La sindrome del titolo si riferisce a "una serie di sintomi e segnali che costituiscono le concause di una malattia o processo degenerativo". Nel parlare del 1933, anno fondamentale per l'ascesa nazista, Siegmund Ginzberg cerca, in modo esplicito, analogie e rassomiglianze con il mondo di adesso. Sindrome 1933 non è un saggio storico che ha intenzione di spiegare e ricostruire l'anno in cui i nazisti, in modo apparentemente repentino e sorprendente (sottolineo apparentemente) sono saliti al potere in Germania, bensì è più vicino a un trattato di storiografia medica: "Il nostro mondo è molto diverso da quello del 1933. Ma alcuni sintomi, segnali, processi, atteggiamenti si assomigliano. Non sono identici, ma si evocano in qualche modo".
Il grosso equivoco, quando si parla del rischio che stiamo correndo questi anni, della deriva autoritaria, del revanscismo dei fascismi è credere che la Storia si ripeta in modo identico. Che l'abisso sia unico. Il nazismo non tornerà, così come il fascismo. Non con quello stesso aspetto. Non voglio dire che l'abisso verso cui stiamo andando sarà migliore o peggiore rispetto a quello di settant'anni fa, perché farebbe soltanto gioco dell'abisso: quale orrore può reggere il confronto senza essere sminuito davanti alla Shoah? Ma di certo non ci rende le cose meno cupe. Tutt'altro. Significa che sarà un abisso diverso, ma pur sempre abisso. Non ma consigliabile fare una classifica di gradevolezza dei regimi autoritari. Comunque, tutto questo per dire che l'analogia che porta Ginzberg va fatta non tanto fra la roba brutta che scorgiamo (anche se non vogliamo) all'orizzonte e il Nazismo, quanto più fra oggi, adesso, 13 maggio 2019 e il 1933. "Più proseguivo nell'indagine, più la vittima, la Repubblica di Weimar, aveva un volto vagamente famigliare". Noi siamo il 1933. E ad ammazzarci non sarà il Nazismo, ma qualcosa di altrettanto spiacevole.
Ecco, perché è questo il punto fondamentale - e forse uno dei più inquietanti: il Nazismo non è stato un fulmine a ciel sereno. Non è stato un cancro che ha colpito un corpo altrimenti sano. Per carità, è vero che la Repubblica di Weimar era una democrazia particolarmente libera, dotata di suffragio universale, con un'enorme numero di quotidiani pubblicati (quanto Francia, Regno Unito e Italia messi insieme). Ma appena sotto la superficie si muovevano forze oscure e violente: i governi crollavano con una frequenza spaventosa, la situazione politica era instabile, se non proprio ingovernabile, i quotidiani davano grande spazio al sensazionalismo, a notizie (inventate) di violenza, spesso a sfondo antisemitico - "Non erano stati i nazisti a inventare l'antisemitismo. Si sarebbero limitati a portarlo alle estreme conseguenze". Emblematico è l'esempio che fa Ginzberg della fascinazione dei tedeschi per i serial killer, per i loro aspetti più truculenti e scandalosi. Come una febbre, una sete, che profetizzava l'enorme spargimento di sangue che sarebbe avvenuto da lì a poco.
L'avvento del Nazismo, quindi, non fu una malattia improvvisa, ma fu qualcosa che fu covato a lungo dentro la Repubblica di Weimar e che, infine, accadde, esplose, come un bubbone pieno di pus. L'uno e l'altra sono legati inestricabilmente: "Praticamente erano stati i giornali di Hugenberg [magnate dei media ultraconservatore] a creare il clima di opinione, l'isteria xenofoba, antigiudaica e antibolscevica, le fandonie sulla "pugnalata alla schiena", sul "complotto internazionale" su cui sarebbero cresciuti i nazisti". Questo caos, soltanto superficialmente mitigato da una struttura democratica è stato il caos perfetto per lasciar spazio al nazismo. Anzi, è proprio grazie alla struttura democratica che il nazismo è riuscito a salire al potere prima di tutto: nelle elezioni del 1933, le ultime libere, prima della repentina svolta autoritaria (così poco sorprendente, eppure così inattesa), il partito nazista s'era preso il 33% dei voti. Il partito più votato. Ma, la Repubblica di Weimar era una democrazia basata sul proporzionale. Il 33% non sarebbe bastato a salire al potere. A quello ci pensarono la destra e la sinistra, Dnvp (Partito popolare nazionale tedesco) e Spd (Partito socialdemocratico): entrambi in forte declino, incapaci di capire il pericolo rappresentato dal partito nazista, convinti che fosse soltanto un fuoco di paglia, un abbaglio momentaneo e che il vero nemico fosse l'altro, il Dnvp, la destra, si alleò con i nazisti in un contratto di governo, certi che a) sarebbero riusciti a tenerli a bada e b) che se li sarebbero mangiati in poco tempo. Ovviamente, col cazzo in entrambi gli scenari. Il punto di svolta per il partito nazista all'interno del sistema elettorale tedesco, fondamentalmente polarizzato in destra e sinistra, fu quello di "dichiararsi né di destra né di sinistra, ma del popolo. Si dicevano allo stesso tempo nazionalisti e socialisti, oltre che partito dei lavoratori. Beninteso dei lavoratori tedeschi. [...] L'elettorato tedesco, che prima oscillava con regolarità tra i poli tradizionali, divenne mobile". E' così che muore la libertà, insomma, tra scroscianti applausi.
Uno dei concetti fondamentali ora come ora è la Finestra di Overton - Ginzberg non ne parla, ma ormai sto partendo per la tangente, sopportatemi. In pratica, una nuova idea, che so, lasciare morire la gente in mezzo al mare, inizialmente ci appare come impensabile, viene rifiutata completamente. Overton ipotizzò che, tramite l'opinione su quell'idea potesse essere manipolata e spostata man mano da impensabile a legalizzato, attraverso quattro momenti intermedi, radicale, accettabile, sensato, diffuso. Per rendere accettabile quell'idea del cazzo - ripeto: lasciar morire delle persone nel mare - è necessario innanzitutto sminuire quelle persone, non renderle più persone, bensì clandestini, stupratori, invasori. L'idea ci apparirà allora esagerata, ma in fondo non così sbagliata nei fini. E così via. L'apertura della Finestra di Overton, nel caso del 1933, con gli ebrei, non fu a opera del nazismo. Ci si inserì, ne cavalcò l'onda: "Un guadagno enorme, tanto enorme da farmi ritenere che l'antisemitismo dei nazisti non sia un'applicazione particolare della più generale teoria della razza, ma che essi abbiano ripreso e sviluppato la teoria generale solo per dare un fondamento durevole e scientifico all'antisemitismo. L'ebreo è la persona più importante nello stato hitleriano: è la testa di turco, il capro espiatorio più popolare, l'antagonista del popolo, il denominatore comune più evidente, la parentesi più adatta a racchiudere i diversi fattori. Se al Fuhrer fosse finalmente riuscita l'auspicata eliminazione di tutti gli ebrei, ne avrebbe dovuti inventare di nuovi, perché senza il diavolo ebraico [...] senza l'ebreo tenebroso non sarebbe esistita l'immagine luminosa del tedesco". Ebrei, Patto di Versailles, complotto giudaico, nulla fu inventato dai nazisti. I nazisti sfruttarono soltanto ciò che era già radicale, ma forse quasi quasi accettabile. E se sostituiamo agli ebrei, i migranti a che punto stiamo noi? Quanto è già troppo tardi?
Sindrome 1933 è un libro scritto da un uomo che è terrorizzato, che guarda al futuro con angoscia, con la sensazione di trovarsi davanti a un incubo imminente, a un uroboro infernale. A un certo punto Ginzberg fa emergere tutta la sua angoscia, tutta la sua paura, annotando come non ci sia alcun motivo per cui la Storia debba accadere una prima volta in tragedia e una seconda volta in farsa. Potrebbe accadere due volte in tragedia. O anche peggio. Perché, ecco, la verità è piuttosto angosciante: non abbiamo la più pallida idea di quanto potrà andare male stavolta. Certo, difficilmente accadrà un altro nazismo, il mondo non è più quello del 1933, l'Europa ha perso la sua importanza, il cambiamento climatico è la nostra spada di Damocle e così via. Ma nulla di tutto questo è rassicurante. Tutt'altro. E' come stare per buscarsi la peste bubbonica mentre si guida una macchina a duecento all'ora contro un muro. Eppure, il dovere morale che abbiamo tutti è quello di non far finta di non vedere. Perché gli abissi sono tanti e sono uno diverso dall'altro, ma non siamo giustificati a far finta che non ci siano. A far finta che vada tutto ok. Abbiamo il dovere morale di essere spaventati. E il perché è semplice: perché ciò che ci fa spaventa non è normalizzato. Perché ciò che ci spaventa non è accettato. E finché è così, allora, forse forse, ci sta un po' di speranza di guarigione da questa Sindrome 1933.