La quarta di copertina mi aveva conquistato, ma ho dovuto addentrarmi un bel po’ nella lettura per poter finalmente arrivare allo snodo centrale del racconto. Prima, una lunga preparazione “ambientale”, della famiglia in cui si svolge la vicenda, così logorroica (nel senso proprio che è verbalizzata oltremisura da una prima persona con tratti maniacali) da dare la claustrofobia. Probabilmente è una scelta deliberata, ma condotta in modo non tanto sapiente da non affaticare la lettura. Finalmente, poi, si entra nel vivo della situazione, che resta fissa, senza sostanziale sviluppo, né drammaturgico né psicologico. È una caratteristica ormai costante dei romanzi di “formazione” odierni: negare la possibilità di una vera formazione, anzi, addirittura di una qualsiasi evoluzione. Il finale arriva molto prevedibile, liberatorio. Non si può dire che si tratti di un romanzo originale, ma molto buona è l’idea centrale: il senso di colpa come postura esistenziale, soprattutto perché legato all’adolescenza.