Un altro viaggio per Paolo Rumiz, che ha l’incredibile capacità di andare a incontrare l’inusuale appena oltre la porta di casa, che sia sulle tracce di Annibale, di un confine o di un lungo percorso in bicicletta. Questo viaggio, che in realtà sono due, lo porta lungo l’asse delle montagne italiane, le Alpi dall’Istria a Nizza, e poi gli Appennini dalla Liguria all’Aspromonte. Ovviamente non è un viaggio solo di chilometri e di paesaggi; Rumiz ha l’eccellente capacità di entrare in empatia con tutte le persone che incontra, note o meno note. Possono essere amici, viandanti, gente incontrata per caso, o personalità note (o anche famigerate, almeno in un caso) ma ciascuno di loro ha una storia da raccontare, e gliela racconta. Così, viaggiando lungo le alpi Rumiz incontra tra gli altri Rigoni Stern, Mauro Corona, ascolta il violoncello di Mario Brunello in una foresta di conifere alla ricerca di una risonanza ideale; Walter Bonatti (Messner no, stranamente) e anche Haider (il famigerato di cui sopra) che, più che uno xenofobo (non peggiore dei tanti che abbiamo a casa nostra, puntualizza Rumiz) gli sembra uno affamato di piacere e di ottenere il consenso. Incontra anche personaggi meno noti o del tutto sconosciuti che pure hanno molto da raccontare, come Francesco Bider, che sarebbe poi andato a combattere in Bosnia contro Milosevic e vi sarebbe morto. Rumiz racconta anche storie poco edificanti. Come quelle di una cooperativa agraria in Veneto, nata nell’ambito delle Acli e fatta fallire dall’ostilità delle gerarchie politiche ed ecclesiastiche che vi vedevano troppo “rosso” in controluce (e stiamo parlando degli anni Ottanta, mica del 1948 con i cosacchi in piazza san Pietro); come la scoperta dell’uomo di Similaun, la nota mummia restituita dal ghiacciaio, del cui onore il reale scopritore, il tedesco Helmut Simon, è stato “espropriato” dall’Alto Adige, desideroso di avocare a se tutto del misterioso reperto, compreso l’onore della scoperta (i coniugi Simon dovettero andare per vie legali ricevendo soddisfazione dall’Alto Adige solo nel 2010, posteriormente alla pubblicazione di questo libro; ma Helmut era morto nel 2004 in seguito a un incidente in montagna - Rumiz parla di un qualche tipo di identificazione tra lui e la mummia); del traforo della TAV tra Firenze e Bologna, che ha devastato il sistema idrogeologico di tutta la zona, inaridendo campi e sorgenti. Rumiz aveva percorso il tunnel durante i lavori e ne aveva parlato con ammirazione su Repubblica, venendo duramente attaccato dagli ecologisti che lo invitarono a vedere come stavano realmente le cose; lui ha visto e ha cambiato idea (e infatti parlando della Valsusa sta dalla parte dei NO TAV senza se e senza ma - ce ne fossero...) Il viaggio sulle Alpi - in realtà un collage di viaggi e di reminiscenze, come dimostra il fatto di saltare avanti e indietro nel tempo - prosegue più linearmente lungo l’Appennino, diventando un vero e proprio rally su una vecchia Topolino decappottabile. Anche qui incontri e avventure; tra gli altri Francesco Guccini e Vinicio Capossela - Tonino Guerra non c’è, per Tiziano Terzani è troppo tardi - e molto altro. Bellissimo libro. La bellezza e la verità di descrizioni e paesaggi fanno perdonare, qua e là, troppe ripetizioni, per quanto motivate - l’impoverimento e l’imbarbarimento delle campagne per procurare braccia alla nascente industrializzazione; un mondo devastato, abbandonato e quasi irrecuperabile; la forza delle madri, divinità precristiane di cui in Appennino si respira l’afflato, eccetera - mentre dall’altro lato ci sono episodi quasi divertenti, come quando si prende a botte con un lombardo che vorrebbe applicare agli orsi sloveni gli stessi principi di cui agli extracomunitari, “devono restare a casa loro”; o come quando, arrivando a Nizza in bicicletta dopo essersi smazzato tutti i valichi alpini del Tour de France, dall’Agnello in poi, viene scippato del marsupio e pensa che gli sia stato rubato un coltello a cui era molto affezionato donatogli da Mauro Corona; gli telefona; Corona pronuncia una terribile maledizione che cadrà su chi toccherà il coltello; il coltello viene ritrovato in fondo a uno zaino; Rumiz non lo tocca e ritelefona a Corona, il quale deve prodursi in una contro-maledizione per la quale occorrerà una settimana... Ma perché diavolo i triestini sono tutti così avventurosi, socievoli e colti, e noialtri dell’altro lato siamo invece chiusi, ristretti e poco comunicativi???