“Sembra cibo da ospedale” è una frase che viene spesso utilizzata per descrivere piatti poco appetitosi o mal riusciti. Come se non bastasse la salute precaria, si è costretti anche ad avere a che fare con un’alimentazione di dubbia qualità. Questo pensa il Mansi mentre, su una barella al pronto soccorso, aspetta l’assegnazione di una stanza per il ricovero. È convinto che sarà un’esperienza difficile anche dal punto di vista culinario. L’impatto con il cibo però lo sorprende, a volte positivamente e a volte no, ma è diverso da come lo immaginava. Decide di prendere seriamente la sua recensire tutto ciò che il vitto gli taccole al pomodoro, purè, polpa di frutta, halibut. Che tipo di uomo sarà dopo questa esperienza?
⭐ Ho trovato questo libro diverso dal solito. Scritto in maniera da ricordare un reality show culinario, l'autore racconta del proprio ricovero in ospedale e di come, per sopperire alla noia, abbia cominciato a recensire i piatti che, quotidianamente, gli venivano offerti in reparto. ⭐ Un racconto non in prima persona ma attraverso un presentatore fittizio che ci presenta, tra i tanti protagonisti, non solo il Mansi (autore e protagonista indiscusso della scena) ma anche Ofelia, una sorta di guida spirituale dei gusti, Gerardo, Mirko e Alessandro, altre persone ricoverate che si susseguono nella camera assieme a lui. ⭐ Il libro non racconta in maniera sterile il percorso ospedaliero del protagonista, quanto piuttosto di come, attraverso la degustazione dei piatti, riesca a trovare spunti di riflessione sulla quotidianità, su quel micro cosmo che a tutti gli effetti è un ospedale. ⭐ Tra goblin del vitto che rubano porzioni di cibo, mele cotte, rosari del cibo che vengono recitati per pranzo e cena, il protagonista riesce a rendere persino interessante da leggere pagine e pagine di cibo e deglutizioni. ⭐ La scrittura dell'autore è ironica e coinvolgente, sebbene ammetto che ad alcuni passaggi un pò più complicati e filosofeggianti mi sono persa un paio di volte, prima di tornare in "carreggiata" con la lettura che, in ogni caso, mi ha molto divertita. ⭐ L'autore ha dato una nuova identità al cibo di ospedale, che non deve essere per forza scondito e di poco gusto, ma può essere anche sfizioso, ma anche pessimo. Dipende dalle scelte e dal coraggio con cui ascoltiamo con attenzione il rosario del cibo della nostra guida aromatica.
Un viaggio nei sapori, tra piatti da dieci e piatti da dimenticare o con riserva.
Come un moderno Dante, Antonio Osea Mansi, per gli amici “il Mansi”, attraversa il mondo culinario del nosocomio, accompagnato dal suo Virgilio Ofelia, dal greco “colei che assiste”. Originale nell’aspetto per via dei suoi capelli dalle punte blu, questa ragazza, incaricata di prendere le ordinazioni quotidiane di pranzo e cena, mi ha dato filo da torcere nello scoprirne la reale identità. Un cliffhanger dalle prime pagine al finale per l'”ambasciatrice-guida del vitto”!
Come nota Marco Bellucci nella prefazione, “leggendo ti ritrovi ora in un fumetto, ora a teatro, nelle pagine di un diario, in una rubrica radio o in un palinsesto televisivo”, passando da un documentario al reality con persino improbabili stacchi pubblicitari alla Mastrota e sigla.
Ci si ritrova di fronte a un viaggio surreale e sinusoidale, a più voci narranti e registri linguistici, nel quale l’autore, paziente OB225_001, parla di sé in terza persona.
Non mancano riferimenti a poesie del passato, citazioni mitologiche, proverbi dei nostri nonni e analisi etimologiche.
Semplici cibi come un piatto di patate sono forieri di un cambiamento nel Mansi, che si trova a riflettere su aspetti filosofici e scientifici. Il suo mantra diventa “Osa”. Si loda persino per le scelte fatte.
“Che uomo dal multiforme ingegno! Sempre un passo avanti alle sfide che gli si fanno incontro!”
Oltre ad essere un romanzo dai contenuti multivalenti, “Semolino, purè, mela cotta. Viaggio sapienziale tra i sapori d’ospedale” è anche testo di una spiccata ironia.
Ogni capitolo si compone di titolo, data del giorno che ci si prepara a vivere, riassunto di ciò che ci aspetta, sigla in fuori campo, stacco conclusivo e sigla finale. Tutto studiato nei minimi dettagli, come una vera sceneggiatura.
Se inizialmente ero stranita da una storia così “strampalata”, ho avuto modo di sorprendermi e faccio un plauso ad Antonio per l’originalità della sua opera.
Il libro, di circa 250 pagine, mi è piaciuto. È risultato molto leggero e spensierato, alleggerendo un argomento come la degenza ospedaliera. Il tono simpatico dell'autore ha reso la lettura più scorrevole. Una cosa che non ho apprezzato però, è stato il pregiudizio sul parlato toscano con i dialoghi del personaggio di Alessandro 🥲 Il personaggio di Gerardo invece mi ha fatto molta tenerezza. Il ricavato dell'autore andrà in beneficenza all'Associazione Tumori Toscana (potete trovare il link sulla pagina IG dell'autore). È una bellissima cosa! Lo consiglio se volete farvi due risate e alleggerire magari un po' lo stress, in questi momenti un po' privi di luce. Ringrazio ancora l'autore per questa possibilità 😊
Un libro da divorare, come il Mansi (autore e protagonista) divora i suoi pasti ospedalieri, trasformando un’occasione che potrebbe essere piena di ansie e preoccupazione, in una possibilità di crescita. Un libro molto serio che non si prende sul serio. Questo libro è nel suo modo unico di esprimersi il ritratto di una generazione (quella dei Millennial) e della loro cultura, che mescola in modo irriverente i grandi classici con la cultura pop. Insomma, come facilmente intuibile dal titolo questo è un libro particolare, ironico, misterioso… ma che non vi lascerà l’amaro in bocca.