1943. Londra è sotto i bombardamenti tedeschi e la Liverpool Street Station quel giorno era gremita di bambini che indossavano una maschera antigas. Le loro mamme si tenevano indietro, chiacchieravano tra di loro, cercavano di trasmettere un’idea di vacanza, di normalità, in quel frangente in cui, per cercare di salvare la popolazione, i bambini di Londra sono stati evacuati, senza dare alcuna indicazione ai genitori sulla loro destinazione, sempre per motivi di sicurezza, né per quanto tempo sarebbero stati lontani dalle loro famiglie. Tra quei bambini, due sorelle, una di 6 anni, Zita, e una di 4, Julie. Julie Tullies.
No, non sono le protagoniste delle nuove avventure di Narnia, ma è con questo ricordo che Julie decide di raccontare la sua vita, che inizia durante la seconda guerra mondiale (nasce nel 1939) e che viene poi vissuta appieno negli anni Settanta, conformemente allo spirito di quegli anni.
Julie e Terry si sposano presto e vanno a vivere in campagna, nel Sussex (a High Rocks) dove si impegnano per una vita nella natura (hanno presto anche due bambini), dove insegnano a scalare, dove si dedicano ai ragazzi difficili (sia per carattere che per handicap), dove cambiano lavoro più o meno ogni 7 anni, anteponendo sempre la loro joie de vivre alla sicurezza economica (per un po’, vivranno anche in un camper).
Gli anni passano e il caso vuole che Kurt Diemberger, la famosa guida austriaca che aveva due 8000 da primo alle spalle, che aveva fatto parte della spedizione al Nanga del 1953, conquistato da Buhl in solitaria, andasse a scalare proprio a High Rocks. Conosce Julie e i due, nel giro di qualche tempo, costituiscono un team formidabile e Julie diventa la sua assistente cinematografica. Girano per tutto il mondo insieme, lei scalerà sul Broad Peak e sarà la prima donna sul K2 – dove però poi anche purtroppo, morirà.
Una storia di vita abbastanza interessante perché contestualizzata (gli anni Settanta, la sicurezza economica vista come una prigione della libertà d’espressione, una coppia flessibile – non sessualmente, ma aperta a lasciare una grande indipendenza sia a lui che a lei, pur restando molto attaccati) ma non la storia di una vera e propria alpinista, di qualcuno che vede nella montagna la realizzazione di sé. Soprattutto un libro shiptoniniano, dove non c’è spazio (come da buona tradizione britannica) per le riflessioni personali, per i momenti di dubbio ma solo per le descrizioni “pratiche e concrete”: dei viaggi, delle difficoltà, della natura. Un peccato, perché Julie ne aveva di pensieri ma li registrava su un piccolo magnetofono e non li ha mai considerati materia o materiale interessante, quando invece proprio loro avrebbero potuto fare la differenza e rendere il ritratto di questa donna molto in gamba, un ricordo indelebile e di spessore, mentre invece, purtroppo, col tempo, una storia del genere attirerà un pubblico sempre minore. Non era comunque intenzione di Julie di diventare immortale e indubbiamente ha scritto un testo che le corrisponde, coerente con sé stessa e la sua educazione britannica nell’abbracciare il lato personale della vita.