«Edith Eger dovrebbe essere letta da chiunque abbia a cuore la propria libertà interiore e il futuro dell'umanità.» The New York Times
«Un luminoso esempio di resilienza umana.» Kirkus Reviews
Edith ha sedici anni, è una ballerina di talento e una bravissima ginnasta che aspira alle Olimpiadi. E, fra allenamenti massacranti e la quotidiana battaglia per trovare il suo posto in una famiglia dove è considerata la figlia «dotata di cervello ma non di bellezza», è troppo presa per soffermarsi a riflettere su quel che succede nel mondo e nel suo Paese. Ma l’Ungheria del 1943 incomincia a diventare pericolosa per una ragazza ebrea. Appena Edith si innamora per la prima volta si trova rinchiusa, insieme alla sua famiglia, nel vagone di un treno diretto ad Auschwitz. Persino in questi momenti bui, Eric, il ragazzo di Edith, mantiene viva la «Non dimenticherò mai i tuoi occhi» le dice attraverso le assi del carro bestiame. La realtà di Auschwitz supera ogni peggiore incubo, eppure Edith, nonostante la fame che patisce e gli orrori che vive, è sostenuta dal pensiero di Eric. Sopravvive, insieme con la sorella Magda, e torna a casa, piena di dolore e sensi di la vita le appare più un peso che un dono… almeno fino a quando non capisce di poter scegliere. Non può cambiare il passato, ma può scegliere come vivere il presente e persino amare di nuovo. Intenso, commovente, aspro e luminoso allo stesso tempo, La ballerina di Auschwitz è il grido di una ragazzina travolta dal Male, ma forte abbastanza da rinascere a nuova vita... ancora sulle punte.
Se dovessi scegliere solo una parola per descrivere questo libro sarebbe "intenso". Ho terminato la lettura con un nodo alla gola, ma allo stesso tempo con una sensazione di speranza, quasi di completezza. Edith descrive il tempo trascorso nei vari campi di prigionia in modo semplice ma che arriva dritto al punto, senza soffermarsi necessariamente sul dolore o sulle atrocità a cui ha assistito, ma concentrandosi sulle ragioni che l'hanno spinta e le hanno permesso di sopravvivere. Sua sorella Magda, la cui presenza è stata in certi momenti l'unico suo appiglio alla vita, il desiderio di un futuro con Eric, la speranza che un giorno si sarebbero ritrovati e avrebbero potuto continuare a fare progetti insieme e a coronare finalmente il loro amore. Edith stessa ammette che la parte più difficile della scrittura del libro sia stato rivivere le emozioni che al tempo non si era concessa di provare, e considerato quanto queste emozioni traspaiano dalla lettura, non voglio immaginare quello che abbia provato tornando a rivivere la sua storia. L'autrice ci parla anche del suo periodo di guarigione, della difficoltà di perdonarsi e di accettare di avere meritato di essere vita. Del senso di colpa nei confronti di chi non ce l'ha fatta e di tutti gli "e se" che non è facile lasciarsi alle spalle. Questa è stata la parte che mi ha toccata di più. I libri che descrivono la prigionia nei campi di concentramento che avevo letto in precedenza si limitavano a raccontare la vita prima e all'interno del campo, dedicando poco spazio al dopo, alle cicatrici invisibili che ogni sopravvissuto si è portato dietro. Non è facile ammettere il genere di pensieri con cui Edith ha dovuto fare i conti, il senso di inadeguatezza e la difficoltà di riprendere una vita normale dopo anni passati con l'unico pensiero della sola sopravvivenza. Tuttavia lei è stata in grado di prendersi la sua rivincita e di costruire una vita appagante, la migliore vendetta contro Hitler e tutti quelli che hanno cercato di annientare il suo futuro e la sua felicità.
"La ballerina di Auschwitz. La mia storia" di Edith Eva Eger Pagine 176
Edith ha sedici anni, è una ballerina di talento e una bravissima ginnasta che aspira alle Olimpiadi. E, fra allenamenti massacranti e la quotidiana battaglia per trovare il suo posto in una famiglia dove è considerata la figlia «dotata di cervello ma non di bellezza», è troppo presa per soffermarsi a riflettere su quel che succede nel mondo e nel suo Paese. Ma l'Ungheria del 1943 incomincia a diventare pericolosa per una ragazza ebrea. Appena Edith si innamora per la prima volta, si trova rinchiusa, insieme alla sua famiglia, nel vagone di un treno diretto ad Auschwitz. Persino in questi momenti bui, Eric, il ragazzo di Edith, mantiene viva la speranza: «Non dimenticherò mai i tuoi occhi» le dice attraverso le assi del carro bestiame. La realtà di Auschwitz supera ogni peggiore incubo, eppure Edith, nonostante la fame che patisce e gli orrori che vive, è sostenuta dal pensiero di Eric. Sopravvive, insieme con la sorella Magda, e torna a casa, piena di dolore e sensi di colpa: la vita le appare più un peso che un dono… almeno fino a quando non capisce di poter scegliere. Non può cambiare il passato, ma può scegliere come vivere il presente e persino amare di nuovo. Intenso, commovente, aspro e luminoso allo stesso tempo, "La ballerina di Auschwitz" è il grido di una ragazzina travolta dal Male, ma forte abbastanza da rinascere a nuova vita... ancora sulle punte.
Chi mi conosce sa che, nonostante tutto, la mia sete di conoscenza ha un disperato bisogno di avere sempre nuove storie che parlano del periodo del nazi-fascismo. Tutto ciò che riguarda i campi di concentramento, esercita su me uno strano potere. Sono storie che fanno male ma di cui nonostante tutto non mi stanco mai. È così che la storia di Edith è arrivata tra le mie mani. Ad attirare la mia attenzione, oltre al periodo storico, la sua passione (analoga alla mia) per il ballo. Leggere la storia raccontata da una sopravvissuta ovviamente ha un impatto notevolmente maggiore rispetto a quello che può avere una storia romanzata a tema. La protagonista ci racconta in maniera semplice ma brutale il suo percorso da deportata. Un percorso che l'ha portata ad aggrapparsi a un ricordo, all'amore.
"Non dimenticherò mai i tuoi occhi. Non dimenticherò mai le tue mani."
Ed è così che quando tutte le speranze vengono schiacciate, l'unica vera fonte di sopravvivenza diventa proprio la speranza di rincontrare quella determinata persona. Il passaggio nei campi di concentramento in realtà, comunque, è solo una tappa obbligata in questo libro. Tuttavia a fare più male sono il prima e il dopo. Un prima in cui Edith, nonostante tutto ancor prima delle leggi razziali, si sente in un certo senso sempre esclusa, sempre e comunque seconda. Non è la figlia talentuosa, non è la figlia bella... è solo Edith, la ginnasta.
"Ma suscitare amore ha un prezzo: sforzarsi per essere accettata e adorata alla fine è un pò come svanire."
Un dopo in cui Edith dovrà ricostruirsi totalmente, nutrirsi, impare di nuovo a compiere anche le azioni più basilari come mangiare e amare.
"Auschwitz è un luogo mortale, ma prima di ucciderti ti annulla."
Onestamente trovo Edith una donna molto forte, la sua scelta finale mi ha spiazzata e mi ha portata a chiedermi se il al suo posto avrei avuto il coraggio necessario per prendere la sua stessa decisione o meno. Ci sono dei dettagli lasciati irrisolti sul finale ma tutto sommato è stata una lettura bellissima e intensa.
TITOLO: La ballerina di Auschwitz AUTORE: Edith Eva Eger PAGINE: 176 “Se sopravvivo anche oggi, domani sarò libera”
La tragedia dell’Olocausto consegna, ancora oggi, una molteplicità di storie personali che fungono da monito e da messaggio di speranza per le generazioni successive a quella che è stata una delle pagine più nere della nostra storia. La voce dell’autrice, ebrea di origine ungherese, ripercorre la sua vita brutalmente spezzata quando a 16 anni, mentre aveva come unico sogno quello di diventare una ballerina, viene deportata nel campo di sterminio di Auschwitz con la famiglia; con l’amata sorella al suo fianco Edith dimostra una forza e una determinazione insospettate, che le permettono di sopportare l’orrore che è costretta a subire trasformando il dolore in un’opportunità di crescita poiché anche nei momenti peggiori, la mente può essere un rifugio o una prigione.
“Vai da un’altra parte, almeno nella tua testa» le dico. «Non lasciarti infettare da questa roba»
“È così che sopravviviamo, così che danziamo all’inferno: usiamo quel dono che è la nostra mente. Quando siamo tristi cantiamo canzoni d’amore francesi; quando abbiamo fame cuciniamo con la fantasia, preparando elaborati banchetti e discutendo su quanto peperoncino si mette nel pollo alla paprika tipico ungherese o su come preparare la migliore torta al cioccolato a sette strati. Quando puliamo le baracche, e poi le puliamo ancora e ancora, mentre marciamo, oppure rovistiamo tra le valigie e i cadaveri, chiacchieriamo come se fossimo al mercato e stessimo pianificando il menù settimanale”
Così come nella sua vita da ragazza non aveva scelto di suonare uno strumento, al pari delle sorelle, poiché lo strumento sarebbe stato il suo stesso corpo nella danza, Edith porta con sé quella passione e ne fa strumento di resilienza e di resistenza, con una voce che le ricorda costantemente che, al di là di ogni atrocità e ogni privazione, nessuno mai potrà toglierle quello che ha nella sua testa. Lo stile è semplice ma intenso, capace di coinvolgere il lettore in un contesto che va oltre la storia personale dell’autrice, per diventare uno sguardo universale sulla forza della mente umana.
La ballerina di Auschwitz è un libro che va diretto al punto, senza troppi giri di parole. Edith racconta la sua storia di come da normalissima ragazza che andava a scuola e il pomeriggio si allenava come ginnasta e ballerina, è diventata prigioniera nei campi di concentramento, vedendo più volte la morte in faccia. La scrittura di Edith è diretta e cruda, il dolore che ha provato viene trasmesso tramite le sue parole. La paura di perdere tutte le persone a lei care, ma soprattutto la paura di perdersi e morire all’interno dei campi di sterminio, la fame e il tema della rivincita contro Hitler. Quando dopo oltre 40 anni decide di tornare a visitare Auschwitz con il marito devo dire che mi ha spiazzata, chissà cosa ha provato veramente una persone che ha vissuto tutto questo tornare in quel posto pieno di orrore e di tragedia. Edith sei una donna coraggiosa e soprattutto da non dimenticare, sono contenta di aver letto la tua biografia. Grazie 🙏
Una storia scritta davvero con una grande cura verso il lettore, oltre la bellezza della scrittura è meraviglioso anche il suo contenuto; questo libro ti accompagna in un viaggio molto duro che non solo ti fa vivere la storia di questa donna, ma ti fa immergere nell'emotività che ognuno di noi ha.
Una storia dura e commovente ma altrettanto meravigliosa perchè, se è vero che non si può cambiare il passato, si può scegliere come vivere il presente e il futuro.
La dott.ssa Edith Eva Eger ci racconta la sua vita di ebrea prima, durante e dopo Auschwitz. Da giovane era una ballerina, viveva con i suoi genitori e le sorelle Magda e Klara. Klara suonava il violino e per questo motivo si è salvata, andando a vivere a Budapest, inoltre dopo il campo di sterminio ha aiutato le sue sorelle economicamente. Le descrizioni sono atroci e dure da digerire, sembra proprio di vivere sulla propria pelle i dolori di Edith che ci narra il tutto dal suo punto di vista. Dopo la sofferenza la risalita è lenta ma inesorabile, tanto che alla fine, essendo divenuta psicologa tenta lei stessa di curare le proprie ferite, facendo ritorno nei luoghi incriminati. Come dice suo marito Bela, i loro figli e nipoti sono la rivincita su Hitler.