Finisce così questa saga che mi ha accompagnato dal 2022, facendomi scoprire il Giappone del periodo Edo, i daimyō, il Kabuki e il Nō, i clan dei signori della guerra e i conflitti che a quel tempo caratterizzavano l’isola.
Ancora meglio, però, mi ha fatto scoprire i personaggi di Ichirō e Hiina, Shin e Seiren, e tutti gli altri della compagnia del ciliegio che hanno accompagnato i protagonisti sin dal primo capitolo, diventando colonne portanti della storia. Già sento la mancanza di quel Giappone feudale che la Monceaux ha descritto con una minuzia meravigliosa di dettagli, sentire l’odore dei ciliegi e delle paulonie in ogni pagina, vivere nei luoghi dei protagonisti e accompagnarli nelle loro avventure come fossi davvero lì. Per tutto questo ringrazio di cuore la scrittrice.
Il quarto e ultimo libro, La Notte del Tengu, è però quello che mi è piaciuto di meno e che mi ha annoiato di più, rivelandosi quello più difficile da finire. La magia dei primi due volumi è purtroppo diminuita parecchio, mentre della trama accattivante del secondo si vede giusto l’ombra, con la promessa di una congiura interessante che però si rivela anticlimatica. Non voglio dire che in questo libro non succeda assolutamente nulla, e che i personaggi si ritrovino esattamente nel punto iniziale a tre quarti del romanzo, ma al di là di certe piccole cose… è proprio così.
Hiina, che ha rubato la narrazione a Ichirō nel terzo volume, non è una narratrice altrettanto accattivante e interessante, finendo per fare tanti monologhi o infilare frasi fatte e poetiche dove non ci stanno, e appiattendo drasticamente tutti gli altri personaggi; da quando racconta lei, Ichirō e Shin sono delle macchiette, quando erano i personaggi più interessanti dei primi due libri e la loro amicizia era una meraviglia da leggere, tant’è che alcuni passi e discorsi loro me li sono salvati per quanto fosse bella la loro amicizia.
Tutto ciò scompare in questo libro, e persino l’amicizia tra Hiina e Nami è pressoché inesistente. Esiste, certo, ma è superficiale come ogni altra cosa.
Tutto ciò su cui si concentra davvero questo romanzo sono le relazioni amorose, che per carità, sono molto belle da vedere evolversi, ma facendo ciò sono stati tagliati molti altri rapporti umani.
Anche la relazione tra Ichirō e Nami, che viene accennata in due frasi in due momenti diversi del libro e basta, è tirata via, e mi dispiace perché seguo le avventure di Ichirō da anni e mi sarebbe piaciuto sapere di più sui suoi sentimenti e ciò che prova e il modo in cui cresce, senza che sia superficiale. Neppure il suo epilogo mi ha soddisfatto, ammetto.
Infine, sulla storia mi limiterò a dire che non mi è piaciuta e l’ho trovata davvero che andasse “a caso”, i personaggi fanno scelte assurde e sembra letteralmente che vengano tirati a forza dall’autrice, anche quando non ha senso, senza che venga dato loro alcun tipo di (fittizio) libero arbitrio. La figura di Akemi è sì interessante, ma anche chiaramente e neanche troppo velatamente un escamotage da parte dell’autrice per guidare i protagonisti dove vuole lei: non è davvero un personaggio né davvero una persona, non dimostra mai emozioni o desideri, non sappiamo davvero cosa vuole, è solo la figura che impartisce ordini e guida i personaggi, nulla di più (e dovrebbe essere la più interessante e importante del romanzo).
Nonostante quest’ultimo volume non mi abbia entusiasmato né intrattenuto così tanto, e anche un po’ annoiato, sono felice di aver letto questa saga e che esista. Grazie Camille per averla creata, e per averci messo dentro tutta la tua passione per il Giappone.
Giusto per diletto, ecco una classifica finale delle tetralogia:
🥇Volume 2. La Spada dei Sanada ⭐️⭐️⭐️⭐️
🥈Volume 1. La Maschera del Nō ⭐️⭐️⭐️
🥉Volume 3. L’Ombra dello Shogun ⭐️⭐️
🎖️Volume 4. La Notte del Tengu ⭐️⭐️