Con una scrittura dura e al tempo stesso magnetica, Camila Sosa Villada ripercorre i suoi anni giovanali, quando da ventenne abitava nella casa di Zia Encarna, insieme alle ragazze trans che si prostituivano.
Il passato di Camila è intriso di violenza e di dolore, in cui a fatica Camila cerca di far emergere la sua identità, trasformando il suo corpo, che pur essendo suo, non lo/a rappresenta.
La vita della casa di Zia Encarna è rivoluzionata dall'arrivo de Lo Splendore degli Occhi, un neonato abbandonato che la donna strappa ai rovi per farlo suo: le scene in cui la donna prova ad allattarlo sono commoventi.
“Ti accarezzava e ti diceva: «Abbassa la testa quando vuoi scomparire, ma tieni la fronte alta il resto dell’anno, bambina». Ed era come una madre, come una zia, e noi tutte ce ne stavamo lì in piedi, in casa sua, a guardare il bambino rubato al Parco, in parte perché lei ci aveva insegnato a resistere, a difenderci, a fingere di essere persone amorevoli punite dal sistema, a sorridere in fila al supermercato, a dire sempre grazie e per favore, in continuazione. E anche scusa, molte volte scusa, che è quello che la gente ama sentirsi dire dalle puttane come noi.”
In un contesto di disamore, in questa casa in cui vige la regola della sorellanza, c'è ancora spazio per la solidarietà, la vicinanza, la reciprocità, la gentilezza che compensa tutte le brutture a cui ciascuna di loro è continuamente sottoposta ed esposta:
“Ogni carognata subita è come un mal di testa che dura giorni. Una potente emicrania che nulla può attenuare. Tutto il giorno gli insulti, lo scherno. Tutto il tempo il disamore, la mancanza di rispetto. Gli squallidi stratagemmi dei clienti, le truffe, i maschi che ti sfruttano, la sottomissione, la stupidità di crederci oggetti del desiderio, la solitudine, l’AIDS, i tacchi delle scarpe che si rompono, le notizie delle trans morte, di quelle assassinate, le zuffe all’interno del clan, per degli uomini, per dei pettegolezzi, per dei battibecchi inutili. E tutto quanto sembra non fermarsi mai. Le botte, sopra ogni cosa, le botte che ci dà il mondo, al buio, nel momento più inaspettato. Le botte che venivano subito dopo aver scopato. Ci siamo passate tutte.”
E tutto quel loro vendersi e svendersi, altro non era che una richiesta disperata di amore: “Si trattava di mendicare amore, quel mostro spaventoso. Tutto si riduceva, in fondo, alla febbre dell’amore. Chiedere amore, supplicarlo in mille modi, con i trucchetti più egoisti e più falsi che si potessero concepire, valeva tutto. Eppure noi restammo comunque al suo fianco. Quando una porta si chiude, si apre una finestra, ma occorre essere molto agili per entrare o uscire dalla finestra.”
Il linguaggio usato da Camila Sosa Villada è anche ricco di metafore (basti pensare ai nomi dati al neonato Lo Splendore degli Occhi, o ai clienti chiamati Uomini Senza Testa) e vuole offrire un punto di vista altro, che faccia breccia nella vita di chi si ritrova a essere donna in un corpo di uomo.
Quello che Camila cerca di fare con questo suo romanzo è quello di liberare chi legge da quei pregiudizi che discriminano. Perché non è vero che le loro sono "le cattive"; loro sono persone come noi, con una storia (dolorosissima), alla ricerca dell'affermazione del proprio sé, in modo che mente, anima e corpo siano uniti, in modo che ciò che si sente di essere coincida con la propria immagine riflessa.
“Noi, le dimenticate, non abbiamo più nome. È come se non fossimo mai state lì.”