Violetta Bellocchio ha deciso di sparire, cancellando ogni traccia di sé dopo che un uomo ha abusato di lei nel tragitto verso casa. Ha tagliato tutti i legami. Gettato telefoni. Gli abiti indossati in tv sono finiti nei cassonetti dei vestiti usati. Ha fatto in modo che non la trovasse più nessuno. Quando un corpo subisce una violenza non è più quello di prima. Il trauma disintegra ciò che siamo, modifica la percezione di sé e del pericolo circostante, fino a farci vedere l’allontanamento dalla quotidianità, ormai compromessa, come unica via di salvezza. Questa è l’urgenza che ha spinto Violetta al disfacimento della propria identità. Il suo alter ego in quel periodo è stato Barbara Genova, un nome, un corpo con cui ha vissuto, lavorato, pubblicato per due anni, lontano dalla sua lingua madre, diventando una sconosciuta. Barbara Genova ha permesso a Violetta di tornare alla luce, con un tempo privato e mesi di paziente lavoro solitario mentre il suo volto cambiava e il suo sistema nervoso andava riparandosi. Ma è stata Barbara a inventarsi la Violetta di oggi o il contrario? Quali tracce vivono ancora in lei? In Electra, la trasformazione del dolore in una lotta per riprendere il controllo del proprio io riporta Violetta Bellocchio faccia a faccia con i suoi lettori, nel travolgente racconto della sua scomparsa.
Se le frenetiche elucubrazioni di una bionda che si sente bellissima - e lo ribadisce ogni tre pagine - o la confessione pazzesca di una sparizione e di una ricostruzione di una cinquantenne scrittrice.
Non lo so, se che la scrittura di questo romanzo è ipnotica: 362 pagine di follia perfettamente calibrata. Non ho capito pagine intere, non avevo appigli, eppure non ha mai smesso di tenermi agganciata. Sono passata dall'ammirazione, all'odio, alla risata, all'incredulità, alla sospensione della stessa. Non so cosa ho letto, ma vi consiglio di leggerlo.
Di Violetta Bellocchio so poco, chiacchiericcio letterario prevalentemente, e ho solo il ricordo di un podcast che fece anni fa, quando ancora non eravamo invasi e c'era roba interessante, e si chiamava Daimon. E io ho in testa lunghe passeggiate su una spiaggia nebbiosa, io ipnotizzata dalla voce di questa sconosciuta che mi raccontava cose tra l'assurdo e il mai sentito e in modo così diverso che mi è venuto voglia di riascoltarlo da capo.
Quest'anno ho deciso di leggere meno ma con più precisione. Ho deciso di non cedere al momento, all'ultima uscita, di non inseguire più nessuno, di pensare per me, con me, su di me. Compio 50 anni, dovrei essere sufficientemente distaccata dal mondo per capire come e cosa fare. Ma, come primo libro dell'ann0, regalo di Natale su richiesta, sono ben lieta di aver ceduto alla curiosità, perché mi ha davvero stupito.
ps. bevuto champagne senza rimpianti e quasi mi va di traverso quando la Bellocchio mi introduce il concetto di clarity bullet. Illuminante.
commentare questo libro è complicato, mi è piaciuto nonostante abbia rincorso la narrazione dall'inizio alla fine. una vita pubblica "faticosa", un'aggressione subita, il desiderio di scomparire.
Ci sono traumi così violenti che l’unico modo per sopravvivere a quel dolore immane è scomparire, far perdere le tracce, permettendo al proprio inconscio di ripararsi, ricostruirsi, rinascere.
È quello che fa Violetta Bellocchio, dopo la violenza subita (il 25 novembre è vicino: e dovrebbe essere 25 novembre tutto l’anno!)
Violetta si cancella, per cancellare quell’abuso, e diventa Barbara Genova.
Violetta è Electra, come l’Elettra di Sofocle. Alla fine riesce a morire a sé stessa, reinventarsi per ripararsi, rinascere e sbocciare
“Ceppo d'Atreo, quanto subisti per sboccare - soffrendo - al tuo riscatto. Sbocciasti, con lo slancio d'oggi!”
Bellissimi i continui rimandi alle citazioni in inglese.
Avevo già apprezzato Violetta Bellocchio con “La festa nera”. Non mollate la lettura se vi viene più volte di farlo.
Una donna bionda cammina per strada. Una donna bionda abbandona il piano della realtà per entrare in quello delle possibilità. Da questo momento in poi tutto può succedere. La donna bionda è sollevata dal binario su cui si sta svolgendo la sua vita e può e non può riatterrare su un altro diverso. O può non riatterrare affatto. Una sospensione, uno scarto, un blackout. Questa donna in potenza, questa quantum theory woman che nasce nel momento in cui la realtà si inceppa e si riavvolge su sé stessa, è il punto di incrocio di una serie di eventi reali e di altri che si avvereranno solo come potenzialità. Electra, romanzo che Violetta Bellocchio dà alla luce dopo essere stata aggredita per strada e aver deciso di scomparire durante il lockdown, dopo aver assunto l’identità di Barbara Genova e avere scritto e pensato in inglese per alcuni anni, incarna il salto nel buio, il momento in cui tutto è possibile e qualcosa accade, uno dei possibili scenari che si impone prendendo il sopravvento sugli altri. Electra, il gruppo consonantico che sbatte contro il palato con un suono che Bellocchio/Genova definisce di macchina da scrivere, la scrittura che dilata all’infinito l’orizzonte delle aspettative e abbraccia gli scenari accaduti e quelli teorizzati, il passato il presente e il futuro e tutte le loro infinite fluttuazioni.
Una donna bionda cammina per strada, viene sollevata dal suo orizzonte degli eventi e riatterra sì nel suo corpo, ma il legame con lo stesso è compromesso. Alla donna è capitato qualcosa di terribile che denuncerà senza essere creduta fino in fondo, una denuncia che porterà a un nulla di fatto come accade a molte donne vittime di violenza. La soluzione che si presenta a questo punto è quella di uscire di scena: smettere i panni della donna bionda famosa, assumere l’identità di una sconosciuta, diventare il proprio lavoro, una voce senza volto. Scegliere un nome d’arte, diventare una seconda e forse una terza persona, stringere amicizia con persone che non conoscono la tua identità di partenza. Scrivere, produrre, pubblicare. Elaborare il trauma, rigenerare il sistema nervoso.
L’identità della donna si slega dalla sua controparte fisica per diventare un concetto, un’idea, un significato senza significante, irraggiungibile eppure virtualmente straripante di contenuto: un corpo può subire violenza, un’idea no. Un collegamento sul desktop non porta più da nessuna parte. Clicchi sull’icona e spunta fuori un messaggio di errore, il file originale è stato spostato o eliminato? Il file c’è ancora, il suo contenuto al sicuro dietro un indecifrabile percorso di briciole di pane digitali, irraggiungibile e al contempo a portata di mano. Un paradosso. Il corpo, il significante originario, è ancora lì, da qualche parte, ma resta inafferrabile. Il significato invece attraversa la rete come una scarica elettrica: sei ovunque e da nessuna parte, accadi simultaneamente e in nessun tempo. Un altro paradosso.
La scomparsa è sia via di fuga che performance artistica portata alle estreme conseguenze: il gigantesco pulsante rosso di emergenza da premere quando non rimane altro da fare. Ma anche la possibilità di studiare cosa succede quando il legame con il corpo viene compromesso in seguito a un evento traumatico. Quando scatta l’allarme e non abbiamo un posto dove fuggire perché il perimetro violato è dentro di noi. Quando diventiamo un discorso in terza persona, una voce senza volto, nessuno e chiunque.
Straniante ed esaltante, magnetica come il canto di una sirena, la scrittura di Bellocchio/Genova è una danza imprevedibile, un flow assuefacente dal ritmo elettrico, cadenzato e musicale, una commistione di scritto e parlato e di italiano e inglese. L’impressione, più che di leggere, è di ascoltare. Percepire le pulsazioni di questa Voce che ti arriva dritta in testa, seguirla mentre si arrampica verso l’alto e poi precipita verso il basso, inafferrabile, agile, istintiva come un respiro. Un’esperienza quasi metafisica, diventare scrittura ed esistere in quanto corpo solo come tramite per la voce.
In Electra, Bellocchio/Genova sperimenta con la forma, il ritmo e la lingua della sua scrittura per consegnare un contenuto individuale, legato a doppio filo alla sua vicenda personale, che pure diventa universale, la storia di cosa resta di noi quando bruciamo ogni legame con la persona che eravamo e impariamo a reinventarci, a restare in movimento, a cambiare faccia e nome per restare in vita, per poter dire che siamo sopravvissutə anche questa volta.
La Violetta/ Barbara che emerge da questa auto fiction/ memoir mi sta profondamente antipatica ma non posso che ammirare come scrive. Un campo di battaglia in cui italiano e inglese lottano si azzuffano tra barre, riferimenti cinematografici, canzoni. E il come è più importante di una antipatia.
Affrontare un evento traumatico, una violenza sessuale, è la cosa più difficile del mondo. Parlarne non è mai facile, non è dovuto. Sparire può essere la prima soluzione a molti problemi, ce lo si ripete spesso, ma poi si finisce per metterlo in atto meno. Molto meno. Bellocchio lo ha fatto, e ci è riuscita benissimo.
La scrittura di Bellocchio è sempre una certezza, che bello che sia tornata a pubblicare in italiano! Il mio unico limite è nei riferimenti di cui riempie il libro; non sempre sono in grado di comprenderli, ma questo è un limite mio, per l'appunto.
Primo libro che leggo dell'autrice e prima di scrivere la recensione mi sono presa un tempo e ho cercato anche altre recensioni online per capire altri punti di vista. Purtroppo a me il linguaggio di Bellocchio non arriva, pur essendo amante dello stile pulp e anche del rap non ho trovate le "barre" dichiarate da lei e come alcune persone hanno scritto. Trovo il suo linguaggio troppo frammentario e per tutta la durata del libro mi è chiaro solo un unico concetto portato avanti: lei è famosa, famosissima ed è bellissima. Questo il leitmotiv che riesco a sentire per tutta la durata della lettura e non riesco invece a sentire le due persone che vivono dentro l'autrice e come poi sono riuscite ad armonizzarsi o meno; non trovo pulp lo stile anzi trovo che sia un voler essere pulp a tutti i costi e non riuscirci. Le frasi ripetute ossessivamente non aggiungono ritmo al racconto ma anzi appesantiscono dando l'effetto di una battuta comica non riuscita e che viene ripetuta per cercare di farla capire, risultando poi ancora più grottesca. Ho veramente faticato a finirlo ma ci tenevo per provare a cambiare idea nonostante fosse da tanto che un libro non mi infastidiva così tanto L'unica stella che mi sento di dare sono perché il racconto delle difficoltà di denunciare una violenza è stato toccante, mi ha fatto empatizzare con l'autrice e mi ha fatto desiderare di urlare in faccia alle forze dell'ordine che hanno raccolto la denuncia. La ringrazio per aver condiviso questa esperienza personale e tortuosa.
Donna bianca socialmente privilegiata attraversa eventi traumatici che la portano dapprima alla sparizione, poi alla rianimazione sotto altro nome. Poi la clandestinità dell’autrice in un turbine lirico, orizzontalità e paratassi, tenuta di pagina violenta e segmentata, uso consapevole della ripetizione, delle chiuse, delle punch-line, come se fosse una versificazione del pensiero. Ah. Barre, non versi. Frequente è lo scavalcamento prospettico della prima persona che da singolare “io” diventa un plurale “noi”, talvolta poi è un “tu”, è un vedersi da fuori, un vedersi da lontano; e ci accompagna - l’io, il tu, il noi - in questo mare gommoso, in questo piano inclinato in alluminio tagliente ai bordi, con una scrittura, davvero, bellissima. Stunning.
Scrive un po’ strano. Devo ancora capire se mi piace o no. A volte sembra scadente.
Best quotes:
«Proteggimi da quello che desidero.»
Nel nostro mondo di arrivo questa cosa si chiama clarity bullet. La pallottola della lucidità. È quando il reale ti balza davanti di colpo e tu puoi solo stare muta e immobile mentre la pallottola gira su se stessa e ti si avvita in testa, ed ecco la realtà. Modificare l'andatura in base ai nuovi parametri è l'unica strada possibile, ma ci vuole un attimo: infili chiavi nella serratura e manchi la serratura. Cosa sta succedendo? Niente, cara, hai investito su un rapporto umano. Prima o poi atterri - su quale binario, nessuno lo sa.
Un romanzo/manuale di cantieristica cerebrale in cui viene messo a nudo tutto il lavorio e il movimento della scrittrice sulle identità, le lingue, le sperimentazioni stilistiche in risposta a traumi personali e collettivi (che possono essere alla stessa cosa a diverse scale dimensionali). Tanta roba e tanta street credibility.
Da un lato, lo stile frammentario e la struttura apparentemente casuale mi sono piaciuti molto. Dall'altro, per i miei gusti questo libro è troppo lungo per poter sostenere questo stile e questa struttura.
C'è qualcosa di jarring (see what I did there?) nel modo in cui la lingua italiana è usata in questo memoriale, non tanto per gli inserti in inglese, quanto per quel suo modo di tradurre letteralmente DALL'inglese, dando vita a espressioni che non le sono proprie. Da persona che ha vissuto in un paese anglofono, è qualcosa che mi accorgo di fare anche io, e che tende a infastidirmi (e questo fastidio per forza di cose si è esteso anche alla povera Bellocchio). Il libro è interessante, fa riflettere, fa sorridere amaramente a tratti, a tratti, anche, si trascina. 3.5