Ci sono tante cose - troppe, spesso dolorose - in questo saggio che mi sono parse trascritte direttamente dai pensieri più impauriti e titubanti che mi girano per la testa.
Perché, per come è andata fino ad ora la mia vita, sarò solo anche per quello che ne resta.
Con una famiglia di sangue, certo, e una rete di amici che forse imparerò a far entrare più vicino o che allontanerò, come ho già fatto, nel tempo. Però solo.
"Lui? Lui non ha nessuno, è solo". Quel tipo di solitudine. Quella che viene discussa sottovoce dalle pettegole del circondario, quella per cui nelle statistiche conti come famiglia unipersonale, e nelle chiacchiere altrui come single fino a quando puoi passare ancora per giovane. Poi, zitello.
Questa cosa di me non la rifiuto, sebbene sia ben lontano da accettarla. È un bisticcio continuo e sciocco.
Perché io da solo sto bene: funziono meglio nel silenzio, nella ripetizione affidabile di una routine rodata, nel mio modo di fare e ordinare le cose. Io, poi, non mi innamoro delle persone - o, almeno, fino ad ora non mi è mai successo: né per portarle a letto, né per l'altare, di certo non per il reparto d'ostetricia.
Eppure, nonostante il raziocinio sentenzi tutto in modo categorico, qualcosa più in basso, tra petto e stomaco, non smette di sperare. In cose stupide, il più delle volte: in un abbraccio accogliente a fine giornata, nella tua torta preferita appena sfornata, in una serata davanti alla TV con la testa appoggiata sulle tue cosce. Insomma, nella sciocca seppur preziosa quotidianità con qualcuno a cui affidarsi, o in cui riporsi.
Quindi è inevitabile chiedersi la notte, come stanotte, se in me c'è qualcosa di rotto. È un pericoloso mare in burrasca, quello di questi "se": se fossi meno queer, se fossi nato altrove [in una metropoli, in un altro stato, in un'altra famiglia], se avessi incrociato il percorso di una qualche altra persona, se avessi avuto un esempio, se avessi letto prima quel libro, se mi fossi preso più cura di me, se avessi chiesto aiuto, se avessi preso l'altra strada, o intrapreso l'altra carriera, se. Recrimino, mi arrabbio.
Forse è la società che mi ha rotto, quando da bambino ero sensibile e intelligente e i miei mi hanno detto che era sbagliato perché sono nato maschio. Forse è a causa di quei rimproveri se oggi sono fragile, stupido e anaffettivo. Forse dovrei prendere in mano le mie quattro cose e tornare in terapia.
Oppure no, va bene così. Va bene anche non aver fame d'amore, non voler condividere gli spazi [il mio cesto dei vestiti sporchi nel mio bagno, il mio letto], non mediarsi per tutta una vita pur d'evitare un divorzio. È rotta la società, che mi dà modo solo d'esistere ma non d'essermi.
Forse siamo rotti io e la società, e a trovare un modo per brigare, in tutte queste fratture, perdo il sonno.
Questo saggio parte dalla difficoltà di barcamenarsi nella solitudine, che a volte è satura di gioia e altre un mostro pantagruelico pronto a divorarti.
Avrei preferito si concentrasse di più o soltanto su questa estraneità, magari arrivando a qualche utile suggerimento o soluzione - qualcosa di più del giardinaggio, lo yoga, il lavoro a maglia e le camminate [eppure, comunque, fa strano ritrovarsi in questi stessi tentativi, come se tutti attingessimo sempre e solo dalla medesima falda].
Di risposte non né dà, perché non ne ha. Per questo cerca la felicità altrove, dando moltissimo spazio all'amicizia, che è il vero soggetto principale di questo saggio autobiografico.
La pandemia, poi, è un altro grande tema. Uno che ancora mi stranisce e spaventa.
Mi ha comunque dato molto - a partire da una citazione di Annie Ernaux in esergo che è stato l'inizio di un continuo richiamo ad autori e autrici del cuore e che mi ha lasciato una lunga lista di altri libri e penne da affrontare.
Per continuare a cercare anche lì qualche spunto per imparare a vivere solo. O per imparare solo a vivere.
Tutto questo fermento notturno, che vorrebbe dire tante cose ma non può, per me si merita quattro stelle.