(versión en español abajo ↓ )
Se Gustavo Adolfo Bécquer può essere considerato il simbolo di qualcosa, allora è il simbolo di un ritardo. Considerato il massimo esponente del romanticismo spagnolo, dimostra appunto il ritardo estremo con cui tale movimento è penetrato nella penisola iberica, non solo rispetto a Inghilterra e Germania (come ovvio), ma anche in confronto ad altri romanticismi “tardivi” come il francese, l'italiano e il russo. Quando Bécquer nasce (1836), Victor Hugo ha già pubblicato venti (20!) libri tra opere poetiche, drammi, romanzi e saggi; quando ha un anno muoiono Puškin e Leopardi; quando ha due anni viene pubblicata La Comédie de la Mort di Théophile Gautier, forse la prima opera poetica che il romanticismo cerca di lasciarselo alle spalle (certo essendo ancora intrisa di quella temperie, ma con un tono mortifero e un ritmo voluttuoso che sono un anticipazione di Baudelaire e dei simbolisti).
Si capisce bene che quando il poeta spagnolo arriva in età di scrittura, attorno alla fine degli anni '50 del XIX secolo, più o meno nello stesso periodo in cui si pubblicavano I fiori del male, il romanticismo appare ormai nel resto d'Europa come un momento passato, per quanto ancora influente. Che invece Bécquer scriva ancora in modo totalmente romantico, a volte addirittura preromantico (le prime rime sembrano quasi rifarsi allo Sturm und Drang), non gioca certo a suo favore, e spiega perché egli sia un classico in Spagna e America Latina, ma poco conosciuto fuori dai propri confini linguistici.
Non è però tanto il ritardo che mi ha fatto scarsamente apprezzare queste rime, ma è la loro impostazione (di cui comunque il ritardo è probabilmente scaturigine): tutto appare come un enorme cliché, un'imitazione di quelli che sono i canoni della poesia romantica che arriva a sfiorare la parodia (involontaria, si presume). Il fatto che una delle poesie più conosciute rechi la dicitura «Imitación de Byron», in questo senso, dice molto. Bécquer appare quasi sempre come un artigiano del romanticismo nato troppo tardi per poter usare l'inventiva con i materiali che gli sono dati. C'è da dire che il dato biografico non aiuta (al di là dell'anno di nascita, voglio dire): le poesie di Keats, di Hölderlin, di Shelley, di Leopardi, di Puškin, sono meravigliose non solo per il loro fare poetico, ma anche perché intrise della sofferenza che tutti questi esseri umani avevano, per un motivo o per l'altro, provato sulla propria pelle. In Bécquer questa stessa sofferenza, quando c'è, appare posticcia, una posa che il poeta si dà proprio per caricarsi dell'aura poetica. Il risultato suona al lettore come falso, artificioso, precario.
Se dovessi scegliere la poesia che più caratterizza l'autore, dunque, sceglierei la Rima XXI, non perché la più bella (è comunque tra le più celebrate e riprodotte), ma la più esplicativa di come in poesia si faccia presto a cadere nel cliché. Per me la Rima XXI è puro luogo comune:
¿Qué es poesía?, dices, mientras clavas
en mi pupila tu pupila azul,
¡Qué es poesía! ¿Y tú me lo preguntas?
Poesía... eres tú.
****
Cos'è poesia?, dici, mentre pianti
nella mia pupilla azzurra la tua pupilla azzurra,
Cos'è poesia! E sei tu a chiedermelo?
Poesia... sei tu.
[traduzione mia fatta molto di fretta, chiedo venia, mi interessava trasmettere in questo caso solo il significato, non tanto il ritmo o il suono, che infatti nel secondo verso sono andati a farsi benedire.]
In un libro che raccoglie sia poesie (Rimas) sia prose (Leyendas) mi sono soffermato quasi esclusivamente sulle prime perché più emblematiche dell'artista Bécquer, in genere considerato molto più un poeta che un prosatore; rimane da dire che neanche i “racconti” mi sono piaciuti granché; mi ci dilungherò quando avrò tempo, se mai avrò tempo, per ora basti certificare che almeno qui in qualcosa ci si allontana dal romanticismo: nel bigottismo. Un racconto così potentemente baciapile come La rosa de Pasión dà fastidio non tanto (non solo) perché antisemita, ma soprattutto perché divide in maniera manichea: non c'è dissidio, solo conflitto tra due fazioni, e al lettore non resta altra scelta che tifare i buoni (i cristiani) mentre agli ebrei è destinato il ruolo delle carogne violente. Siamo oltre la metà dell'Ottocento e gli altri romantici si erano già distinti per l'apertura mentale (a volte anche farlocca, allucinata, compiaciuta, esagerata, ma tant'è). Non servirebbe aggiungere altro, ma ci si potrebbe chiedere perché due stelle e non una, allora. La risposta è nella Rima XLII, un fiore nel deserto di elevatissimo splendore.
°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
Si Gustavo Adolfo Bécquer puede considerarse el símbolo de algo, entonces es el símbolo de un retraso. Considerado el máximo exponente del romanticismo español, testimonia precisamente el extremo retraso con que este movimiento penetró a la península ibérica, no solo con respecto a Inglaterra e Alemania (por supuesto), sino también comparado con otros romanticismos “tardíos” come el francés, el italiano, el ruso. Cuando Bécquer nace (1836), Victor Hugo ya ha publicado veinte (20!) libros, entre obras poéticas, dramas, novelas y ensayos; cuando tiene un año, mueren Pushkin y Leopardi; cuando tiene dos años, se publica La Comédie de la Mort de Théophile Gautier, tal vez la primera obra que entente dejar atrás el romanticismo (sí, todavía siendo cargado de aquel clima cultural, pero con un tono mortífero y un ritmo voluptuoso que ya son una anticipación de Baudelaire y de los simbolistas).
Se ve perfectamente que cuando el poeta español llega a la edad de la escritura, a fines de la década de los '50 del siglo XIX, más o menos en el mismo período en que se publicaron Las flores del mal, el romanticismo en el resto de Europa ya resulta un momento pasado, aunque todavía influyente. Que Bécquer en cambio aún escriba de manera totalmente romántica, a veces incluso prerromántica (las primeras rimas casi parecen basarse en el Sturm und Drang), no tiene buena pinta, y explica por qué él es un clásico en España e Hispanoamérica, sin embargo poco conocido fuera de sus fronteras lingüísticas.
Pero no es el retraso que me hizo apreciar escasamente estas rimas, sino su impostación (de todas formas posiblemente procedente del retraso): todo se parece a un enorme cliché, una imitación de los cánones de la poesía romántica que de vez en cuando llega a rozar la parodia (supuestamente involuntaria). El hecho de que uno de los poemas más conocidos vaya marcado con la indicación «Imitación de Byron», dice mucho sobre este tema. Bécquer resulta casi siempre un artesano del romanticismo que nací demasiado tarde para poder usar la inventiva con los materiales que se le dieron. Hay que decir que el dato biográfico no ayuda (es decir, más allá del año de nacimiento): los poemas de Keats, de Hölderlin, de Shelley, de Leopardi, de Pushkin, son maravillosos no solo por su estructura, sino también porque impregnados del sufrimiento que todos esos seres humanos, por una u otra razón, habían experimentado de primera mano. En Bécquer ese mismo sufrimiento, cuando está, parece postizo, una pose que el poeta asume para atribuirse del aura poética. El resultado suena falso, afectado, inseguro.
Por lo tanto, si tuviera que elegir la poesía que más caracteriza al autor, elegiría la Rima XXI, no porqué sea la más hermosa (de todos modos está entre las que más se alaban y reproducen), sino la más explicativa de como es fácil caer en el tópico. Para mí la Rima XXI es puro cliché:
¿Qué es poesía?, dices, mientras clavas
en mi pupila tu pupila azul,
¡Qué es poesía! ¿Y tú me lo preguntas?
Poesía... eres tú.
En un libro que recoge tanto poemas (Rimas) como prosas (Leyendas) me he detenido casi exclusivamente en los versos porqué más emblemáticos del escritor, en general mucho más considerado come un poeta que un prosista; queda decir que tampoco los “cuentos” me han gustado; iré a extender ese tema cuando tenga tiempo, si alguna vez tendré tiempo, por el momento sea suficiente aseverar que al menos en este caso hay algo que se aleja del romanticismo: la mojigatería. Un cuento tan santurrón como La rosa de Pasión molesta no (solo) porque antisemita, sino también porque divide de manera maniquea: no hay altercados internos, solo conflictos entre dos facciones, y el lector no tiene otra alternativa que abogar por los buenos (cristianos) mientras que los judíos están destinados al papel de violentas canallas. Estamos después de la mitad del siglo XIX y los otros románticos ya se habían distinguido por su espíritu abierto (a veces de manera ilusoria, alucinada, complacida, excesiva, pero ahí estaban). Nada más para decir, aparentemente, pero cabe preguntarse por qué dos estrellas y no una. La respuesta está en la Rima XLII, una flor en el desierto de gran magnificencia.