Un libro da leggere solo se si conoscono gli avvenimenti di cui si parla (i sequestri di persona di Farouk Kassam e Silvia Melis, per lo meno), altrimenti si finisce per credere a tutto quello che c'è scritto.
Il libro è scritto male, da un fotoreporter, infatti. Sembra un collage fatto in fretta di vecchi articoli e appunti vari. A questo si aggiungono gli innumerevoli refusi e le note a piè di pagina inutili, superflue o addirittura "fantasma". La quantità di refusi e l'approssimazione generale fanno pensare più a una bozza che a un libro.
Il libro non spiega cosa sia La Rete, come funzionava, né chi vi fosse coinvolto o chi tirava le fila. Vale la premessa: senza conoscere gli avvenimenti è poco più che inutile. Gli episodi raccontati spesso riportano "inesattezze". Vengono citati i nomi di molte persone che, essendo decedute, non potranno confermare o smentire né quanto viene attribuito loro, né di averlo detto proprio a Zappadu. Una spallata importante alla credibilità del racconto è proprio l'onnipresenza dell'autore: qualunque cosa succeda lo coinvolge. Graduati delle forze dell'ordine, banditi, garanti e mediatori si confidano con lui rivelandogli particolari. Difficile crederci, per chi conosce l'ambiente barbaricino.
Al netto di ciò, non è chiaro neanche l'ordine temporale delle vicende, né secondo quale criterio siano state organizzate: cronologico, per persone coinvolte o altro. L'unica cosa chiara certa è che il mitico Zappadu sembra essere al centro di tutto, senza che sia chiaro il perché.
Un'occasione persa per raccontare cosa è stata la seconda ondata dell'Anonima e che interessi c'erano in ballo, sacrificata all'altare dell'autoincensamento dell'autore.