«La folle ferocia omicida dei gladiatori suscitava l’amore e gli applausi del pubblico, la cui eccitazione a sua volta si nutriva di quegli stessi applausi»
«Morituri te salutant»
Per quanto questa citazione non sia molto attestata dalle fonti, resta vivida nel nostro immaginario.
Ma qual era l’origine antica dei giochi gladiatori? Essi nascono come “Munera”, sacrifici di sangue di prigionieri da immolare in rituali funerari di grandi personalità di spicco dell’antica Roma. Sarà con l’uso di far combattere tra loro questi prigionieri che prenderà sempre più piede la tradizione del “Munus”, distaccatosi dalla sua componente funeraria, per diventare vero e proprio intrattenimento.
I grandi anfiteatri e le arene costellavano tutto il territorio dell’impero. Nomi di famosi gladiatori riecheggiano tra le pagine della storia romana: primo tra tutti, Spartaco, il grande schiavo che osò ribellarsi alla grandezza di Roma.
Tanti sono i nomi di coloro che hanno perso la vita nei combattimenti gladiatori o nelle damnationes ad Bestias: cristiani, martiri prigionieri e perfino migliaia di animali esotici.
Presto quella del gladiatore divenne pure una professione, gestita dai lanisti: liberti che curavano delle vere e proprie scuole. Il gladiatori, nella tarda Repubblica, divennero anche guardie del corpo di uomini potenti e strumento di potere.
La gladiatura, poi, venne perfino abbracciata da personalità femminili (come attestano alcune testimonianze epigrafiche) e da figure controverse di imperatori (come Commodo).
Il libro, accuratamente correlato da bibliografia, è un ottimo studio specialistico e nell’ultimo capitolo (che ho apprezzato particolarmente) passa in rassegna la figura del gladiatore nell’immaginario comune, nell’arte, nelle serie TV e nei videogiochi.
Nonostante l’innegabile fascino della figura del gladiatore, a Roma la barbarie si travestiva di intrattenimento.
Eppure, se oggi alziamo gli occhi sul Colosseo, non possiamo non percepire il magone dell’emozione nel percepire la grande storia che lo permea. Ricordo benissimo che fu proprio lì che provai per la prima volta la famosa “sindrome di Stendhal”.