Riccardo sta vivendo in funzione del prossimo giovedì. È il giorno del la dottoressa Fontaneto stabilirà se potrà continuare a vedere sua figlia oppure no. Cercando di sopravvivere all'attesa, si distrae stendendosi ossessivamente strati di crema Nivea sulle mani, andando in palestra, lavorando come osservatore calcistico, dimostrando all'attuale compagna che ha smesso di drogarsi, andando a nuotare, provando persino a ricominciare a fumare.
Sembra una premessa disperata, ma il romanzo di Michele Bitossi è tutto fuorché nella perdita di qualsiasi riferimento logico, Riccardo De Vita è un personaggio ironico e sopra le righe; i suoi incontri sono spesso esilaranti – tra tutti, quello con l'indimenticabile musicista degli anni '60 Shel Shapiro, che gli ruba gli occhiali da sole in Autogrill.
Ambientato in meno di una settimana, Ma io quasi quasi è un romanzo d'esordio fluido e consapevole, che prova a sciogliere i nodi di una vita intera, nella speranza che arrivi il momento in cui sarà possibile, finalmente, respirare di nuovo.
Da sabato a giovedì, in che modo può cambiare una vita? È la domanda che mi son posta alla fine di questo romanzo che racconta l’ingiustizia subita da un uomo imperfetto, ma che cerca ogni giorno di dimostrare di essere un buon padre. Il protagonista Riccardo sta affrontando una burrascosa separazione, faceva uso di sostanze stupefacenti ed è accusato dalla moglie di una qualche forma di abuso minorile nei confronti della figlia Nora. Ogni capitolo corrisponde ad una giornata che lo separa dal giovedì, quando avrà luogo l’incontro con la dottoressa Fontaneto che stabilirà se Riccardo potrà continuare a vedere sua figlia oppure no. In attesa di questo incontro Riccardo, che per lavoro fa l’osservatore calcistico per una squadra di Serie C, si mantiene in precario equilibrio con gli stabilizzatori d’umore ed esercizi terapeutici per l’autocontrollo e tenta di scavare nei ricordi per risolvere alcuni traumi del passato, esplorando il suo complicato rapporto con i genitori, e con le amicizie, sia di vecchia data che recenti. Che l’autore fosse anche un musicista lo si intuisce dal ritmo che permea il testo. Una vicenda tragica e assolutamente destabilizzante raccontata però con un linguaggio molto diretto colorito, denso di espressioni idiomatiche anche volgari e soprattutto con ironia, come quando Riccardo incontra il famoso cantautore anni ’60 Shel Shapiro che gli ruba gli occhiali da sole in Autogrill o quando nei ringraziamenti finali racconta l’origine dell’ispirazione del libro, formatasi origliando una conversazione in treno.
L’autore ha cinquant’anni. La voce narrante ha più o meno la stessa età: non viene specificato, ma si intuisce; diciamo che è intorno ai 45, però parla (scrive) come un ragazzo di venti. Peccato, perché il libro è scorrevole, ci sono anche degli spunti interessanti e dei passaggi divertenti, però l’ho trovato un po’ imbarazzante, come quegli adulti che vogliono fare i giovani a tutti i costi. Secondo me il limite del libro è questo e temo che nel giro di pochi anni sarà totalmente superato.
Poi c’è una cosa che non sopporto: “sennò”. Credo sia un retaggio delle elementari: la maestra, signorina Scotti (signorina perché era nubile, non giovane: a me sembrava più vecchia di mia nonna) ci proibiva di dire e scrivere SE NO: dovevamo utilizzare ALTRIMENTI. Decenni dopo sono rimasto lì: non riesco a scrivere SE NO, figuriamoci SENNO’, che nel libro invece compare diverse volte causandomi inevitabilmente gesti di stizza. Adesso mi viene in mente che non potevamo nemmeno scrivere andare, meno male, arrabbiarsi che dovevano essere sostituiti da recarsi, fortunatamente, inquietarsi. Avremmo detto così: "Meno male che sono andato a scuola se no mia mamma si arrabbiava" Dovevamo scrivere così: "Per fortuna mi sono recato a scuola, altrimenti LA mia mamma si sarebbe inquietata"
Una piccola meraviglia di malinconia lucida e disarmante
Ma io Quasi Quasi è uno di quei libri che arrivano piano ma si piantano dentro. Michele Bitossi scrive con una delicatezza ruvida, quasi pudica, ma sempre onesta, come chi racconta qualcosa di troppo vero per poterlo abbellire. È un libro che parla di disillusione senza cinismo, di desideri senza retorica, di quel “quasi” che spesso ci definisce più del “tutto”.
Una delle parti che mi ha colpito di più è quando l’autore ci mette di fronte a una verità tanto semplice quanto scomoda: l’anima dei nostri desideri racchiude una tensione che non si risolve mai. È un pensiero che mi ha accompagnato anche dopo aver chiuso il libro. Bitossi ci costringe a guardare dritto in faccia quel vuoto di senso intermittente che ogni desiderio si porta dietro — il modo in cui desideriamo non tanto qualcosa, ma il desiderare stesso. E quella tensione, quell’inquietudine costante, invece di risolversi, ci tiene in vita. È come se la mancanza fosse la nostra vera forma di equilibrio.
Un libro che fa male e fa bene allo stesso tempo. Lo consiglio a chi non ha paura di perdersi un po’, ma vuole farlo con stile, con ironia e con una profonda verità emotiva.
Ora che mi sono fissata col perché dei titoli, volevo raccontarvi del perché di questo, dal momento che mi pare solo una volta Riccardo - il protagonista - la pronuncia rischiando di ricadere nel vizio. Ma io quasi quasi è quella voglia trainante di cedere perché si è arrivati oltre e perché sembra che gli sforzi non bastino. Ogni capitolo è un giorno della settimana, e come ogni giorno che si rispetti ha con sé la probabilità che succeda qualcosa di eclatante o anche assolutamente niente - quello è il per1c0lo, rimanere solamente in attesa senza niente a bloccare i pensieri intrusivi; servirebbe un altro libro su ogni trauma del protagonista, dalla famiglia alla nuova compagna, dai vizi che non sa riprendere, alla r4bbi4 che non sa espellere. Ma io quasi quasi è quella frase-fulmine che si abbatte quando l’unica cosa che ha senso è così lontana che i giorni diventano paginate di parole e quando finiscono dici “oh ma davvero queste ventiquattro ore sono riuscite a passare?”, ma io quasi quasi è quello sgarro che non ci concediamo in un’attesa divorante e che ci consacra eroi della nostra storia.
23/2025 Il libro ci racconte l'esperienza pesante e angosciante di una separazione di una coppia con una figlia. Vengono raccontati i giorni antecedenti all'incontro con una psicologa che dovrà valutare se la figlia della coppia ha subito qualche trauma, ma non verrà mai specificato fino alla fine del libro di che tipo di trauma si tratta. Il racconto si incentra sulle giornate di Riccardo procuratore calcistico che vive come un incubo, sotto piscofarmaci, braccato da ansie e persone sicuramente non del tutto positive per il periodo che sta vivendo. Purtroppo non sono riuscito particolarmente ad empatizzare con il personaggio soprattutto a causa della quantità di informazioni calcistiche presenti nel testo e, odiando profondamente il calcio, mi ha reso quasi antipatico Riccardo.
Il libro affronta un tema interessante, la crisi personale e identitaria di un uomo di mezza età, ma lo fa con una forma che non mi ha convinta. Il linguaggio, troppo giovanile e a tratti artificioso, stona con il personaggio e rende difficile empatizzare con lui, che finisce per apparire come lo stereotipo del maschio spaesato, più che una figura davvero complessa o ironica, capace di portare alla riflessione più personale.
Riconosco però l’intento e la genuinità dell’esordio e ammetto che il messaggio finale, più tenero e malinconico, riesce in parte a riscattare la lettura. Un libro che parte da buone premesse, ma che per me non è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra tono e contenuto.
Diciamo che è proprio la mia tazza di tè. Romanzo sostanzialmente pop, nella lingua, molto diretta e colloquiale e nell'inserimento di richiami all'immaginario pop di questi tempi e dei decenni passati. Poi calcio, musica e una prima persona molto forte; con me con questi ingredienti si vince facile.
Poi c'è anche il racconto di un uomo-padre, che non sa se potrà mai rivedere la figlia di 5 anni. Bitossi sceglie di alleggerire con l'ironia e il tutto funziona molto bene.
Per il sottoscritto ennesimo romanzo italiano di recente uscita letto quest'anno che ho apprezzato molto ( insieme agli esordi di Ruol, Coppo e Benicchi e all'ultima prova di Biferali).
Non la mia cup of tea: troppa mascolinità tossica, calcio e f**a, ma la storia prende e si legge volentieri.
A mio avviso troppi temi: dalle droghe agli psicofarmaci, ma anche un po’ di ipnosi regressiva e perché no citiamo pure il G8 di Genova e il fratello gay che vive a Madrid…..
Ahimè, infine, quello che sto notando in varie opere prime di Accento è che ci sono troppi rimandi alla vita vera dell’autore: quando si scrive l’Ego dovrebbe essere messo un po’ da parte.
Nel complesso Promosso, ma sicuramente è l’ennesimo caso editoriale = allucinazione collettiva
Non vorrei essere troppo drastico perché si tratta pur sempre di un esordio. La forma è drammatica, l'assenza di segni di punteggiatura per il discorso diretto una staffilata al cuore. Non so esattamente cosa significhi essere "moderni", ma non credo ci sia necessariamente bisogno di rendere i periodi incomprensibili.