Ciliegi e salici nani
Un giorno, passeggiando per il bosco con un amico, mi venne da dire: «Vede, la letteratura è come una foresta, ci sono alberi grandi e bellissimi che sovrastano gli altri: si chiamano Omero, Tucidide, Virgilio, Dante, Boccaccio, Cervantes, Shakespeare, Leopardi…, poi alberi di ogni misura e aspetto. Ma la foresta è bella perché ci sono anche arbusti e cespugli. È tutto l'insieme che è bello».
Dove la foresta alpina si dirada e la montagna, in alto, diventa nuda, lassù cresce l'albero più piccolo della terra: il salice nano che si difende dal vento aggrappandosi al suolo e ruba il calore alla roccia che il sole illumina. La neve lo copre per sette mesi all'anno. È stata lunga la mia stagione sotto la neve; ecco, nella foresta della letteratura sono un salice nano. (Mario Rigoni Stern)
Tönle pare un uomo di tempi antichissimi, quelli dei nostri avi, delle nostre origini. Parla cimbro (e molte altre lingue, perché ha percorso a piedi molte terre), è selvatico, il suo sentire è quasi primitivo, eppure contiene un seme di pace e di libertà. Tonle segue un’etica propria, che viene da dentro di lui e dalla natura intorno a lui, e può anche non seguire le leggi degli uomini, quelle che pongono confini, che decretano inutili guerre, che fanno e disfano i destini della povera gente.
“E non voleva nemmeno abbandonare il suo luogo e andarsene con le pecore e il cane verso la pianura dove già parenti e compaesani erano scesi da giorni; si sentiva come il custode dei beni che tutti avevano lasciato e la sua presenza era come un segno, un simbolo di vita pacifica contro la violenza della guerra.”
Rigoni Stern sembra parlare di cose semplici, di un mondo antico che vive un suo equilibrio e una sua armonia, un mondo in cui i ciliegi crescono sopra i tetti e i piccoli centri si autogovernano (mondo che verrà spazzato via brutalmente dalla guerra e dai rivolgimenti politici *), ma parla anche di dolori profondi, di perdita; la sua scrittura è in questo intrisa di un lirismo intenso e profondo.
Molto interessante anche L’anno della vittoria soprattutto per il tema affrontato, mai incontrato prima in altre letture: la distruzione trovata dai profughi che tornano ai loro paesi a guerra finita. Altro che vittoria… rovina, macerie, cadaveri, ma soprattutto la fine di tutto ciò di cui e con cui avevano vissuto fino ad allora:
“Incontrarono dei soldati annoiati che sorvegliavano un gruppo di prigionieri polacchi che svogliatamente liberavano una via facendo passamano di sassi, mattoni e travi; quanto era rimasto delle case dopo bombardamenti, incendi, saccheggi, combattimenti, uso di difesa o di offesa. Matteo e suo padre guardavano con il cuore stretto, senza parlare: quelle per loro non erano solamente macerie ma la fine di un mondo, di un paese e di un costume che erano iniziati quando i nostri antenati scelsero per vivere questa terra che nessuno voleva perché isolata, scomoda da raggiungere e selvaggia, ossia coperta da forti selve. Forse queste cose i due non le sapevano per istruzione ma lo sentivano d’istinto perché erano parte di queste macerie di case, di questi boschi senza più alberi vivi, di questi pascoli senza erba.”
“Che belle parole [...] La nostra terra, la nostra patria, le nostre case, la vittoria. La patria che pensa al nostro avvenire. Ma lassù la nostra patria è stata distrutta. Non c’è più. Loro dicono così perché non sanno e non hanno visto. Intanto che predicavano, a noi è morta una bambina. E non abbiamo niente; tutto ci ha portato via la loro patria.”
“Ecco la fine della povera gente. Crepare in guerra e tribolare in pace”
La vita tornerà timidamente a sbocciare tra le rovine, portandosi dietro il suo carico di contraddizioni e venti di cambiamento.
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“Pure nella nostra terra, dove da secoli i reggitori della cosa pubblica venivano scelti dal popolo, sorsero due partiti che sotto la denominazione di progressisti e moderati nascondevano invece gli interessi di alcune famiglie maggiorenti: così quello che in ottocento anni di libero governo non era mai accaduto, avvenne. Discordie, liti, querele, fughe all'estero; e ne venivano coinvolti preti e professionisti, proletari e artigiani; e c'era chi faceva commercio dei voti e chi speculava sugli emigranti.”