L'Atelier racconta la storia di una serie di personaggi, raccolti intorno alla figura di un maestro di pittura, Yan Pei, che all'arte ha sacrificato l'intera vita, ma che, avvicinandosi al termine, sente di avere appena sfiorato la pienezza della sua ricerca artistica.
Si tratta di un romanzo realmente corale, che crea una sorta di affresco di Singapore, permettendoci poi di seguire con una sorta di lente di ingrandimento alcuni personaggi e alcune trame. Li seguiamo per il mondo, in Malesia, a Parigi, a Tawian, e nel tempo, a vent'anni e da anziani, e il loro cambiamento si muove in parallelo con quello della città in cui sono nati e di cui loro stessi conservano ricordi non più attuali.
Tutti i personaggi si trovano alle prese con riflessioni e dubbi sulle scelta più importanti della propria vita, che vediamo raccontate da più punti di vista, in un'alternanza che aiuta a coglierne le sfumature inespresse.
Ci vengono dati soltanto alcuni cenni della storia del paese e della sua variegata composizione etnica, ma sufficienti a creare nel lettore una consapevolezza del retroterra storico e culturale.
Ciò che ho più apprezzato è senza dubbio la padronanza con cui le storie di così tanti personaggi vengono condotte dall'autore; uno stile di scrittura molto semplice, immediato, si accompagna bene a una struttura articolata, ma anch'essa semplice da cogliere nel suo insieme.
Una lettura, perciò, ampiamente da consigliare.