“Attaccare la terra e il sole” è il racconto degli anni più cruenti della colonizzazione dell’Algeria dal punto di vista di un soldato francese e di una contadina emigrata con un gruppo di coloni.
“… quelli che rifiutano la nostra mano tesa saranno rintuzzati, schiacciati, fatti a pezzetti dal ferro delle nostre sciabole e delle nostre baionette!”
La storia è ambientata intorno al 1845 e l’anonimo militare, sbarcato quindici anni prima con l’armata inviata a occupare la capitale, fa parte di un reparto incaricato della «pacificazione» delle popolazioni locali.
Agli ordini di un capitano sanguinario (“questa sciabola onnipotente è il flagello di Dio”) la compagnia si addentra nel territorio algerino lasciando dietro di sé una scia di morte e distruzione.
Che si tratti di dare la caccia a ribelli responsabili di un’imboscata, di dispensare una rappresaglia o acquartierarsi in un villaggio per svernare, dopo il passaggio dei militari (“incediamo come re nella polvere e nel sole”) non restano che villaggi saccheggiati e disabitati, uomini fatti a pezzi e donne stuprate, animali uccisi e coltivazioni bruciate.
Il racconto del soldato – una sorta di memoriale – è sviluppato in una serie di capitoli tutti intitolati “Bagno di sangue”.
“… era lontano il paradiso che il governo della Repubblica ci aveva promesso, e ce ne voleva per raggiungerlo, noi tutti stipati sotto le tende militari in mezzo al nulla, in quel buco sperduto che l’autorità militare aveva osato chiamare colonia agricola…”
Contemporaneo ma ambientato in un’altra regione (entroterra della città di Bône / Annaba) è il racconto di Séraphine, che fa da contrappunto alla narrazione del soldato.
Partita con la famiglia (il marito e tre figli, la sorella e il cognato) con la speranza di fare fortuna, dopo un lungo e penoso viaggio si ritrova sperduta in un mondo ostile. Tra caldo soffocante e freddo pungente, luce accecante e piogge interminabili, epidemie e lutti, la grama quotidianità – terra difficile da lavorare, magri raccolti e predoni in agguato nei dintorni della colonia – la sprofonda presto in uno stato di prostrazione.
“Ardua fatica” è il titolo di tutti i capitoli raccontati dalla sua voce.
“Voi siete la forza, l’intelligenza, il sangue nuovo e ribollente di cui la Francia ha bisogno in queste terre di barbarie”.
La vita di soldati e coloni è aspra, precaria; non tutti riescono ad arricchirsi. Ma ciascuno, sostenuto dagli incitamenti e dalle lusinghe di ufficiali e comandanti delle colonie, persegue la propria missione ritenendosi del tutto legittimato a depredare, occupare e sfruttare terre appartenenti da secoli e millenni ad altre popolazioni.
“è tempo di scolare acquavite di Francia, dimenticare per un’ora chi siamo, e cosa stiamo per diventare, buttati sulla paglia, su una branda, o su coperte che puzzano di capra, lasciando che il fuoco dell’alcol faccia il suo lavoro nelle nostre budella, là dove si contorcono tra mille sofferenze i corpi delle nostre vittime, là dove stagna il tanfo del sangue versato e ci ubriaca, là dove si accumulano le urla bestiali degli uomini e delle donne che trapassiamo con le lame affilate delle nostre baionette, lasciando che l’alcol faccia il suo lavoro e bruci tutto questo e lo rinchiuda nelle benedette segrete della Storia”
Il romanzo è un’opera di fantasia, tuttavia per la costruzione delle storie e dei personaggi l’autore afferma di essersi basato su documenti d’archivio (lettere di coloni a familiari, lettere di soldati e rapporti militari).
I racconti in prima persona dei protagonisti sono diretti, intensi, privi di divagazioni; la fluidità della prosa e l’assenza nel testo di pause lunghe – non vi sono punti a chiusura dei paragrafi – concorrono a trasformare l’avanzamento della trama in un flusso frenetico e dirompente.
Rifiutato da cinque grandi editori francesi, il romanzo è stato pubblicato solo grazie alla disponibilità piccola editrice “Le Tripode”. Nessuna sorpresa: le società civili e democratiche sostengono ampiamente il razzismo e la xenofobia – forze motrici del colonialismo d’insediamento – e preferiscono dimenticare le devastanti avventure coloniali del passato.