“Ultime interviste” è un viaggio nella vita e nei libri di Joan Didion attraverso i suoi ricordi: otto conversazioni con giornalisti e scrittori del calibro di Sheila Heti, Dave Eggers e Hari Kunzru, nelle quali Didion ci parla di sé con estrema sincerità, dal rapporto con la California a quello con New York, dalle prime influenze letterarie agli anni passati a Vogue, dalla pubblicazione dei primi reportage al successo internazionale. Ci sono molti modi di svelarsi, ma quelli di una scrittrice sono diversi. Nei romanzi lo schermo della finzione permette di celare nei personaggi pezzi di sé, o di raccontare il vero sotto le coltri dell’immaginazione; nei saggi e negli articoli l’onestà del reale diventa un modo per allontanare da sé l’obiettivo e nascondersi. Joan Didion ha rotto tutte le regole in ogni parola che ha scritto e, mentre immortalava i diversi volti delle epoche che ha percorso, si è autorappresentata di continuo con un senso di verità quasi straniante. Così avviene anche in queste interviste, nelle quali dialoga con colleghi ed estranei concedendosi con franchezza anche sui temi più dolorosi: la morte di John Gregory Dunne, il grande amore della sua vita, e quella della figlia Quintana; le difficoltà e le soddisfazioni della scrittura; ma anche le opinioni politiche, le sfide del giornalismo, i luoghi nei quali ha vissuto o che ha visitato. Risposta dopo risposta, Joan Didion sembra quasi manifestarsi davanti a noi con la sua espressione caparbia e severa, le sue frasi brillanti e ironiche, la sigaretta sempre accesa tra le mani eleganti. Uno sguardo che ci fissa tra le righe sulla pagina a ricordarci che lei era là, tra quelle storie, tra quelle vite, tra quei volti, perché raccontare il mondo è l’unico modo per poterlo capire.
Joan Didion was an American writer and journalist. She is considered one of the pioneers of New Journalism along with Gay Talese, Hunter S. Thompson, and Tom Wolfe. Didion's career began in the 1950s after she won an essay contest sponsored by Vogue magazine. Over the course of her career, Didion wrote essays for many magazines, including The Saturday Evening Post, Life, Esquire, The New York Review of Books and The New Yorker. Her writing during the 1960s through the late 1970s engaged audiences in the realities of the counterculture of the 1960s, the Hollywood lifestyle, and the history and culture of California. Didion's political writing in the 1980s and 1990s often concentrated on the subtext of political rhetoric and the United States's foreign policy in Latin America. In 1991, she wrote the earliest mainstream media article to suggest the Central Park Five had been wrongfully convicted. In 2005, Didion won the National Book Award for Nonfiction and was a finalist for both the National Book Critics Circle Award and the Pulitzer Prize for The Year of Magical Thinking, a memoir of the year following the death of her husband, writer John Gregory Dunne. She later adapted the book into a play that premiered on Broadway in 2007. In 2013, she was awarded the National Humanities Medal by president Barack Obama. Didion was profiled in the Netflix documentary The Center Will Not Hold, directed by her nephew Griffin Dunne, in 2017.
“non avrei mai smesso, per tutta la vita, di essere in lutto per Quintana non era quello il punto; il punto era: riuscirai a vivere ancora? prendi un aereo e vivi.”
Credo vi convenga cimentarvi con Ultime interviste di (anzi, a) Joan Didion se avete già letto L’anno del pensiero magico e Blue Nights, perché non tutte le otto conversazioni di questa raccolta gravitano attorno a quella porzione lì della parabola letteraria e tematica di Didion ma la maggior parte sì. Con “ultime”, poi, non bisogna intendere “recentissime”, perché la forbice temporale è ampia. Sì, c’è l’ultima-ultima intervista, ma scoprirete che è anche quella più rarefatta, stringata e anche splendidamente sgarbata. Che altro volete, v’ho raccontato già tutto, sembra volerci comunicare – e ha ragione lei.
Una buona intervista si fa se il soggetto interrogato ha qualcosa da dire e se si fanno le domande giuste. Un’intervista *eccellente* è, in realtà, uno scambio tra due persone che si riconoscono e si rendono disponibili alla reciproca curiosità, scordandosi gerarchie e ruoli per creare qualcosa di autonomo, che per ricchezza sta in piedi da solo e aggiunge un tassello in più rispetto ai punti di riferimento di partenza. Che uno scrittore intervisti bene un altro scrittore non è affatto scontato – genera attenzione perché ti porti a casa due grandi nomi in una botta sola, ma bisogna appaiarli con buonsenso. E anche in quel caso non sai come andrà a finire. Didion qua incontra – tra gli altri – Eggers, Sheila Heiti e Hari Kunzru e, per un attimo, riescono a farci dimenticare che gli scrittori e le scrittrici sono anche gente molto tignosa e dispettosa.
Didion è facile da intervistare? Secondo me no. Un po’ perché si percepisce la sua insofferenza per la banalità ma anche perché le costa chiaramente fatica dover verbalizzare quello che di complesso ha preferito affidare alla scrittura. Parlarle, però, è gradualmente diventata un’occasione ghiottissima, specialmente dal suo ingresso eclatante (e straziantissimo) nella non-fiction autobiografica. Si sa, i drammi tirano. Ma Didion, proprio perché ha fatto delle sue tragedie un reportage e un campo di ricerca letterario, riesce a difendersi anche da chi avrebbe voluto raccontarla concentrandosi solo su quello, riducendola a una pura storia di dolore e strazio. Resta tonda, Didion. Anche se è piena di spigoli.
"THE BELIEVER: Vorrei cominciare con una frase che ha detto al Paris Review. Da piccola voleva fare l’attrice, non la scrittrice, giusto?
JOAN DIDION: Giusto.
BLVR: Ma ha accettato di scrivere, perché in qualche modo scrivere è a sua volta una performance. Quando scrive si esibisce, ha un suo personaggio?
JD: Non ho un personaggio ma mi esibisco, faccio la mia performance. In qualche modo la scrittura ha sempre avuto in sé un elemento spettacolare.
BLVR: Qual è la natura di tale performance? Voglio dire, un attore interpreta un personaggio…
JD: A volte è così, ma altre si esibisce e basta. Quando scrivo non credo di interpretare nessuno, perché il personaggio di uno scrittore è se stesso. Non lo considero alla stregua di interpretare un ruolo. È semplicemente un comparire dinanzi a un pubblico.
BLVR: Apparire dinanzi a un pubblico e pronunciare delle battute, più o meno…
JD: Ma non quelle scritte da altri. Le tue. Uno scrittore dice: «Guardatemi, questa sono io».
BLVR: E ritiene che questo «io» sia una figura stabile, o no? Rimane sempre costante durante la carriera di uno scrittore?
JD: Credo che lo diventi nel corso del tempo. All’inizio non lo è granché. Ma poi dopo un po’ maturi, e il ruolo che ti sei creata ti calza alla perfezione.
BLVR: Come valuta però la distanza tra il ruolo che ci si crea per se stessi…
JD: … e la persona vera?
BLVR: Già.
JD: Be’, non saprei. Probabilmente la persona vera diventa essa stessa il ruolo che si è creata."
"Potrebbe crollare tutto domani. Questo non è un problema proprio delle donne, è un problema di tutti, quello di trovare qualcosa che sta al centro. Charlotte trova il proprio centro a Boca Grande. Trova la vita andandosene. Penso che la più parte di noi costruisca strutture complesse per evitare di passare troppo tempo dentro il proprio centro".
Ho capito di avere un problema io con l'autrice. Ho sbagliato ad approcciarmi a lei con "l'anno del pensiero magico", perché pur apprezzando il suo stile di scrittura non sono riuscita ad apprezzarlo come avrei dovuto. Tuttavia, con queste interviste all'autrice, credo di aver capito meglio alcuni suoi passaggi del suo sistema di scrittura.