Giorgio Scerbanenco: I ragazzi del massacro.
Milano. Il corpo straziato di una maestrina di 22 anni giace senza vita sul letto d’ospedale.
Matilde Crescenzaghi insegnava alla scuola serale “Aldo e Maria Fustagni”, a Porta Venezia, vicino a Piazzale Loreto; è morta da pochi minuti, sussurrando “direttore”. Duca Lamberti, medico radiato dall’albo, è arrivato in ospedale pochi minuti dopo il decesso. Costole rotte, un dito spezzato, ferite ovunque: “martoriata, come fosse andata sotto un treno”. Ma Matilde non è stata travolta da un treno.
Matilde è vittima dell’assalto di un branco.
La scena del delitto è l’aula in cui la maestra insegnava.
Undici ragazzi sono stati portati in questura.
Undici alunni della classe della scuola serale, ubriachi marci di anice lattescente, un liquore con una gradazione alcolica elevatissima, quasi ottanta gradi. Undici studenti dell’aula A 10, quella dove Matilde Crescenzaghi è stata ritrovata, al termine della lezione, agonizzante, nuda, e con chiari segni di sevizie e violenza dai due custodi dell’istituto. Gli undici a cui Matilde Crescenzaghi quella sera doveva spiegare l’Irlanda. I suoi alunni. I suoi studenti.
Giorgio Scerbanenco nasce a Kiev nel 1911: scrittore, giornalista, direttore di riviste e periodici letterari, è il capostipite del noir in Italia, con una scrittura che affonda le proprie radici nella tradizione hard-boiled (se vi capita, recuperate Nebbia sul Naviglio, Sellerio editore, che raccoglie le sue prime prove letterarie).
Per questa terza indagine del ciclo di Duca Lamberti - un tempo medico radiato per una storia di eutanasia, ora investigatore in forza alla questura di Milano - la penna del maestro attinge all’inchiostro più nero, sia nello sviluppo della trama, sia nella breve, straziante sottotrama principale, che vede coinvolto il protagonista da un punto di vista affettivo.
Scerbanenco si muove in equilibrio precario, nel costruire la narrazione su un delitto compiuto da un gruppo di minori (solo due appena maggiorenni tra gli undici del “branco”), spingendo lo sguardo lucido nelle aree del disagio, provando a indagare quegli schemi di pensiero che, seppure oggi appaiano decisamente superati - i ragazzi “delinquenti nati” e sostanzialmente irridemibili- all’epoca della scrittura del romanzo (1969) erano ancora sentire comune, pur in presenza dei primi timidi tentativi di affrontare la questione della devianza da una prospettiva sociale, ambientale, culturale, non lombrosiana.
In una Milano dove la nebbia sembra permeare ogni anfratto, soffocare tutto nella sua gelida morsa, fino a coagularsi nella bottiglia di anice lattescente con cui i ragazzi si sono storditi prima di dedicarsi con metodica, selvaggia cupidigia al massacro della giovane insegnante, Scerbanenco caratterizza in modo sempre più marcato e rifinisce il profilo psicologico del protagonista e di coloro che fanno parte della sua cerchia ristretta (Livia Ussaro, il commissario Carrua, il poliziotto Mascaranti); soprattutto tratteggia a tutto spessore i personaggi della storia, porta il lettore a un palmo dal degrado, dalle azioni guidate dall’istintualità animale, solo filtrata in modo distorto da logiche criminose, senza offrirgli alcuna protezione.
Non risparmia nulla dell’orrore, prima solo raccontato nei suoi effetti, poi mostrato nei dettagli nei capitoli finali. E il messaggio che traspare, in tutta la sua terrificante verità, è quanto sia sottile il filo che separa l’umanità dell’uomo dalla ferocia più bestiale, dalla corruzione dell’anima, e quanto facile sia spezzarlo.
Non si può fare a meno di tornare con la mente a un altro maestro del noir, James Ellroy, ai suoi abissi metropolitani.
Inevitabile accostare i loro testi nella propria libreria.
A Giorgio Scerbanenco è intitolato il più prestigioso tra i premi letterari italiani dedicati al noir e al poliziesco.