Per i nativi digitali la corporeità si è come lateralizzata ed è una delle espressioni possibili del vivere: si è attratti dal mondo, ma anche dalla sua antitesi virtuale; l’interscambiabilità tra le due dimensioni è tale da creare confusione (l’equivoco di Narciso – lo scambio tra inconsistenza e realtà – si ripete). A volte penso che abbiamo popolato la nostra vita di infiniti Tamagotchi, fino a snaturarla e poi l’abbiamo consegnata ai nostri ragazzi. A quel punto loro, senza troppo pensarci, hanno finito per amare l’animaletto alieno come fosse reale, a volte lo hanno amato persino di più, perché più igienico e meno compromettente. Soprattutto perché, dopo l’errore, concedeva una nuova possibilità di cui la realtà è piuttosto avara. Se il Tamagotchi muore, se uccidi il popolo di nemici che ti hanno dichiarato guerra o se lo fai pur senza essere in pericolo, ma per il puro piacere di farlo, non ci saranno comunque punizioni da scontare o giudizi morali da sostenere. Senza corpo non esiste delitto, tantomeno responsabilità. Allora è bene che questa consistenza dolosa e dolente, mai colposa, scompaia nella modalità più indolore: è bene dimenticarsene. Il virtuale muove in questa direzione: mentre familiarizza con l’impossibile spesso corteggiato, mentre impedisce l’esposizione dell’umano all’umano, allena alla deresponsabilizzazione, oltre che alla solitudine.
Quanto più si è acconsentito a questa rapina, tanto più si è neutralizzata la visuale che plasma, e quella sensorialità che fin da bambini spinge a toccare il mondo, ad annusarlo, ad assaporarlo per testarne efficacia e manipolabilità. Privati del bisogno di agire verso il tangibile e di farne esperienza, come molti di noi prima di loro, i giovani sono rimasti soli, al pari di Narciso; chiusi in una giovinezza faticosa, perché costretta a una difficile mediazione tra la presunta onnipotenza del
virtuale e la concreta precarietà del reale.