Oriente, senza considerare che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita almeno una democrazia limitata; dall’altra si esalta Hamas e la sua azione terroristica come legittima resistenza all’occupazione, paragonandola in Italia alla Resistenza contro il nazifascismo, Resistenza che non ha mai commesso crimini contro i civili, senza tener conto del fatto che l’attacco di Hamas non è stato un atto di resistenza ma un crimine contro l’umanità.
“una finestra di opportunità per una pace tra Israele e alcuni Stati vicini esistette certamente fra la fine del 1948 e il luglio 1952” (Morris 2001: 339), ma che essa non fu sfruttata da nessuna delle parti, né da Israele, poco disposta a concessioni importanti, né dai leader arabi, molto condizionati dalla loro opinione pubblica e dagli Stati arabi vicini. La nuova situazione comportava tuttavia il rischio di altre guerre: da una parte i confini del 1948 tagliavano in due molti villaggi arabi e separavano comunità e famiglie, con le conseguenze sociali ed emotive che si possono immaginare, dall’altra tutto questo non garantiva neanche la sicurezza di Israele perché la strozzatura di soli quindici chilometri al suo centro la esponeva al rischio di nuovi attacchi.
Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”. Tornava il paragone coi nazisti, già fatto nel 1956 dalla stampa israeliana a proposito dell’eccidio di Kfar Kassem. Oggi questa equiparazione ha un sapore decisamente antisemita, ma bisogna ricordare che esso ha origine in Israele sulla bocca di personaggi che certo non possono essere accusati di antisemitismo e preoccupati in primo luogo dei principi morali degli ebrei.
Si sente spesso dire che Israele è uno Stato confessionale. Durante le ultime manifestazioni prima del 7 ottobre è stato anche uno degli slogan più diffusi dei manifestanti, “l’Iran è qui”. Ci si riferiva all’acquiescenza del governo nei confronti dei partiti religiosi che lo sostengono, non solo i sionisti religiosi ma anche gli ultraortodossi. In realtà Israele è una strana mescolanza di laicismo e religione: in molte zone gli autobus non circolano il sabato, il giorno di riposo settimanale, e quando lo fanno suscitano reazioni durissime da parte dei religiosi; nei supermercati si vendono solo cibi kasher, anche se molti negozi, anche a Gerusalemme, città assai meno “laica” di Tel Aviv, vendono maiale e crostacei, cibi proibiti dalle norme alimentari ebraiche. Non esiste il matrimonio civile, e chi si sposa civilmente va a farlo a Cipro. È il frutto del patto fondamentale che all’epoca della fondazione dello Stato Ben Gurion ha stretto con i religiosi, lui laico convinto ma persuaso che in una o due generazioni non ci sarebbero più stati religiosi e che non valesse la pena creare una spaccatura nel nuovo Stato sulla questione religiosa. In realtà, è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultraortodossi, gli haredim, coloro che sono stati esentati fino ad oggi, per studiare i testi sacri, dal servizio militare.
Come la Shoah è stata, dopo il processo Eichmann, al cuore dell’identità ebraica israeliana, così la Nakba è stata al cuore di quella palestinese. Due memorie, due identità contrapposte ma molto simili, non perché la perdita della casa e l’esilio possano confrontarsi alla pari con la camera a gas, ma perché “entrambe sono identità nazionali in cui la dimensione della catastrofe e del trauma svolgono un ruolo centrale e dove la narrazione nazionale ruota in gran parte attorno a motivi legati all’essere vittime e alla perdita subita” (Bashir e Goldberg 2023: 24).
La memoria della Nakba, come quella della Shoah per gli ebrei, alimenta così identità radicalmente contrapposte. Lo sarà per sempre o esiste una possibilità di dialogo anche per identità e memorie? Ma è possibile conciliare la memoria con la giustizia nel momento in cui una delle due vittime è anche vittima dell’altra, come nel caso dei palestinesi?
Proprio riconoscendo le discriminazioni e le sofferenze che il sionismo ha inferto al popolo palestinese, con le ricordate vicende della Nakba nel 1948, il regime militare imposto ai cittadini palestinesi di Israele dal 1948 al 1966 e l’occupazione dei Territori che prosegue ininterrotta dal 1967, per il post-sionismo è necessario voltare pagina, passando da ‘uno Stato ebraico e democratico’, come Israele si è ufficialmente definito nel 1992, a ‘uno Stato democratico per tutti i suoi cittadini’, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica, nazionale, religiosa” (Marzano 2017: 211)
in Italia il movimento delle donne “dimentica” gli stupri del 7 ottobre e il pride emargina i movimenti LGBTQ ebraici costringendoli a non partecipare (come è avvenuto a Roma) e di nuovo “dimenticando” gli omosessuali impiccati da Hamas a Gaza. Tutto vero. Ma la colpa non è certo solo dell’antisemitismo, o dell’ignoranza e del fanatismo dell’estrema sinistra, ma del comportamento dello Stato di Israele e del suo governo dopo il 7 ottobre, dei morti innocenti causati nella guerra di Gaza, dei proclami di pulizia etnica fatti dai ministri di quel governo, che risuonano sinistri alle orecchie del mondo.
a questione dell’uso della Shoah. Che Ben Gurion abbia visto nel dopoguerra nello sterminio degli ebrei d’Europa l’occasione storica per la creazione dello Stato, è evidente. Che per raggiungere questo obiettivo abbia deciso che era necessario presentare i conti di quei sei milioni di morti non solo alle nazioni europee, nessuna delle quali, in misura maggiore o minore, era del tutto innocente della Shoah, ma anche agli abitanti arabi della Palestina, è stato forse considerato una necessità. Possiamo discutere se l’uso che Ben Gurion, nel 1961, ha fatto del processo Eichmann elevando la memoria della Shoah a pilastro identitario dello Stato sia stato o meno cinico e strumentale, ma nulla lo rende uguale al cinismo con cui oggi il governo israeliano la usa contro i palestinesi macchiando questa memoria indegnamente e speriamo non indelebilmente.