Omar tiene diez años y pasa los días junto a la ventana, esperando a que su madre vuelva. Hace tanto tiempo que no la ve que ni siquiera sabe si está viva. Su hermano intenta animarlo, pero es sin su madre, el mundo se desmorona. Solo le consuela la presencia de Nada, su forma de cogerle la mano, sus ojos celestes.
Nada tiene once años, una vena en la frente que le palpita cuando se enfada y un hermano, Ivo, lo bastante mayor para ser llamado a filas. Nada y Omar son niños en la primavera de 1992, en Sarajevo.
Para alejarlos de la guerra, una mañana de julio un autobús se los lleva contra su voluntad. Si es que la madre de Omar sigue viva, ¿cómo dará con ella? ¿Y si Ivo muere luchando? Mientras viajan por Italia, por carreteras reducidas a escombros, Nada conoce a Danilo, que tiene unas manos cálidas y una familia, a diferencia de ella, y que un día le hace una promesa.
Inspirada en una historia real, Me limitaba a amarte es una novela de formación sobre la pérdida de la inocencia, las heridas con las que cargamos y la imperiosa necesidad de encontrar anclaje y comprensión cuando todo colapsa a nuestro alrededor. Con una escritura precisa y conmovedora, que se inscribe plenamente en la tradición de la gran novela europea, Rosella Postorino indaga en las historias individuales que se ven afectadas por las convulsiones más estremecedoras de la historia colectiva.
Así, al tiempo que escala el conflicto que rompió por primera vez una larga paz en Europa, las vidas de Nada, Omar y Danilo se tambalean hasta plantearse la inconveniencia de haber nacido. ¿Cómo se crece cuando se ha sido mal amado de niño? ¿Y quién puede decir que fue amado como y cuanto quiso serlo?
Ogni tanto ti viene la voglia di mangiare una porcheria, proprio un junk food bello peso, bello grasso, bello pieno di calorie inutili in quanto inutilizzabili. Questo libro è il Big Mac dell’editoria italiana del 2023: moraleggiante, con buchi temporali spiazzanti, personaggi che stanno in superficie come la patina oleosa dei cheesbuger, e mi vedo la Postorino che pensa: “bene, per sto mappazzone mettiamoci qua è là (più là che qua) il Momento Commozione che una lacrimuccia la tiriamo fuori, condiamo con qualche Frase Ad Effetto “non sei tu, sono io”, friggiamo tutto e serviamo pompato da una campagna stampa che Signore e Signori venghino a leggere” Un’unica consolazione: l’ho preso in biblioteca, e quindi non ho nemmeno il suo cadavere che gironzola per casa.
Libro Noioso. Prosa stanca. Racconto prevedibile ed artefatto . I personaggi sembrano piegati alle ragioni del racconto e non viceversa . Salverei le prima pagine forse che hanno per protagonista la maledetta guerra, quella dei Balcani questa volta .
Avrei davvero voluto dare più stelle a questo libro. Eppure non amo particolarmente quando si vuole vincere facile. Il tema è sicuramente scottante, e ultimamente tornato parecchio in voga tra i prodotti letterari ed audiovisivi. La Postorino qui però non si è limitata a parlare di guerra, ma ha deviato su un particolare e piccolo episodio di quello sconcertante e insensato conflitto che è stata la guerra di Bosnia. E meno male dico io, perchè la prima parte è la meno convincente in assoluta, unita agli inutili inserti in corsivo. Parlando di questi ultimi non nego che ad un certo punto ho rinunciato a leggerli saltandoli a piè pari. Il fastidio che mi provoca quel tipo di sciatto lirismo in cui si vuole scioccare il lettore con elenchi di atrocità e frasi ad effetto mi ha fatta desistere. Anche tutto l'inserto sull'assedio di Sarajevo è francamente poco credibile e scritto in maniera sciatta, con continui cambi di prospettiva nella scrittura e confusione generale. Le 3 stelle vanno invece al racconto degli adolescenti e poi adulti irrisolti che sono diventati i protagonisti. Trovo che qui la Postorino sia riuscita finalmente a carburare, regalandoci alcuni passaggi davvero sofferenti e veri, non dando sconti a nessuno dei personaggi coinvolti. Non nego che in alcuni punti mi sono commossa. Insomma, scrittura altalenante, in alcuni punti ridicola, ma ultima parte ben scritta e lacerante. Non da premio strega ma capisco che possa piacere al largo pubblico.
Un libro molto toccante, che mi ha fatta commuovere in più momenti. Le storie dei protagonisti, bambini che vengono portati in Italia per essere salvati dalla guerra, sono molto profonde e raccontate con dettagli che vanno a caratterizzare ognuno dei personaggi in maniera specifica. Devo ammettere che inizialmente ho fatto fatica ad entrare nello scorrimento della storia ma man mano che si aggiungevano informazioni ho empatizzato molto con tutte le figure presenti. Una pagina di storia da non dimenticare, che purtroppo non viene ricordata abbastanza.
L'idea di parlare della guerra dei Balcani degli anni '90, a noi tragicamente vicina e ancora non abusata dalla narrativa, mi era parsa assai buona. La trama in sé, quale percorso di formazione di questi 3 ragazzini orfani (ciascuno a modo loro) si legge bene sulla carta. Insomma, gli ingredienti erano di qualità e la sensazione di poterne trarne un buon dessert era forte. La Postorino però si perde via, in queste ampie descrizioni a inizio capitolo di scene crude, di guerra e morte, che non si allineano con il resto della narrazione. Perde il polso sui suoi personaggi durante la loro crescita, sembrano sfuggirle dalle dita ed evolvere senza una precisa idea di dove andranno a parare. Se era un espediente letterario, non si è afferrato a pieno.
Ha il sapore di un rimpianto il termine di questa lettura, di un "avemmo potuto uscirne meglio".
Omar e Senadin sono due bambini che risiedono in un orfanotrofio, da quando Sarajevo è sotto assedio. La madre continua ad andare a trovarli, finché scoppia una granata e sparisce. I figli, con altri bambini bosniaci, vengono poi mandati in Italia come profughi, condividendo paure e timori con Nada, che non ha mai conosciuto i suoi genitori e Danilo, che invece una famiglia ce l'ha. Tra lontananza e difficoltà dovranno abituarsi ad una nuova terra, ma Omar non perderà mai la speranza di ritrovare la madre.
Un romanzo molto doloroso e drammatico che trae spunto da una storia vera: bambini bosniaci che durante la guerra furono trasferiti in Italia e furono vittima di adozioni illegali, in quanto nonostante molti avessero una famiglia, non fu permesso loro di tornare in Bosnia. Il tema dominante del libro è la guerra, con tutte le sue atrocità e sofferenze, rese ancora più dolorose perché mostrate attraverso gli occhi dei bambini, che anche in mezzo alla distruzione non perdono la loro voglia di giocare. Nella prima parte, attraverso l'amicizia di bambini di religione diversa, vengono mostrate in modo simpatico le differenze tra le due e la percezione che un bambino musulmano ha delle pratiche cattoliche. Lo stile è particolare e la scrittura non è sempre immediata, anche perché spesso la narrazione viene interrotta da dialoghi senza segni che ne anticipino la presenza e dai pensieri in prima persona dei personaggi coinvolti nelle vicende. Oltre a ciò si inseriscono delle pagine totalmente avulse dalla storia, dal linguaggio ricercato e particolarmente dolorose e pervase di morte, che acquistano significato solo nella parte finale del racconto. Vi sono anche numerose digressioni che permettono di conoscere meglio il passato dei personaggi e che vanno a creare delle storie nelle storie, che però rendono più difficoltosa e caotica la lettura. Ma a partire dalla seconda parte la trama prende piede e risulta meno arduo districarsi tra le varie storie che vengono portate avanti parallelamente. Ciò che si avverte è la grande fatica di questi bambini ad integrarsi in una terra sconosciuta, in cui risulta difficile capire e farsi capire. C'è chi prova una profonda nostalgia per la terra d'origine ed una grande insofferenza nei confronti di chi cerca di sopperire alla loro mancanza di affetto e c'è chi invece desidera soltanto dimenticare un passato di cui si vergogna e ricominciare una nuova vita con una nuova famiglia. Vengono poi toccati altri temi delicati, quali la prostituzione, la droga, il suicidio, il sentirsi straniero in una terra a cui sei stato strappato e a cui non senti più di appartenere. Alcune pagine mi hanno profondamente commossa, in quanto ci ho visto l'essenza di queste anime innocenti e fragili. Vi sono riferimenti sia al periodo storico che citazioni di testi e poesie di autori bosniaci. Una lettura che mi ha trafitta, nonostante la difficoltà iniziale a districare la fitta trama. Ho letto molti commenti negativi su questo libro, ma non li condivido.
Una narrazione potente e curata nei particolari. Coinvolgente, ma soprattutto commovente, che racconta storie di profughi disperati alla ricerca di un’occasione, un futuro migliore e di riuscire a sopravvivere.
L’autrice con estrema profondità e delicatezza parla di accoglienza, mettendo anche in risalto come la comprensione (o compassione) in situazioni simili, lascia spesso a desiderare. L’indifferenza, l’apatia e l’impassibilità difronte al dolore e al grido di aiuto di persone disperate che chiedono semplicemente una possibilità e di essere accolti, è sconcertante.
Prendendo spunto da storie reali, sofferte e terrificanti, l’autrice racconta con maestria lo strazio vissuto soprattutto dai bambini durante la guerra a Sarajevo, che assistono alla deflagrazione di bombe e armi davanti ai loro occhi, annullando di fatto la flebile speranza che nutrivano in un futuro diverso e migliore, accentuando purtroppo ferite, non soltanto fisiche, che difficilmente si rimargineranno.
Un romanzo di formazione, di guerra e di amore.
*Ringrazio la CE per la copia cartacea e la collaborazione
Mi limitavo ad Amare Te è il mio primo approccio alla Postorino. Ambientato nel 92, parla della guerra bosniaca. Protagonisti però sono dei bambini, che poi arriveranno in Italia e diventeranno degli adolescenti e poi degli adulti irrisolti. È un libro che parla di guerra e lo fa toccando i nostri punti emozionali più forti. Vuole essere però prima di tutto, un romanzo di formazione. E devo dire che mi sono affezionata davvero tanto a Nada e Omar, talmente tanto da perdermi in ricerche su Google per capire se effettivamente negli anni 90 i ragazzi bosniaci sono stati affidati in Italia a causa della guerra, e quello che ne consegue. Il libro però poteva dare di più, sopratutto viste le premesse. Eppure rimane in superficie, in una prosa che sembra quasi ricalcare nelle parti in corsivo un post Tumblr. Insomma un libro che sa intaccare dove ci fa male, ma che a volte ci prova troppo.
Ogni tanto mi lascio catturare dalle offerte sul kindle, ero curiosa perché il titolo era finalista allo Strega. Ne ho letti altri, non passati in finale, decisamente migliori, ma forse non di così facile lettura né di un tema così delicato. L' ultima parte è più convincente, meno esile, mi sarebbe piaciuto un approfondimento su quell'aspetto importante dei bambini di Bosnia, accolti in Italia e mai più ritornati.
Le prime pagine sono molto intense e dolorose. L’ambientazione principale è l’orfanotrofio di Sarajevo e i personaggi principali sono quattro: Omar e Sen, fratelli e Nada e Ivo, fratello. Le prime sono pagine ambientate nella guerra e nell’attesa, di una madre forse rimasta uccisa da una granata e che Omar continua ad aspettare. C’è la fame di questi bambini che per nutrirsi rubano il cibo, che si prendono cura gli uni degli altri, in assenza di figure adulte (poche r non rilevanti) tenute lontane dalla guerra. Quando una bimba colpisce l’orfanotrofio la stampa si interessa a questi bambini e comincia il viaggio verso l’Italia. Ivo rimarrà a Sarajevo perché grande abbastanza per essere arruolato; comparirà Danilo, figlio di famiglia, che però lascia per mettersi al sicuro. Il viaggio è traumatico, il pullman viene fermato e i musulmani (tra cui Omar e Sen) sono più a rischio). Gli orfani vengono rasati prima della partenza per evitare pidocchi. In Italia i bambini devono stare non più di due mesi, non è prevista adozione o affido. Alloggiano dalle suore e qui la barriera linguistica sarà un altro ostacolo. Omar, il più fragile apparentemente, troverà rifugio su un albero.
Libro sulla solitudine e sui rimedi. Sull’essere recisi
In questo libro c’è di tutto: la guerra, la perdita, la solitudine, l’abbandono, il distacco, l’essere profughi, la perdita dell’identità. Con la crescita si fanno più netti i contrasti tra i personaggi e nei personaggi: da un lato c’è chi vuole tornare e dall’altro chi vuole rinnegare Sarajevo, il passato e tutto ciò che rappresenta. Da un lato c’è l’affetto per i propri cari, dall’altro il disgusto per il passato che gli ricordano. Più volte la Postorino parla di figli, emerge che sono i figli che, anche se abbandonati, devono abbandonare i genitori. La recisione spetta a loro. E questo passa anche dal cercare i genitori, ritrovarli, per poi poterli rifiutare. È un libro sulla guerra, sui profughi minori e sull’abbandono e sul fare i conti con tutto questo. Come si sopravvive? Loro sopravvivono attraverso questi forti legami di amore e amicizia,
Nada, forte e generosa, indisciplinata; Danilo, intelligente, furbo, egoista resiliente; Omar, fragile, non si concede di sperare, ma, a modo suo, non perde mai la speranza. Loro sono i tre protagonisti di questo libro complesso che si articola in quattro periodi diversi e che ci dà la possibilità di comprendere la guerra e l’abbandono in atto, nel momento in cui si compiono, e dopo, nella lunga elaborazione delle ferite che hanno lasciato. È un libro che affronta tanti temi complessi, come anche l’essere profughi in un paese straniero, la perdita dell’identità e la sua ricostruzione. Con la crescita si fanno più netti i contrasti tra i personaggi e nei personaggi: da un lato c’è chi vuole tornare e dall’altro chi vuole rinnegare Sarajevo, il passato e tutto ciò che rappresenta. Da un lato c’è l’affetto per i propri cari, dall’altro il disgusto per il passato che gli ricordano. Come si sopravvive? Anche attraverso l’affetto reciproco e il forte legame di amore, amicizia e solidarietà che questi bambini, poi uomini, hanno costruito tra loro: questo legame è il collante del libro.
Ci sono parti molto toccanti, difficili da digerire, ma leggere questo libro consente uno sforzo di empatia oggi tanto attuale e tanto necessario. L’elemento più straziante è il fatto che i protagonisti sono bambini, indifesi e non colpevoli, in balia di eventi in cui non hanno avuto minimamente un ruolo attivo. La forza di questo libro è che mette insieme la complessità, racconta il chiaro-scuro. Questo fa la differenza.
È difficile scrivere di un libro di oltre 300 pagine, quando le ultime 50 ti hanno aperto il cuore in due. Ed è ancora più difficile con questo libro, perché all'inizio non l'ho capito. Il conflitto in Bosnia è sfondo comune nei romanzi degli ultimi anni, come se adesso si fosse trovato il coraggio di parlare di un dramma che alla mia generazione nemmeno è stato insegnato a scuola. I personaggi sono bambini, partono da contesti diversi, ma finiscono per un po' nello stesso: un viaggio che li porta in un istituto italiano, dove diventano grandi a modo loro, si fanno persone. E così Omar, Sen, Danilo e Nada si fanno persone a cui la guerra è successa, coincidenza bestiale, e che occupano uno spazio in un mondo che a volte fatica a riconoscerli. All'inizio l'ho trovato incoerente e banale, per quello che mi sembrava il tentativo di commuovere a tutti i costi: prendi dei bambini, orfani, ed esponili alle granate, poi raccontali con violenza, e tieni la penna distante. È la ricetta perfetta del sansazionalismo da media, no? In realtà poi, quando quasi mi ero arresa alla delusione, ha iniziato a entrarmi dentro. Non c'è forzatura, nella commozione che nasce da un bambino che strappato alla tragedia diventa un uomo, ritrova la sua città distrutta, la sua famiglia scomposta, riporta ferite e non le nasconde, continua ad arrampicarsi sugli alberi quando la terra trema. È questa la parte imperdibile del libro: le parti scritte in corsivo, (memorandum di violenze, le immagini della morte raccontate per come si fissano nella memoria di chi le vede, un'incisione a fuoco) e la vita di quei bambini divenuti adulti. Avevano un destino comune ma forze distinte. E sono Diversi. Soli. Bisbigliando al mondo questo: se si sopravvive al dolore, se ci si riesce, a farsi spazio in una vita inospitale, come l'edera sui muri, la vita continua. E può essere, ancora, vita.
Arrivare in fondo è stata una gran fatica. Il libro galleggia, senza mai andare al fondo delle cose, senza mai colpire, nei contenuti e nello stile. Eppure gli strumenti per farlo c'erano tutti.
"Per caso sono stata testimone del suo dolore, ed é bastato a unirci".
La storia di ragazzi accomunati dal dolore della perdita, dalla paura costante di non rivedere più i familiari, di essere abbandonati da chiunque e non trovare più una condizione di normalità. La guerra ha cambiato nel profondo questi bambini catapultandoli nell'obbligo di diventare adulti nel giro di qualche giorno. La pecca a mio avviso sono i salti temporali eccessivi verso la metà/fine libro, forse credevo di piangere un po' di più, ma é stata una bella esperienza. 3,75✨
V 90.rokoch minulého storočia poznačené Sarajevo, vojnou zmietané mesto píše jeden z mnohých príbehov deti. Hľadanie domova v Taliansku prinesie rôzne skúšky pre hlavné postavy. V prvej časti knihy som chvíľami premýšľala, ako autorka opisuje deti, ich vnútorný svet, predčasne dospelý svet( v istých situáciách, možno až príliš) zároveň prostredie v ktorom sa nachádzali si to vyžiadalo. Iskra nádeje, že aj v ťažkých skúškach života, sa dá začať opäť žiť aj keď to v istých situáciách tak nevyzerá. 4⭐️
Un libro senza dubbio commovente. La storia inizia nel 1992 .I bambini e le bambine sono i protagonisti assoluti di una storia drammatica, la guerra in Bosnia che fatta dagli adulti che finisce però per ricadere sulle piccole vittime. Diventano così orfani trasferiti in Italia che sperano di ritornare entro poco tempo nelle loro città , sperano di rivedere una madre che troppo spesso non arriva, costretti a crescere nel dolore di un abbandono che li obbliga a diventare grandi prima del tempo. Si racconta soprattutto di Nada, suo fratello Ivo che finirà per essere arruolato, Danilo, Sen, Oscar il più inconsolabile senza sua madre. È il racconto, preciso, meticoloso, della sofferenza. Sofferenza del distacco, della perdita della propria identità , della solitudine e anche del suicidio. Per me ⭐️⭐️⭐️⭐️ su 5 perché non sempre lo stile di scrittura mi è piaciuto; la moda di non mettere più tra le virgolette i dialoghi comincia ad annoiarmi, anche perché non sempre i dialoghi sono lineari e si fatica a capire se sta parlando o pensando.
Sarà che l'ho finito in bagno unico luogo di luce in una notte cistitica, sarà stato il lago o sarà stato che i temi toccati in questo romanzo mi toccano profondamente, ma mi son commossa a più riprese. Leggerlo in questo momento storico è stata dura perché impossibile evitare i parallelismi con situazioni attuali ma ne è valsa la pena. Quanto conosciamo davvero le nostre madri? Quanto l'idea di felicità come un qualcosa da raggiungere è in realtà una gabbia?
Come si può reagire alle ferite, al trauma? Come si sopravvive? Pur avendo come sfondo una storia ben precisa che riesce sempre a catturare la mia attenzione, i personaggi raccontati vivono dolori e sfide in cui ci si riconosce. L'ultima parte del libro è straziante eppure catartica: non tutti "ce la fanno" eppure ogni vita ha un senso e una sua dignità.
Una storia di sofferenza, di privazioni e rinunce. La guerra causa di tutto. A causa della guerra i bambini di Sarajevo hanno perso tutto: i punti di riferimento, gli affetti, i luoghi amati e sono stati catapultati in un altro Paese, in una realtà che tendeva le mani in segno di aiuto e solidarietà ma nella quale il marchio del profugo non li ha mai abbandonati. I bambini crescono, ognuno cerca la propria strada a modo proprio: chi si adatta, chi dimentica, chi non dimenticherà mai le proprie origini e vivrà sempre in opposizione. La guerra in Bosnia, ed in particolare l’assedio di Sarajevo, fanno da sfondo a questo romanzo che ci racconta la storia ed il rapporto tra quattro bambini che scappano da Sarajevo su un autobus per raggiungere l’Italia: Nada, Danilo, Omar e suo fratello Sen. Il romanzo suddiviso in quattro parti, dal 1992 al 2011, li accompagna nella loro crescita da bambini a adulti. Ho trovato la prosa a tratti poco fluida ma si tratta di una lettura che richiede attenzione, pazienza, e pause di riflessione.
Ako veľmi je ťažký batoh, ktorý si nesú deti z vojnou zmietaného Sarajeva, ktoré musia odísť do detského domova v Taliansku?
“Aby sa človek stal utečencom, na to nepotreboval žiadny talent, žiadne úsilie. Stačilo mať nešťastie a bývať vo vojnovej krajine.”
Deti sa s týmito ťažkými batohmi vysporadúvajú inak. A pritom je každý príbeh tak hlboký a uveriteľný. Pocit odlúčenia a nevedomia. Žijú moji rodičia? Súrodenci? Priatelia? Neozývajú sa preto, lebo ma neľúbia? Zabudli? Zomreli?
“Chýbali mi tie telá z obdobia mieru. Keď nie sú zranené, nehnisajú, nezapáchajú. Keď ich chceš pohladiť a držať a cítiť, keď ťa blízkosť človeka teší, nebolí ani nedesí.”
Hnev. Smútok. Prázdno. Útek. Každého prežívanie bolo iné. No jednu vec mali predsa spoločnú: hlbokú túžbu po láske a domove.
“La madre di Nino ha le iridi celesti: sull’aereo militare da Spalato a Milano, quelle iridi lo hanno aiutato a respirare. Le ha promesso di sposarla e invece no, l’ha fatta cadere ogni volta che l’ha avuta vicino, perché è sempre stata troppo, per lui, troppo sofferente o troppo difficile da decifrare, troppo innamorata e troppo eccitante, troppo autonoma o troppo succube, troppo sola, fondamentalmente troppo viva, una paura costante che bisogna domare.”
Rossella Postorino si cimenta in un altro grande romanzo, che forse avrebbe meritato qualche riconoscimento in più e che sicuramente è incisivo e spiazzante. Protagonisti di questa storia sono i bambini dell'ex Jugoslavia, costretti a fuggire dalla guerra del '92 e dalla razzia etnica, che vengono portati in Italia con la promessa di un futuro migliore, promessa di cui loro non sono a conoscenza. Ai loro occhi vengono portati lontano dalla propria terra, dalle proprie radici e dalla proprie famiglie per sfuggire ad una situazione di pericolo, ma con l'idea che ben presto torneranno a casa, non appena la situazione si sia calmata. Il paragone con Le assaggiatrici è inevitabile, nonostante la trama sia così differente. L'autrice in questo caso si cimenta quindi nella rappresentazione di bambini, con una cultura ben diversa dalla nostra. Ci riesce bene, anche nel citare casi di cronaca, episodi o appunto differenze culturali, per quanto le donne de Le assaggiatrici esercitavano su di me maggiore fascino. Nonostante questo ammetto che i bambini qui rappresentati sono meglio delineati, molto incisivi e rappresentati in maniera sublime. Lo stile dei due romanzi è molto simile, inconfondibile direi. La trama in alcuni punti non mi ha lasciata un pò spaesata, forse perché ho letto molto rapidamente, quindi non mi sono soffermata su passaggi che avrebbero meritato più tempo. In generale ho preferito Le assaggiatrici, probabilmente anche perchè in quella lettura sono andata più lenta, assaporando meglio lo stile e le descrizioni. Nonostante questo è un bellissimo romanzo, l'autrice è molto nelle mie corde e anche in questo caso non ha deluso le mie aspettative. E' un romanzo che sicuramente consiglio e magari fra un po' deciderò anche di rileggere.
In questo romanzo si narra l'amicizia, l'affetto e l'amore che scaturisce tra tre bambini che, in una Sarajevo distrutta dalla guerra e dalle bombe, si ritrovano a dover scappare verso l'Italia e a cercare, così, una nuova vita. Al principio del romanzo, l'unico protagonista è Omar, un bambino di 10 anni che, coccolato dall'ideale dell'amore tra madre e figlio, cerca di sopravvivere alla guerra assieme al fratello, facendo qualsiasi cosa con l'unico obiettivo di ritrovare, prima o poi, la sua mamma. Accanto all'amica Nada, però, le giornate sembrano un pochino meno difficili e la sua presenza sembra davvero un dono del cielo. Quasi della stessa idea è Danilo, un ragazzo di qualche anno più grande, che conosce Nada e Omar sul pullman che li porterà in Italia, e dunque verso la salvezza. Le vicissitudini della vita porteranno loro, però, esiti differenti: Nada, assistita dalle suore, condurrà una vita quasi tranquilla, anche se l'amore e l'amicizia per i due vecchi compagni le terrà sempre compagnia, sino ad avere esiti sorprendenti; Omar, pur essendo stato affidato ad una famiglia, resterà sempre con il cuore a Sarajevo e con una rabbia inespressa che lo porterà a condurre una vita sregolata e criminale; e Danilo, desideroso di una rivincita e di una rinascita, si butterà a capofitto in questa nuova vita italiana, dedicandosi allo studio, sempre senza dimenticare i suoi vecchi amici e la sua famiglia. Rosella Postorino affronta tematiche estremamente delicate e lo fa in modo dolce e delicato. L'evoluzione della narrazione, con l'ingresso graduale di Nada e Danilo come protagonisti, rende il romanzo più avvincente e più coinvolgente. Il lettore, oltre ad immergersi nei drammi di guerra, si ritrova a sperare in un lieto fine per tutti, a provare tenerezza anche per comportamenti spregiudicati e a confidare in un riscatto per questi bambini ormai cresciuti. Una lettura gradevole, degna di attenzione e lodi.
Quando un libro è candidato al premio Strega e e risulta anche, almeno fino adesso, essere il più votato, è normale che sia sotto l’occhio dei riflettori e che riceva critiche tutto sommato immeritate. Si tratta di un libro complesso, secondo il mio parere molto ben scritto, ma nel quale i punti di vista vengono alternati a seconda dei personaggi e nello stesso tempo vi è una narrazione continua in corsivo inframmezzata nei capitoli, un filo conduttore personale, che non è di facilissima interpretazione. La guerra dei Balcani fa da sfondo ad un romanzo che è principalmente di formazione e riguarda la vita di un gruppo di adolescenti di Sarajevo. Quattro ragazzini provenienti da un orfanotrofio di Sarajevo, presunti orfani o comunque abbandonati dei genitori, di diversa religione, vengono portati in Italia; ad essi si aggiunge un gruppo di ragazzi che vengono invece mandati dei genitori proprio con lo scopo di trovare salvezza. Le strutture che accolgono i profughi sono gestite da suore cattoliche e anche da operatrici laiche, che dopo averli mantenuti per un certo periodo lì dove i genitori non si riescono più a trovare, propongono i ragazzi in adozione in Italia. E qui che si cominciano a delineare le singole storie, perché da una parte c’è chi vuole lasciarsi tutto alle spalle e vivere come i ragazzi italiani, in altri casi la consapevolezza di aver lasciato qualcuno in patria non consente proprio di aderire a questo modello di nuova vita. Il libro è bello, complesso e commovente, a me sembra ben documentato. Se voglio proprio trovare un difetto, è la complessità del narrato in corsivo in generale nel drammatico personaggio di Azra. I personaggi sono veri, imperfetti e fragili, emarginati e a volte spezzati fra due mondi; una testimonianza preziosa sulla guerra e sulle ferite profonde che comunque essa lascia.
La storia di tre bambini che loro malgrado sfuggono alla guerra; la storia di tre adolescenti che rifiutano la loro sorte; la storia di tre giovani adulti che cercano di fare i conti con il vuoto che li divora da dentro. È un abisso congenito, che gli appartiene in quanto uomini, creature nate da grembo di donna. Una voragine scossa dal muggito della loro condizione di profughi, allontanati dalla propria Terra per raggiungere una salvezza dubbia, perché come può esserci salvezza nello sradicamento? Allontanati dai loro affetti, dal paese che li ha visti nascere, Omar, Nada e Danilo sono facce della stessa insanguinata medaglia: un conflitto che dapprima è presenza e, successivamente, spettro di un passato che gli ricorda costantemente cosa sono e inibisce qualsiasi possibilità di riscatto. Questa, la storia che Rosella Postorino ci propone, pennellandone gli eventi e i personaggi. L’abisso psicologico dei protagonisti è delineato in modo conciso. Le storie di vita che si avvicendano mentre probabilmente accompagneranno il lettore nel solo arco temporale di lettura, tuttavia, personalmente, valgono il tempo trascorso ad ascoltarle. .
Nel 1992 a Sarajevo c’è la guerra. Le condizioni di vita sono molto dure e alcune famiglie affidano i propri figli agli orfanotrofi perché non riescono ad ad occuparsi di loro nel fornirgli cibo, un riparo e protezione. Quando l’orfanotrofio di Gubica Ivezic viene bombardato, i bambini sono trasferiti in Italia e alcuni di essi vengono dati in affidamento o in adozione senza verificare se i loro genitori fossero ancora in vita e li stessero aspettando . I destini di Nada, Omar, Danilo e Senadin sono diversi, ma accomunati dalla sensazione di straniamento, sradicamento, di un sordo dolore che anche loro fanno fatica a comprendere, ma che caratterizza le loro esistenze. Il romanzo approfondisce il rapporto fra madre e figlio, madri che sono diverse tra loro, sia biologiche che affidatarie, ma che sono unite dall’amore che provano verso i figli. Ispirato a una storia vera, il bombardamento dell’orfanotrofio di Beljave a Sarajevo, questo toccante romanzo racconta l’orrore della guerra e le sue drammatiche conseguenze in modo crudo e accurato. Nonostante la trama interessante, personalmente trovo faticoso lo stile asciutto della Pastorino che non è sempre scorrevole e che, nel mio caso, rende difficoltoso entrare in empatia con i protagonisti.
Le contexte dans lequel évoluent les personnages de ce roman est bouleversant. L'histoire est celle de 3 orphelins amenés en Italie pour fuir la guerre qui fait rage à Sarajevo. Pendant que les bombes éclatent en Bosnie, les enfants se racontent avec naïveté, chacun ayant une quête qui leur est propre. J'ai bien aimé suivre les personnages sur une période de dix-neuf ans. J'ai aimé le contexte historique. Par contre il y avait plusieurs longueurs et le style d'écriture est complexe. Ce n'était pas simple de suivre la narration. Malgré cela, c'est doux et déconcertant. C'est poignant et très touchant.