Lo “stile tardo”, secondo Edward Said, autore di questo saggio, che peraltro si rifà ampiamente al pensiero del filosofo Theodor W. Adorno, è una specifica categoria creativa. Più specificamente, è una fase che cronologicamente avviene al termine del periodo creativo di un qualsiasi autore, ma non è necessariamente collegata al momento senile; piuttosto può essere identificata come una stagione di progressiva indifferenza alle forme e alle tematiche del proprio tempo, a volte anche un tentativo di trascenderle, non alla ricerca di un “oltre” (che, per forza di cose, non ci potrebbe essere) quanto piuttosto di una riflessione autoreferenziale e scompositiva. A questo fine, sempre sulla scorta del pensiero di Adorno che viene assunto come guida, Said affronta una serie di autori e di artisti dei più vari, cercando di identificare lo “stile tardo” della loro produzione. Si parla di Beethoven e delle sue ultime composizioni, di Tomasi di Lampedusa e del film di Visconti tratto dal Gattopardo, di Glenn Gould e delle sue mitiche interpretazioni di Bach, così come di morte a Venezia e dell’opera che ne ha tratto Britten (stranamente, in questo caso non del film di Visconti). Si parla anche di Jean Genet, e la conversazione su di lui (che Said aveva conosciuto personalmente) diventa un pretesto per parlare anche delle vicende libanesi, dei movimenti palestinesi, dell’Intifada e questioni correlate, alle quali Genet partecipò attivamente e verso le quali Said, date le sue origini palestinesi, è piuttosto sensibile, nonostante tutto il suo pensiero sia solidamente inserito nel campo della cultura e della filosofia occidentale. Tutto quello che Said scrive è di grande profondità e interesse, nonostante uno stile molto denso e alquanto difficile, soprattutto quando (piuttosto spesso) sviluppa i pensieri di Adorno. In effetti, quando avevo 16 anni o poco più leggevo strenuamente Adorno, cercavo faticosamente un senso nelle cose che diceva e magari lo trovavo pure. Adesso le stesse cose mi sembrano le supercazzole di uno che probabilmente era già un vecchio brontolone quando era lui, ad avere 16 anni. E la cosa tragica è che un’intera generazione di musicisti quelle cose le ha prese sul serio, producendo di conseguenza musica volutamente inascoltabile, dando del fascista a chi utilizzava ancora l’accordo maggiore, e creando uno scollamento tra musica “colta” e “leggera” ben peggiore di quello contro cui protestava Adorno. Detto in breve, il pensiero di Adorno è che, dato che il mondo è brutto e cattivo, qualsiasi tentativo – artistico o d’altro genere – di trovarvi gioia e bellezza è inevitabilmente falso, ipocrita, deviante rispetto alla dura verità – quella che viene espressa, ad esempio, con la musica dodecafonica o atonale. Molto interessante, a questo proposito, fare un paragone tra la visione di Così fan tutte proposta nel libro che ho recentemente letto, “Ma Susanna non vien”, e in questo. Se in quello l’opera mozartiana viene vista come un inno alla gioia del poliamore, un superamento delle convenzioni romantiche oltre il quale c’è un modo di essere e di amare più ricco e gratificante, qui la stessa opera viene vista come un disvelamento, agito da Ferrante il filosofo ai quattro giovani innamorati ed idealisti, di una realtà cinica e arida nella quale i sentimenti valgono poco, sono pronti a mutarsi e a disseccarsi, non vi sono certezze né bellezze nel cammino che conduce verso la “tardività”, cristallizzazione estetica che – of course – è un’anticipazione della morte. A questo proposito, ci sarebbe da chiedersi quanto sia utile e soprattutto produttivo questo lasciarsi andare a melanconicissime, intorcinatissime e soprattutto alla fin fine sterili e inutili riflessioni, da parte di filosofi, intellettuali e pensatori vari, sul tema della fine, della morte, del senso, e via dicendo. Molto più sano e sensato, a mio parere, l’atteggiamento di coloro che fanno finta di niente, si bombano di viagra e si fanno mettere una pompetta nell’affare per trombarsi la Ruby di turno fino al loro ultimissimo giorno.