Un diario romanzesco spietato, una lunga nar razione dalla deliziosa crudeltà sentimentale. C’è, nell’incontro con l’altro, una paura antica, uno spavento continuamente ricercato e fug gito. Incontri sbagliati, mancati. Incontri fatali, o intravisti. Baci velenosi. Bambine dai difetti repellenti. Addii dati in maniera fredda e in tollerabile. Amori ricambiati in parte e scam biati per eterne maledizioni scolastiche. Monica Pareschi torna alla narrativa dopo il suo esordio di circa 10 anni fa. Un’opera con tundente, corrosiva – ricorda la malizia fanta stica di Leonora Carrington e il film Stoker di Park chan-Wook – fondata sui sentimenti più nascosti, sulle piccolezze mostruose, vitree, che tutti noi coviamo mentre amiamo e mentre odiamo.
Il racconto “I gabbiani” di Monica Pareschi tratta molta più psicopatologia di libri invece dichiaratamente espliciti sul tema. Si apre con un gabbiano sul terrazzo di casa che è “bianco e grigio e lustro come un gatto”. I gabbiani vengono spesso descritti in maniera proteiforme, metamorfica, ad esempio come dei “ratti volanti”, figure non proprio rassicuranti. E più volte ricorrerà nel testo il paragone con i felini (“grossi animali lisci e pasciuti come gatti”). A distanza di vent’anni, la protagonista del racconto, Elena Cavalieri - una donna dal profilo psicologico borderline, forse con qualche problema di immagine corporea - rievoca un episodio della sua vita accaduto in una città sull’Atlantico. È stata invitata come relatrice a un congresso. Qui, un uomo molto affascinante le fa delle domande, sembra voglia metterla in difficoltà, fin dall’inizio si pone in una posizione arrogante, provocatoria. Dopo il congresso però la invita a cena. I due si incontrano, per un “esito erotico”, ma la cena, con lui che diventa sempre più sgradevole, finisce per trasformarsi in un incubo quando la obbliga a mangiare un dolce, un cubo di cioccolato. Inizia a imboccarla, e Elena non vede l’ora di tornare in hotel e mettersi due dita in gola. Il disagio, che qui nasce dall’impossibilità di distinguere gioco e crudeltà, è palpabile. È - possiamo dirlo - l'equivalente di uno stupro, suggerito anche dall’assalto (paragonabile a quello di "Leda e il cigno") che Elena subisce il giorno dopo da parte di un gabbiano, sul molo, dopo essere uscita da una friggitoria (È interessante che i cibi siano calorici: cubo di ciocolato; fish and chips). Verificandosi inoltre sul molo, non può non richiamare la scena iniziale di "The birds" di Hitchcock, quando proprio sul molo di Bodega Bay Tippy Hendren viene attaccata da un gabbiano. Anche lì uno “sbaffo di sangue sulla pelle”. È un racconto quello di Monica Pareschi quasi esplicito nel suo modello cinematografico, nel suo apparentemente ingenuo simbolismo. Meno immediati sono forse i suoi riferimenti psicologici e letterari. A me sono venuti in mente tanto il Tozzi più precoce, quello dei racconti fulminanti e visionari di “Bestie”, dove sempre compare un animale, e quello di “Adele”, con il suo mortifero erotismo, ma anche William James, quando registra come “nei nostri giardini il gatto infernale scherza col sorcio palpitante, e stringe fra le mascelle ancor caldo l’uccellino che distende miseramente le ali”. Ricordate le metamorfosi a cui durante tutto il racconto sono sottoposti i gabbiani: prima topi, poi gatti, in una specie di danza del disgusto. E non è un caso che sia vagamente infernale anche l’uccello "con la coda nera di catrame" che un coro mortifero mattutino annuncia nelle pagine finali del racconto, quando una tempesta minaccia di sconquassare il terrazzo. “Può darsi invero che nessuna conciliazione religiosa”, dice William James, “sia possibile con l’assoluta totalità delle cose”. E infatti la nostra protagonista, arrivata a una età più avanzata, è pronta ad abbandonarsi del tutto a quel regno devastato del non-senso.
La bellezza di tutti questi testi, secondo me, può riassumersi cosi: viene mostrata la quotidianità del corpo, dei sentimenti e degli impulsi ma in modo disturbante e non perché l'autrice li stravolga dalla realtà, ma perché essi stessi fanno parte di un disgusto primordiale, di un disadattamento contagiante, di emozioni spezzate.
«Il bacio è un morso ipocrita. Un agguato, […]. Un'aggressione codificata, un principio di distruzione.»
Conosco Pareschi come traduttrice (tra l’altro, di una delle mie autrici del cuore) e sono stata curiosa di scoprirla autrice, in una raccolta di racconti che parla d’amore, ma nella maniera più disgustosa che potrebbe mai venirmi in mente.
In “Inverness” troviamo otto storie che hanno al centro la relazione e la scoperta di sé attraverso di questa. Spesso le voci narranti sono femminili e in buona parte hanno dei contatti con il mondo della giovinezza, fatto di scoperte, di nuove sensazioni. Peccato che il tutto sia distorto, malato e da brividi.
Se lo scorso anno in questo periodo leggevo “Gli amori difficili” di Calvino che pur scardinava il sentimento dell’amore in quanto tale, Pareschi racconta episodi grotteschi, a tratti inquietanti e che ricordano un po’ Agota Kristof non solo in “Trilogia della città di K.”, ma anche in “La vendetta”.
Ci sono due racconti che non mi hanno convinta come avrei voluto, ma gli altri sei sono riusciti a non farmi staccare lo sguardo dalle pagine, a disgustarmi e a rapirmi. Su tutti, “Primo amore” e “Un bacio, ancora” hanno il mio cuore, e probabilmente perché le protagoniste sono due bambine sui generis. Ma anche il racconto che apre la raccolta “I baci di Munch” e quello che la chiude e le dà il nome, ovvero “Inverness”, mi hanno emozionata, perché sono stati capaci di mostrare i diversi lati dell’amore, compreso quello dell’ossessione.
Pur avendo apprezzato molto la scrittura di Pareschi e il suo stile tagliente, solo alcune delle storie del libro hanno veramente catturato la mia attenzione. Forse lo scopo dell'autrice è proprio quello di scardinare il concetto puro d'amore, andando a analizzare rapporti umani morbosi, oscuri e crudeli.
Inverness è un’opera sorprendente, che già dal titolo suggerisce una riflessione profonda sulla natura stessa dell’esistenza. Il libro si presenta come un intreccio di racconti brevi, autonomi, ma uniti da una trama sotterranea di emozioni condivise, percorsi divergenti e memorie. Uomini e donne camminano lungo strade differenti, ma il loro passaggio lascia tracce simili, echi riconoscibili che rimandano alle contraddizioni e alle ferite della condizione umana. La scrittura è fluida, autentica, spoglia di artifici: colpisce per la sua onestà e per la capacità di raccontare sentimenti complessi con nitidezza disarmante. Si affrontano temi come l’insicurezza, i pensieri oscuri, le relazioni tossiche, il desiderio e la delusione: un’umanità dolente, ma mai completamente vinta. Il racconto conclusivo, che dà il titolo alla raccolta, rappresenta l’apice emotivo del volume. La protagonista, P., è una figura carismatica, ricca di vitalità e intuizioni, contrapposta a un’amica senza nome che sembra vivere in una penombra consapevole e voluta. Questo dualismo, tra slancio e rassegnazione, tra luce e ombra, dà vita a un testo di forte impatto, capace di trafiggere il lettore con la precisione di una lama sottile: il cuore viene colpito, diviso, messo a nudo. In conclusione, Inverness è un viaggio nell’interiorità, un’esperienza letteraria che invita a guardarsi dentro con coraggio, riconoscendo quei lati più oscuri e silenziosi che spesso si preferisce ignorare. Un libro che resta, che lascia una traccia. Lettura caldamente consigliata.
Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro: Inverness é una raccolta di racconti taglienti che sondano le zone più oscure e fragili delle relazioni nate da incontri casuali. Un caleidoscopio di amori mancati, attrazioni velenose e addii indimenticabili.
Le protagoniste sono spesso donne o bambine in fase di formazione, alle prese con i cambiamenti del corpo e della crescita, elementi che aggiungono un sottile ma potente tocco di body horror alla narrazione. Tensione crescente e un finale sempre imprevedibile, portano il lettore a riflettere sulla vulnerabilità e sull’ambiguità dei rapporti umani.
La raccolta gioca con il disgusto, che si intreccia ad una scrittura elegante, creando un contrasto affascinante. Una lettura che esplora le ombre del cuore e del corpo, con uno stile distinto e disturbante.
I baci di Munch, o la perfezione dell’amore: 🌟4 Primo amore: 🌟5 Fiori: 🌟4 Troppo amore uccide: 🌟5 I gabbiani: 🌟3 Mors tua vita mea: 🌟3 Un bacio, ancora: 🌟5 Inverness: 🌟4
questi racconti mi hanno ricordato un po' quelli di Carmen Machado. parlano dell'essere femmina, in un modo crudo, dettagliato e talvolta disgustoso ma proprio per questo reale, in grado di richiamare frammenti di quanto ciascuno ha davvero vissuto. è come se Pareschi analizzasse la realtà con una lente d'ingrandimento e la dipingesse con tocchi di pennello precisi, densi e tridimensionali. le protagoniste sono eroine della femminilità quotidiana, rappresentata senza pudori e ricca di ombre, oltre che luci.
Pareschi conosce e anticipa i sospetti e le malizie del lettore. Ne riempie le pagine e ci sbatte in faccia la nostra perversione. È tutto sesso, è tutto merda, sporco, ossessione. Che la tensione nell'attrazione e nel disgusto sia la stessa? È piacere, è desiderio, è repulsione, è vergogna. Non c'è nulla di più umano del corpo e della sua miserissima e sporca carnalità. Il perbenismo e le convenzioni sociali - ma in generale tutto ciò che non è impulso -, quella affabile tirannia, prendono un ferroso retrogusto di stupro.
Contenta di aver scoperto una nuova penna così evocativa. Al netto di tutti i racconti, due sono decisamente i migliori e spiccano per questa capacità dell’autrice di rendere bene situazioni tramite i sensi. Nel complesso una raccolta dove il filo conduttore si evince chiaramente
Un altro libro che non mi si schioda dalla testa è questa raccolta di racconti.
La prima cosa che vorrei ricordare è che questo libro, questo libro che ha dei picchi di letteratura altissima, è pubblicato da Polidoro. Ora, con tutto il rispetto massimo per le piccole case editrici, ma a voi pare normale che un libro così non venga pubblicato che ne so da Einaudi, da Adelphi, da chi cazzo vi pare che gli possa dare la giusta visibilità che merita? (per carità, era nella cinquina del Campiello, ma chi considera più il Campiello ormai? Dai su).
Finito il momento incazzatura qui dentro ci sono otto racconti di cui almeno due, stando bassa, raggiungono vertici che io assegno, ho assegnato, solo alla Munro. Cioè a uno dei pochi premi Nobel che negli ultimi vent'anni si siano meritati sto premio (chi sono gli altri? lungo dibattito che non seguirà e che non è un dibattito).
Quando leggo i racconti, alla fine di ognuno metto un voto (perché faccio prima, per abitudine, per velocità, perché sono una povera limitata che ragiona ancora così) e una breve annotazione. Nessuno di questi racconti è sotto il 7. Poi ci sono 'Fiori' e 'Bacio' che toccano punte incredibili. Poi c'è il gelo di 'Inverness' che da il titolo alla storia e che io vorrei far leggere ogni adolescente su questa terra.
Monica Pareschi è una traduttrice BRAVISSIMA, ha tradotto i migliori, e non pensavo riuscisse a scrivere altrettanto bene. Sul retro della copertina c'è scritto che è un'opera contundente e corrosiva che ricorda Leonora Carrington (davvero Polidoro editore non sapevamo fare di meglio?). Io dico che è una raccolta che lascia il segno, l'incipit di ogni racconto, di ogni racconto, è perfetto. Ogni aggettivo è misurato a definire un sentimento che, spesso, sempre, è crudele, è spietato, è doloroso. L'idea alla base di ogni storia è interessante e coglie uno sguardo inusuale ma centrato su molti oggetti, animali, persone e luoghi (guarderò, d'ora in poi, le peonie con uno sguardo diverso, i gabbiani con terrore, i ristoranti di lusso con occhio critico, Inverness con il gelo che mi scende per la schiena).
Qualità rara essere una grande traduttrice e una grande scrittrice. Molta ammirazione, molta sana invidia, e il chiaro riconoscimento del duro lavoro di questa donna, perché lo leggi tra ogni riga, curata, precisa, limata.
Spiace che in Italia i racconti vendano poco, vengano poco letti, non interessino. Io amo i racconti perfetti, ben più difficili di un romanzo, e qui ne ho trovati almeno un paio.