Ci sono libri, ma soprattutto autori che attraverso la loro letteratura compiono dei gesti artistici e tracciano dei segni profondi. Sfruttano le armi messe a disposizione dalla scrittura per portare a casa un risultato nuovo. Giorgio Calcagno, giornalista e scrittore del novecento italiano, faceva parte di questa schiera e “Il settimo giorno”, straordinario congegno narrativo, lo dimostra pienamente.
Un romanzo a pannelli, sette non a caso, che espande il concetto di divino e il suo rapporto con l’uomo attraverso la religione cristiana. Episodi, simboli e raffigurazioni bibliche vengono presentati qui in chiave postmoderna, con una frammentarietà narrativa e una struttura a scatole cinesi, in cui il mito dell’affidabilità del narratore viene distrutto fin dalle prime pagine per passare agilmente di capitolo in capitolo nelle vischiose fronde della meta-narrazione più spinta.
Un professore riceve dei racconti eccentrici, inaffidabili e contraddittori, alcuni rievocano scene bibliche con qualcosa di distorto, altri immaginano fittizi referendum sull’esistenza di Dio, altri ancora immaginano una società divisa in sette religiose, e attraverso queste narrazioni contraddistinte da una prosa altissima, Calcagno ci trasporta in una prospettiva metafisica, dove ogni volta che si gira pagina non si può essere certi di cosa ci si troverà di fronte.
Jorge Luis Borges che incontra Umberto Eco, un prezioso recupero del novecento letterario italiano.
Una sfida labirintica in cui la teologia cristiana viene smontata e rimontata attraverso i filtri distorcenti del postmodernismo. La struttura a sette pannelli, ricevuta e analizzata dal professore protagonista, affascina fin da subito per la sua ambizione teorica e la frammentarietà narrativa e il programmatico sgretolamento dell'affidabilità del narratore creano un gioco meta-narrativo intrigante. Ho apprezzato molto la qualità della prosa, che si mantiene su livelli altissimi, densa di simboli e capace di passare con agilità da visioni bibliche deformate a trovate grottesche. Tuttavia, questo continuo cambio di prospettiva e l'estrema vischiosità della struttura a scatole cinesi hanno finito, alla lunga, per distanziarmi emotivamente dal testo. In conclusione, il libro mi è piaciuto a metà: ne riconosco senza dubbio la statura metafisica e la raffinatezza stilistica, ma la sua natura così programmaticamente inafferrabile e frammentaria rischia di sacrificare il piacere del racconto a favore della pura speculazione concettuale.
Come "Il Quinto Evangelio", capolavoro di Mario Pomilio, "Il settimo giorno" di Giorgio Calcagno (pubblicato nel 1981, sei anni dopo) è un romanzo a cornice italiano, incentrato sulla religione cristiana e sull'esistenza di Dio. Il tema, parola a cui forse servirebbe la maiuscola, è trattato in sei modi. L'approccio statistico si mischia con l'analisi di un misterioso affresco sbiadito, alle sceneggiature e ai report giornalistici, in una serie di esperimenti letterari, ciascuno col suo linguaggio e il suo stile. Il gioco potrebbe anche risultare fine a se stesso, a mio avviso non lo è. Il romanzo infatti, pure nella sua frammentarietà e anche con la sua pacata ironia, lascia trasparire una grande inquietudine di fondo. L'esistenza di Dio infatti è una cosa che ci chiama in causa tutti. In qualsiasi modo la si voglia affrontare, è difficile non provare distacco (se non disgusto) per la riduzione materialista che ne fanno i documenti di questo romanzo. Per chi l'ha letto, è lo stesso straniamento che si prova per la Chiesa iper-riformata di "Roma senza Papa" di Guido Morselli. Rileggendo il ruolo di Dio nei rapporti con l'uomo ("Lo sguardo di Isacco") o il ruolo della Chiesa e del potere temporale ("Il segno di Costantino", "Gli ultimi cristiani"), Calcagno sceglie una via completamente diversa da Pomilio, anche se forse con lo stesso messaggio di fondo. Mentre da "Il Quinto Evangelio" emerge infatti un'enorme fede, un'enorme coerenza del messaggio evangelico di fronte alla storia, qui emergono più che altro dubbi. Quello di "Il settimo giorno" è un Dio inquietante, che resiste a tutti questi tentativi di incasellamento e di banalizzazione, ma di cui in fondo non sappiamo nulla. E ciò nonostante, tocca farci i conti lo stesso.
Questo romanzo cornice si compone di 6 racconti che narrano, analizzano e descrivono il ruolo, il senso e lo scopo della religione cristiana tentando di attribuirle un significato mediante i codici della letteratura, della statistica, del cinema, della televisione, della società civile e della pittura.
Nonostante la prosa alta, colta, forbitissima e stilisticamente inappuntabile, molti racconti peccano di ripetitività nella struttura caricando di carico cognitivo eccessivo che , a tratti, ostacola la pregevolezza del testo. L'impegno nel decifrare le numerosissime contraddizioni e simbologie non è sempre ripagato in termini di fruizione dell'opera.
Il romanzo ruota attorno a quella che George Perec chiamerebbe "la scomparsa" ovvero quell'assenza, quel tassello mancante che costituisce l'essenza stessa del mistero della fede e che spetta al lettore trovare ed interpretare.
Un romanzo che chiede un alto livello di impegno ma che presenta un notevole livello di qualità.
Sofisticata opera di speculazione sui simboli della religione cristiana, alleggerita da spunti ironici. Un po' pseudo-saggio un po' racconto epistolare con contaminazioni post-moderne. Prosa eccelsa!