Il metodo Montessori (nella finzione Montanelli) trasportato dai sobborghi di Napoli ai quartieri benestanti di una ricca città olandese non può essere che un totale fallimento.
Il giovane narratore che, prima di esserne espulso, ha frequentato quel liceo sperimentale immagina addirittura che il fantasma della celebre pedagogista venga a visitare la scuola che si fregia del suo nome e possa affossarla per sempre.
Il ragazzo, raccontando la triste storia dell’allievo “con qualche rotella fuori posto” accolto nella sua classe, ha in realtà acerrime parole per tutti: genitori, insegnanti, psicologi e adulti in genere. Ne vengono evidenziate le insulsaggini, le incapacità, l’arroganza e per finire la completa inadeguatezza. Tanto da non poter evitare in nessun modo la tragedia annunciata fin dalle prime pagine: la morte di Jan, il ragazzo ritardato.
La frusta in mano a un adolescente ribelle e ipercritico non risparmia nessuno, o quasi (save mummy).
Del resto...“Cos’altro puoi aspettarti, in un quartiere in cui lo sherry del mattino si vende a damigiane e gli abitanti afflitti dall’emicrania e dalla noia camminano in cerchi sempre più piccoli intorno al barattolo con la dose letale di sonniferi?”
Il primo romanzo scritto da Herman Koch (1989) comincia con meticolosa ferocia a fare piazza pulita dell’ipocrisia borghese e radical chic e comincia proprio da qui, dalle basi educative: la scuola, appunto.
Di strada in direzione di quella vis critica l’autore olandese ne ha fatta parecchia, da allora.