L’amore è un sentimento e in quanto tale è frutto del posizionamento delle emozioni nell’ambiente sociale e culturale.
Questa in realtà è una frase un po’ paracula, ma è del tutto vero che a noi hanno insegnato indirettamente che l’amore si esprime in un modo solamente e da quella gabbia riusciamo a stento a guardare fuori, figuriamoci uscirne; soprattutto figuriamoci parlare dell’amore dei genitori e in particolare della madre, questa entità che femmina nasce - secondo la società - principalmente per amare la propria prole.
Che succede quando questa figura diventa Umana? Quando le si riconosce le attenuanti concesse a qualsiasi essere umano? Quando smette di configurarsi come irreprensibile mamma, cloaca di amore e lavoro di cura e si rivela nella sua più umana complessità?
Ho riflettuto molto sul mio essere figlia, sul considerare assoluta l’irreprensibilità dei miei genitori, depositari di un sapere assoluto (e complementare tra loro): ho riflettuto molto sul fatto che ci interessano molto di più le etichette sui legami piuttosto che conoscersi e dialogare, verbo che del resto ultimamente perde il suo significato collettivo.
Carlotta, la più giovane di questo trio, invece costringe la madre e la nonna ad un percorso psicoterapeutico dapprima alla ricerca di quell’amore “normale” che immaginava dovesse esistere per arrivare poi a scoprire le persone dietro i personaggi sociali, scardinando i cliché e di fatto liberandosi - e liberando le altre - dalle aspettative di “normalità” nelle quali era incappata più per stigma che per necessità.