La prima storia intriga fin dalle prime pagine, grazie alla capacità di Melville di accendere la curiosità del lettore e di riaccendere continuamente la suspense in un racconto dove, alla fine, ben poco capita. La lettura è resa inoltre gustosa dalla bonaria ironia del narratore, nonché dal continuo rimbalzare delle simpatie del lettore/della lettrice dall’avvocato allo scrivano, indizio di un grande equilibrio narrativo. Naturalmente l’aspetto più interessante è proprio l’educato “preferirei di no” di Bartleby, perno della riflessione che innesca il racconto. Con la sua frase infatti lo scrivano oppone un netto, per quanto garbato, rifiuto alla società e ai rapporti economici che la regolano. In primo luogo Bartleby rifiuta la convenzione che le mansioni di un lavoro siano imposte dall’alto, poi rifiuta il lavoro in blocco, successivamente la proprietà privata ignorando le richieste di andarsene dall’ufficio, infine rifiuta la società tutta, lasciandosi morire di fame. La radicalità della battuta dello scrivano, una vera e propria rivoluzione solitaria e pacifica, risiede in plurimi motivi. Innanzitutto è perentoria e non argomentativa, poiché Bartleby non spiega mai il motivo dei suoi no, non cerca mai un dialogo, opponendo ai tentativi di raggiungere un accordo, un compromesso dell’avvocato una posizione irremovibile e al contempo sfuggente, come un muro di gomma. In secondo luogo essa non arreca alcun danno all’avvocato, se non il fatto che poi la gente parli di lui. Ciò in fondo dimostra come la società rifiuti il diverso non perché esso la danneggia, ma solo in quanto la sua diversità implicitamente mette in discussione la liceità dell’organizzazione da lei assunta, mostrando quanto sia arbitraria. Bartleby propone, con il suo agire senza compromessi, un’alternativa, un’esistenza che rifiuta la schiavitù economica e le pressioni sociali, in una libertà estrema, che proprio quando limitata dal carcere opta per la morte come ultimo gesto di riaffermazione. L’avvocato, di per sé, si dimostra un borghese non particolarmente malvagio, ma perbenista. Infatti prima lo muove la spinta del sentirsi la coscienza pulita, anzi prodiga, ma appena rischia la faccia, adotta una strategia vigliacca che porta Bartleby al carcere (e quindi alla morte) senza che lui si senta direttamente responsabile. Proprio il suo agire graduale, tuttavia, e i suoi scrupoli quasi costanti, finiscono per rendercelo meno odioso e quasi comprensibile nelle sue scelte, ammonendoci rispetto a come anche noi siamo condizionati similmente a lui.
Trovo che la figura di Bartleby sia ora più attuale che mai, perché a questo capitalismo strisciante e pervasivo, a questa politica subdola, a questa tecnologia che ha invaso la nostra quotidianità rendendoci lavoratori costanti, a questa situazione generale assolutamente insostenibile e contro la quale quante volte si sente così spesso dire “ma cosa posso fare io singolo, così insignificante”, lui ha fornito la risposta perfetta: “preferirei di no”. No all’uso costante degli smartphone e degli altri dispositivi, no al lavoro in certe condizioni, no al riconoscimento di politici che fanno solo i propri interessi, no alla propagazione dell’ingiustizia tramite ciò che acquistiamo; il non fare può diventare un’arma potentissima, soprattutto se usato senza compromessi come Bartleby.
Più intrattenente di Bartleby, per la maggiore suspense, il senso di mistero che aleggia per tutto il racconto e per lo stile più ricco e interessante, Benito Cereno mi sembra però muovere riflessioni meno interessanti. Certo, confronta due mentalità, due approcci alla vita molto diversi - quelli di Delano, ingenuamente ottimistica e superficiale, e quelli di Cereno, più pessimista ma molto più addentro nella realtà, poiché sprofondato tra le sue ombre - e lascia al lettore/alla lettrice il compito di giudicarli e valutarne pro e contro (Delano sicuramente vive più sereno, ma con minore comprensione di ciò che lo circonda, con i rischi, qui evitati per fortuna o previdenza, relativi; Cereno vive molto più angosciato, ma con una consapevolezza del reale molto più acuita, tanto da capire che sarebbe morto per quanto vissuto sulla nave), ma l’originalità di queste tematiche è assai inferiore a quelle di Bartleby. Un altro spunto, che sarebbe stato interessante soprattutto per l’epoca, ossia quello del desiderio di libertà degli schiavi, che vogliono farsi riportare in Senegal, non è quasi sfruttato, poiché i neri vengono descritti negativamente e vengono infine puniti, riassorbendosi nel tessuto dello schiavismo bianco. Pesa quindi su questo tema il razzismo diffuso dell’epoca, che impedisce a Melville (per quanto sicuramente con un’opinione dei neri meno denigratoria di molti suoi contemporanei) di coglierne appieno gli spunti.
A livello narrativo, come detto, lo stile è più accattivante rispetto a Bartleby, dall’inizio con le bellissime descrizioni (davvero suggestive e visivamente efficaci), al colpo di scena finale che scioglie il mistero e la tensione con grande bravura, passando per tutta la parte centrale, molto ricca nel sondare le sfumature dell’ambiente sulla nave e del comportamento dell’equipaggio, nonché l’andirivieni di pensieri di Delano continuamente accesi dai sospetti e smorzati dalla sua indole bonaria; tuttavia subisce un calo nella parte finale, che accoglie le deposizioni al processo, con quindi uno stile conseguentemente più scarno e burocratico, nonché ripetizioni di alcuni fatti già noti, intaccando la forza del colpo di scena finale con una coda un po’ indigesta.